Articolo di Francesco Caruso Luglio-Agosto 2020

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Dell’ idiozia iconoclasta ed altre amenità.

Soltanto i grandi uomini possono avere grandi difetti
François de La Rochefoucauld

Wikipedia, ormai assurta a simbolo universale della conoscenza enciclopedica ( con buona pace di dinosauri culturali come Treccani e Britannica), fa principiare i deliri iconoclastici dalla metà dell’VIII secolo d.c., precisamente dalla distruzione delle immagini sacre, considerate una forma di idolatria (la cd. iconodulia), ad opera dell’imperatore bizantino Leone III Isaurico.
Ma a ben pensarci, la (pessima) abitudine di abbattere o imbrattare statue, erme, colonne celebrative ed obelischi risale – come fenomeno diffuso – a qualche tempo prima e precisamente ai primi secoli di vita del cristianesimo, quando i misericordiosi seguaci del Cristo non esitarono, dopo centinaia di anni di persecuzioni ai loro danni, a distruggere sistematicamente templi e monumenti dell’odiata religione politeista che, fino all’editto di Tessalonica del 380 e ai conseguenti decreti dell’imperatore Teodosio, era stata il culto ufficiale dei popoli del morente impero romano.
Meticolosi in queste faccende come solo i cattolici sanno essere quando ci si mettono (secoli di crociate , stragi di S. Bartolomeo e roghi di eretici e presunte streghe stanno lì a dimostrarlo), i buoni credenti di allora, animati da ignivomo spirito di purificazione, fecero tabula rasa di tutto ciò che poteva ricordare l’immondo (per i cristiani) flagizio della fede pagana, senza risparmiare però, oltre ai simboli di marmo, anche qualche simbolo in carne e ossa come la grande filosofa neoplatonica Ipazia. Si sa, quando ti piglia la foia della demolizione, alla fine non fai molta differenza se ciò che demolisci è pietra o entità respirante.
Ma la gorghiprofonda stupidità dei nemici delle immagini ovviamente non è stata una iattura figlia solo dei furori e delle intolleranze dell’antichità e dell’alto medioevo. Nel corso dei secoli successivi , infatti, svariate volte folle in tumulto, aizzate da capipopolo faziosi e da fanatici della peggior risma, hanno dato sfogo alle loro insofferenze verso il potere o il culto di turno abbattendone i relativi emblemi.
Tutto ciò,se talvolta è stata comprensibile espressione di (giusta) rivolta verso il dispotismo , i privilegi e gli eccessi di classi sociali dominanti (pensiamo alla distruzione dei simboli della monarchia capetingia e della nobiltà transalpina durante la rivoluzione francese) o sfogo liberatorio per la caduta di dittature sanguinarie (pensiamo alla distruzione in Italia dei busti di Mussolini dopo il luglio del 43, a quella delle statue dei leader comunisti russi nell’Ungheria del 56 o al telegenico crollo dei ciclopici bronzi di Saddam Hussein nell’Iraq del 2003 ), molto più spesso è stato solo uzzolo incosciente di vandalismo demolitorio, ammantato di giustificazioni profonde e meditate quanto un aforisma di Francesco Totti e impillaccherato da petizioni di principio più vuote delle teste dei suoi autori.
E’ il caso della furia devastatrice che sta attraversando il pianeta dopo la barbara uccisione dell’americano George Floyd da parte della polizia americana e di cui hanno fatto già le spese, tra gli altri, le statue di Cristoforo Colombo negli USA, Winston Churchill in Inghilterra e Indro Montanelli in Italia.
Tralasciando la vicenda dei primi due, dove sarebbe davvero fatica sprecata star a spiegare agli onagri del mazzuolo e della vernice colorata l’importanza di figure come quelle di Colombo e Churchill, al di là di mende e debolezze di cui nessun personaggio storico (sia esso politico, scrittore o artista) è mai stato immune (il contesto, questo sconosciuto …) , voglio soffermarmi su un’ idiozia di casa nostra, ossia l’accanimento terapeutico contro l’effige milanese di Indro Montanelli che da qualche giorno ha risvegliato le intorpidite menti della galassia protestataria meneghina, a cui non deve esser sembrato vero di aver avuto in regalo, dopo lo scolorimento progressivo dell’anti salvinismo di piazza (uno scontro titanico di neuroni in saldo, da una parte e dall’altra), la possibilità di dimostrare ancora una volta all’universo mondo quanto l’ignoranza, oltre ad essere crassa, spesso può essere pure “grassa”, colante dai cervelli in fuga come il lardo fuso dei ciccioli di maiale.
Di cosa accusano Montanelli- forse il più grande giornalista italiano degli ultimi settant’anni – i Bernando Gui de noantri, i duri e puri all’amatriciana del politicamente etico e corretto, inflessibili nel bollinare con l’infamia della damnatio memoriae la benché minima deviazione dalla strada maestra della probità a prova di collettivo studentesco?
Di qualcosa di innegabilmente pravo e ributtante, su questo non c’è dubbio: nel 1936 Montanelli – allora giovane elzevirista arruolatosi come ufficiale nella guerra d’Abissinia – accettò di “sposare”, invitato a far ciò dai graduati di un battaglione di ascari (indigeni eritrei al servizio dell’esercito italiano), una quattordicenne locale, stipulando un contratto con la famiglia e versando una dote. Oggi tutto ciò si chiamerebbe schiavitù sessuale e pedofilia, due dei crimini più ripugnanti che ci siano per il comune sentire ed il codice penale. Nell’Abissinia del 1936 impalmare una minorenne era invece la normalità e forse lo è tuttora, visto che in quelle zone ancora oggi pare che l’età “da marito” delle ragazze sia fissata a 12 anni…
Ma Montanelli, si obietterà, era italiano e dunque figlio di contesti culturali più evoluti. Giustissimo, non c’è alcun dubbio, ma vorremmo sommessamente ribadire che chi si diletta a far le pulci ai vizi privati dei grandi uomini del passato, rischia di risvegliarsi in un pianeta dove l’ umanità sta ancora appesa ai rami degli alberi. Basti pensare a quel padre ignobile che è stato Jan Jacques Rousseau, che non esitò ad abbandonare alla ruota tutti e cinque i figli avuti dalla povera Teresa Levasseur, ma non per questo ebbe imbarazzi di alcun genere quando scrisse e pubblicò un romanzo pedagogico come l’Emilio, zeppo di buoni consigli sulla migliore educazione da inculcare ai fanciulli. E l’elenco potrebbe durare all’infinito.
Certo, ci sono vizi privati che indubbiamente offuscano le pubbliche virtù, a prescindere dalla statura artistica, politica o culturale del personaggio di turno. Ma nel caso di Montanelli l’episodio, quantunque repellente per la sensibilità collettiva, rimase del tutto isolato. E quello che alla fine ci resta di lui, di certo non è il ricordo dell’Abissinia del 36, ma l’idea di un giornalismo libero, mai servo del potere, qualunque forma esso assuma.
Hombre vertical, come l’ha definito oggi su Repubblica Sebastiano Messina, Montanelli, monarchico liberale dalla punta dei capelli a quella dei piedi, è soprattutto l’intellettuale che, come Curzio Malaparte (altro grande eretico del fascismo), alla fine ripudiò il regime e, come Malaparte e come il defunto presidente Ciampi, lo combatté in armi arruolandosi dopo l’8 settembre nell’esercito italiano cobelligerante con gli anglo americani.
Montanelli è l’autore di un romanzo sulla Resistenza, Il generale Della Rovere (da cui Rossellini nel 1959 trasse il famoso film con Vittorio De Sica), ispirato alla sua prigionia nelle carceri nazifasciste di S.Vittore.
E’ il giornalista dallo stile inimitabile – terso, elegante ma, al contempo, scevro da inutili orpellerie lessicali – e dalla penna intinta nel curaro, implacabile nel denunziare nefandezze e intrallazzi di quel lercio contubernio tra politica e affari che per decenni ha ammorbato le istituzioni repubblicane (“c’è un imprenditore edile venuto dal nulla che a Milano sta costruendo un grande complesso edile chiamato Milano 2: chi gli ha dato i soldi?”, dal Corriere della Sera, 1967).
E’ l’uomo che ha detto no a Berlusconi quando voleva asservire lui e il giornale da lui diretto (di proprietà del Cavaliere) alle proprie mire politiche.
E’, infine, il delizioso divulgatore che ci ha regalato, insieme al compianto Roberto Gervaso, quel capolavoro editoriale chiamato Storia d’Italia, un testo che gli innumerevoli estimatori ,più che per il rigore storiografico, leggono per il piacere del proseggiare montanelliano, una vera e propria immersione nel bello e corretto scrivere che riconcilia il cuore e l’animo con la lingua italiana, tanto maltrattata negli ultimi anni da anglismi d’ accatto, espressioni gergali, sintassi e ortografia creative.
Montanelli è stato tutto questo. Prima di tutto.
Chi ne imbratta la statua è, invece, prima di tutto un impolluto (si spera) imbecille, al servizio di un cretinismo di sinistra talmente insolente e presuntuoso da suggerire feraci gemellaggi con quello di destra. Tanto l’ottusa intolleranza verso le altrui opinioni è la stessa, così come identiche sono l’assoluta impermeabilità al confronto, lo spessore caliginoso delle proposte politiche, la ruvida elementarità dell’ impalcatura ideologica, la sconcertante adiaforia verso tutto ciò che possa anche minimamente incrinare la salda fede nei confronti del mondo in bianco e nero in cui si sono imbozzolati.
Si dirà: sono giovani. Compagni che sbagliano per il troppo afflato mistico e il troppo entusiasmo tipico dei ventenni. E solitamente sono anche ragazzi di buona famiglia borghese, per citare Pasolini. Comunisti col cashmere, insomma. Ma allora proprio perché saranno, tra non molto, classe dirigente, come i loro padri del 77 e i loro nonni del 68, a maggior ragione questo Paese, insieme al vaccino anti covid, dovrebbe perseguire l’obiettivo di realizzare un farmaco che ne sviluppi in tempo, se e per quanto possibile, le cellule encefaliche. Altrimenti in un futuro prossimo costoro sarebbero capaci di deturpare, che so, pure la pala d’altare di Giotto con le Storie di San Francesco, perché, predicando una vita frugale e lontana da lussi e piaceri mondani, il povero santo avrebbe così condannato generazioni intere di umili ad un’eterna inopia.
Niente di strano: nel fantastico mondo di Amelie di lor signori, i fatti da sempre sono soltanto ed unicamente un’opinione.

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Articolo di Francesco Caruso Aprile-Maggio-Giugno 2020

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Il ridicolo tra noi

La vita è sogno, diceva Calderon de La Barca, senza precisare però che qualche volta può pure essere tragedia o barzelletta.
Se così è, possiamo affermare senza tema di smentita che la proteiformità della vita umana, nel corso della spaventosa vicenda pandemica che il mondo sta vivendo, nel nostro Paese di certo si è già manifestata in tutte e tre le sue forme.

E’ stata, infatti, e continua ad essere tragedia, immane e devastante tragedia, dentro i centri di rianimazione e nelle bare trasportate al cimitero dai camion dell’esercito.
E’ stata e continua ad essere sogno nelle numerose iniziative di solidarietà di associazioni e singoli cittadini, nate spontaneamente in tutta Italia, verso chi ha dovuto chiudere la propria attività, ha perso il lavoro o si trova comunque ,a causa del lockdown imposto dal governo, in gravi difficoltà economiche.E’ stata e continua ad essere, tuttavia, anche barzelletta nelle dichiarazioni di certi giornalisti e di certi politici (Borgonovo della Verità – giornale di riferimento di un noto ex vice premier invocante i pieni poteri – che si lamenta dell’autoritarismo di Conte, è una roba da lasciare senza munizioni pure la Mastercard…), nelle iniziative velleitarie, estemporanee  e, diciamolo, spesso anche latamente eversive di certi “governatori” e , non ultimo, nella pletorica e disordinata produzione di regolamenti, ordinanze e circolari vomitati quasi quotidianamente da governo, regioni e comuni. Una bulimia normativa che ha generato spesso confusione, imbarazzo, incertezze interpretative (la famosa questione dei congiunti e degli affetti stabili nel DPCM fase 2) e financo capziosità ragionieristiche spesso di involontario, comico effetto (l’elenco minuzioso delle attività economiche da chiudere o da riaprire riportato degli allegati ai DPCM o l’elenco minuzioso di ciò che i cittadini potevano o non potevano fare).

Sorvolando sulle corbellerie emanate compulsivamente, durante questi ultimi mesi di passione, dagli organi vocali di giornalisti, politici, opinionisti e ogni tanto pure di medici ed epidemiologi, e volendo invece concentrare la nostra attenzione sul ridicolo dei palazzi istituzionali, davanti alla rivolta e alle iniziative dei presidenti delle regioni, convinti che la riforma del Titolo V della Costituzione abbia trasformato i territori che governano in pezzi di Italia dove la legge dello Stato non protegge più, perché bastano e avanzano le manzoniana grida del balivo di turno, la modesta proposta che chi scrive rivolge a chi di dovere sarebbe quella di mandare in discarica, senza rimpianti, la riforma del Titolo V della Costituzione, che – insieme al dioscuro TUEL – “infiniti lutti addusse” da quando è entrata in vigore, e tirar fuori dagli armadi il cd. Progetto 80 , un progetto elaborato oltre 40 anni fa dalla Società geografica italiana che prevedeva l’abolizione delle regioni e il ripristino delle province, ridotte però a 35 e con “unghie” decisamente più limate rispetto a quelle delle attuali regioni, a partire da consigli, consiglieri, consigliori, consiglieri di consiglieri e gettoni di presenza.

Così si spazzerebbero via in un colpo solo – si spera, in Italia mai dare certe cose per scontate – i ciucci di amici, parenti e società collegate, la massa debordante di sciupii e spese inutili, la mole sempre generosa di prebende e sinecure, le pretese “catalane” di certi governatori.
Perché l’autonomia è una cosa affatto seria, i sangiaccati un’altra niente affatto seria e non è un Paese normale quello dove il governo, per bloccare un’ ordinanza regionale che viola palesemente le leggi dello Stato (ricordiamo che l’art. 3, comma primo, del DL 19 /2020 ha stabilito che, in tema di obblighi e divieti anti Covid-19, i DPCM prevalgono sulle ordinanze regionali, le quali possono introdurre soltanto disposizioni più restrittive), è costretto a rivolgersi alla magistratura amministrativa, senza poter annullare direttamente il provvedimento dell’ente intermedio.

Altrimenti ci dicano chiaramente che questo Paese è ad un passo dal ritornare a Franceschiello, Cecco Beppe, Papa Re e granduchi di Toscana e noi qua in Sicilia, dove la dominazione borbonica non è mai stata molto gradita, proveremo a richiamare arabi e normanni…

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Articolo di Francesco Caruso -Gennaio/Febbraio/Marzo 2020

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L’importanza di chiamarsi Pubblico

“Prima o poi, se si vive abbastanza, i cerchi si chiudono” Isabel Allende

Alla fine doveva succedere e alla fine è successo. La dannunziana favola bella si è tramutata in un’ orrifica creatura di H.P. Lovecraft e il Paese guascone e troppo spesso anche fanfarone, amante della crapula e del convivio, capace in ogni occasione di irridere e irridersi, si è risvegliato più tetro di un borgo di campagna della bassa Sassonia, più triste e desolato di un’isola in balia delle tempeste del mare del Nord. L’emergenza epidemiologica in atto l’ ha trasformato all’improvviso dal gioiello di cultura e natura che il mondo ci invidiava nell’inquietante rappresentazione vivente di un romanzo distopico, uno di quelli dove un morbo misterioso e implacabile dissemina di cadaveri sfatti e putrescenti ogni angolo di strada.
Eravamo abituati a cartoline del nostro Paese dove la didascalia più ovvia da mettere per cartiglio è stata sempre un sorriso nella bocca di un inguaribile e trascinante logorroico, la stiamo sostituendo con quella del monatto di Manzoni. Che poi il logorroico del cartiglio fosse un lombardo, veneto, toscano, romano, napoletano o siciliano importava poco: c’era in questo Paese, nella gente di questo Paese, al di là del mito delle sue diversità e rivalità di campanile, un minimo comune denominatore fatto di sapida ironia, fatalismo, socialità, buon senso d’antico retaggio, orgoglio individualista, vanagloria, testardaggine e genio che niente e nessuno, nemmeno due devastanti guerre mondiali con il loro cascame di morti e carestie, hanno mai messo in pericolo. Ci voleva un killer invisibile e spietato venuto da lontano per dissipare tutto questo tra le nebbie di un’alba lodigiana: oggi nelle belle facce dei nostri connazionali del nord, del centro e del sud si vede spesso solo smarrimento e paura. E dolore, per i troppi cadaveri che questo morbo sta seminando ogni giorno dentro gli ospedali.
Ma accanto alla paura e al dolore sta emergendo prepotente anche un altro mostro, un altro raccapricciante Cthulhu, a contendere il podio agli altri due incubi: la fatica. Fatica vera, di membra e di testa, greve e senza sconti. La fatica dei tanti operatori sanitari, poliziotti, militari, funzionari e impiegati impegnati quotidianamente a fronteggiare il virus e le conseguenze del virus. A costo di infettarsi anch’essi, come purtroppo è capitato e continua a capitare.
Ecco, quando tutto questo sarà finito e sarà solo un angoscioso ricordo da chiudere nei cassetti della memoria, se vedremo un diamante spiccare in mezzo al letame, quel diamante sarà la rivalutazione collettiva di un’intera e consistente fetta di popolazione italiana, i pubblici dipendenti: vasta porzione di cittadini finora esposta quotidianamente al pubblico ludibrio ed alla pubblica esecrazione da una narrazione – in parte disonesta e in malafede, in parte condizionata da campagne di stampa prezzolate – che la voleva dedita solo a rubare stipendi, a riscaldare sedie, a timbrare cartellini di presenza in mutande o a farlo per altri, a trascorrere le ore di lavoro bighellonando tra bar, supermercati e palestre.
Ha fatto comodo a qualcuno in questi ultimi anni usare il metodo induttivo nel giudicare il nostro pubblico impiego, facendo credere che pochi mascalzoni fossero rappresentativi degli usi e costumi dei tre milioni di civil servants che ogni mattina, per retribuzioni spesso al limite della sussistenza, si alzano dal letto per offrire ad altri cittadini e alla comunità tutta servizi che altrimenti quei cittadini, quella comunità, dovrebbero pagare a peso d’oro. Stiamo parlando di insegnanti, di uomini e donne delle forze dell’ordine,di medici, infermieri, vigili del fuoco, ministeriali, operatori ecologici ecc.: spina dorsale di un Paese che, grazie a loro, può permettersi di ricoverare centinaia di persone in rianimazione senza doversi chiedere prima se possiedano o meno un’adeguata assicurazione sanitaria. Per esempio.
“Sono troppi, sono inutili, sono la palla al piede del Paese”. Quante volte abbiamo sentito questi ragionamenti in bocca a politici, giornalisti, economisti, imprenditori. Quante volte li abbiamo sentiti questi discorsi e quale voragine di guasti hanno provocato dagli anni novanta ad oggi. In nome del privato che è sempre bello e del pubblico che è brutto per codice genetico.
E’ a causa di questa oscena narrazione, figlia di un disegno liberista di smantellamento dello Stato sociale in tutte le sue espressioni che ha goduto a lungo, purtroppo, anche di un largo consenso nell’opinione pubblica e della correità pelosa di forze politiche che avrebbero dovuto in astratto avversarla, che oggi ci ritroviamo un Servizio sanitario nazionale tanto eroico nei suoi uomini e nelle sue donne quanto disarmato, come un esercito sterminato ma privo di munizioni. E’ grazie alle castronerie propalate per anni da opinionisti e organi di informazione su un contenimento della spesa pubblica da perseguire unicamente tagliando personale, strutture e servizi, che ci ritroviamo con intere zone d’Italia senza ospedali, tribunali, scuole, presidi di pubblica sicurezza.
Ecco, se alla fine di questa via crucis capitataci proditoriamente tra capo e collo, noi che siamo, in Europa, i bardi della bellezza e dell’armonia, custodi da sempre di un’idea di civiltà e progresso che non disdegna l’edonistico piacere della “sostenibile leggerezza dell’essere”, ritroveremo anche l’orgoglio di appartenere ad una nazione che non disprezza chi lavora in essa e per essa, allora forse tutto questo avrà avuto comunque uno sberluccichio di positività, fievole lucore nel buio fitto della notte del virus.

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