Articolo di Francesco Caruso – Aprile 2018

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Indagine su un governo al di sotto di ogni sospetto

Memore della lezione di Thomas De Quincey (“Se il male è fatto, che almeno se ne tragga un vantaggio”), una parte dei politici del PD dal giorno delle elezioni non fa  altro che ripetere quanto è bravo e quanto è bello il Movimento 5S. Ora è diventato di sinistra, mentre fino ad un secondo prima dell’apertura dei seggi era il ricettacolo del peggior becerume di destra populista e filofascista. Ora i suoi programmi sono di sinistra, mentre prima erano un concentrato di sublimi e pericolose fesserie. Ora i suoi esponenti sono ragazzi bravi e volenterosi, mentre prima avevano un indice di gradimento a metà strada tra gli appestati e i lebbrosi. In definitiva, ora con l’M5 si può e si deve dialogare perché il Paese non può fare a meno di un buon governo e questo buon governo lo possono fare solo M5 e PD. Che dire, perdere la poltrona è peggio che perdere l’amore, con buona pace di Ranieri.
Fossero poi solo i politici del PD (a parte Renzi e i renziani, ai quali tutto si può dire tranne che pecchino di coerenza) ad aver fatto questa inversione a 360 gradi: fulminata – e di brutto – sulla strada per Damasco c’è pure tutta quella schiera perennemente e fastidiosamente cicalante di intellettuali e giornalisti “d’area”, ben noti ai salotti televisivi, che prima delle elezioni al sol sentir parlare di 5S tiravano fuori il Winchester. Ora invece è tutto un berciare garrulo di complimenti e ruffianerie in saldo di stagione, tutto un “in fondo è in gamba sto Di Maio” e “che tosta sta Taverna”. Anche qui con le debite eccezioni (Severgnini e co. ), figlie di quel bistrattato dipartimento del Ministero della Decenza che chiamasi Dignità personale.
Oddio, a ben riflettere non è che siano solo i piddini, nel panorama politico nazionale, gli unici ad essersi improvvisamente scoperti seguaci di James Russell Lowell (“solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione”). Per esempio, i 5S sono diventati, da che erano quelli che non dialogavano e non si alleavano nemmeno con la Santissima Trinità, quelli che imbarcherebbero nel loro governo a momenti persino i monarchici e l’Uomo Qualunque di Giannini, se esistessero ancora.
Qualcuno dirà “è la politica, bellezza”. Qualcun altro, più realisticamente, per scongiurare il ritorno al voto si appellerà al disperato bisogno di indennità parlamentare. Qualcun altro ancora tirerà fuori la carta geografica della Grecia e il rischio che le Tre Madri, ossia l’orrida Trimurti Ue-Bce e Mercati, ci facciano fare la fine dei cugini ellenici. Ma quale che sarà il pretesto che escogiteranno i partiti per giustificare connubi sconci e contro natura tra di loro, di certo c’è che il coniglio del nuovo governo alla fine zomperà fuori dal cilindro. Poco ma sicuro. Di che colore, lo scopriremo solo vivendo.
Intanto possiamo già affermare con spocchia professorale e chiaroveggente che se le urne balzane del 4 marzo decreteranno, al termine del Barnum a cui stiamo assistendo, la nascita di un esecutivo M5S-Lega (magari con l’opportuno rinforzo di F.d.I), la sinistra al prossimo giro di giostra risalirà tranquillamente in sella, posto che nulla o quasi di ciò che Salvini e Di Maio hanno promesso in campagna elettorale potrà essere realizzato, a cominciare dalla flat tax e dal reddito di cittadinanza. Risultati ancor meno eclatanti, poi, si dovrebbero registrare (purtroppo) sul fronte immigrazione, dove un governo giallo-verde non crediamo riuscirà a fare nulla più di quello che ha già fatto Minniti , a parte forse provare a concludere (onerosi) accordi di rimpatrio con i Paesi di provenienza  (che tuttavia- visto lo spaventoso sovraffollamento del continente africano – quasi mai hanno interesse a concluderli) o impedire addirittura l’attracco nei nostri porti alle navi che trasbordano i migranti. Ma si tratterebbe in questo caso di un provvedimento di estrema gravità, foriero di pesanti ripercussioni in ambito internazionale. E fallendo sull’immigrazione, materia che (piaccia o meno) ha rappresentato in tutta la Penisola il maggior volano di voti per grillini e salviniani, un governo populista potrà considerarsi già al capolinea.
Qualche risultato una compagine del genere lo potrebbe ottenere caso mai in tema di lotta alla corruzione o di sicurezza e certezza della pena, un settore – quest’ultimo – dove francamente il PD in questi anni – complice la presenza e l’influenza al suo interno di troppi epigoni del senatore Manconi – ha dato probabilmente il peggio di sé, trasmettendo all’opinione pubblica l’idea di uno Stato che costruisce ponti d’oro a chi delinque (depenalizzazioni, abrogazione di reati, carcerazione preventiva ridotta a ipotesi di scuola o quasi, sconti di pena e “ offerte speciali” a iosa ecc.) per riservare la faccia feroce al cittadino che si difende.
In ogni caso poca cosa per incassare di nuovo, fra cinque anni, la fiducia degli elettori: quando la novità fallisce, si torna all’usato sicuro. Funziona per le lavatrici come per i partiti.

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