Lettera aperta a Luca Telese

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In Onda, la trasmissione della 7, che durante l’estate è affidata alla strana coppia Telese-Parenzo, come pietanza principale di tutti i suoi appuntamenti serali ha scelto – manco a dirlo – di puntare su Salvini, barconi e porti chiusi. Fin qui niente di strano, lo fanno tutti i talk show degli ultimi anni perché è argomento che garantisce quasi sempre il minimo sindacale di ascolti e spesso molto di più. Ne sa qualcosa, ad esempio, la loro collega algida e taccospillata Lilli Gruber, che conduce la versione invernale del medesimo programmam (ossia 8 e mezzo)  ma con un gradimento di pubblico decisamente superiore a quello finora raccattato faticosamente dalla premiata ditta Luca&David.
Ho scelto Telese, quale destinatario del sottostante modesto parere sulla questione, e non Parenzo per la semplice ragione che mi sembra decisamente meno ideologicizzato dell’altro e dunque più disponibile a ragionare sulla fondatezza o meno di opinioni diverse dalla sue, notoriamente collocate, come la gran parte dei commentatori e degli intellettuali di area progressista, sul versante accoglientista della barricata.

Caro Telese, un consiglio da chi ha respirato per quarant’anni anni sinistra, a casa e fuori, ma che su sicurezza e immigrazione non è mai stato d’accordo con le sue politiche solle e inconcludenti e per il semplice motivo che quando la sinistra trascura questi temi o se ne occupa male (ossia sempre), poi arriva la destra, quella vera. Il consiglio, dunque: non parlate soltanto del salvataggio, parlate qualche volta della permanenza nel territorio italiano dei cd. salvati e spiegate le pastoie giuridiche e burocratiche per le quali chi viene salvato da noi resta in eterno da noi, buono o cattivo che sia, profugo (dieci per cento) o meno (tutto il resto). E non tirate fuori la solita storia degli accordi di rimpatrio, perché  nessun Paese africano, a parte quelli che già li hanno firmati, li firmerà mai . Chi è quel fesso di politico con problemi di sovraffollamento che si ripiglia in casa migliaia di giovanotti ventenni o trentenni? Perché poi, parliamoci chiaro, la vera ragione dell’esodo dall’Africa non è la fame ma, paradossalmente, la minor fame e la minor mortalità infantile rispetto al passato. Minor fame significa avere i soldi per gli scafisti, minore mortalità infantile significa che i quindici figli che sforna ogni madre africana arrivano- grazie a Dio o chi per lui – quasi tutti alla maggiore età. Ma siccome non c’è PIL che tenga quando una nazione con milioni di abitanti deve fronteggiare simili tassi di natalità, ecco la soluzione del barcone.
In tutto questo, poi, quando sento parlare – a parte la sempiterna Antigone – di norme superiori , di confini da spezzare e di accoglienza ad libitum, vorrei sommessamente ricordare a certi giuristi tre palle un soldo che un certo art. 10 del T.U. Immigrazione, già presente nell’attuale veste nella versione Turco-Napolitano del T.U., ancora non l’ha abrogato nessuno. Se lo vadano a leggere…
Cordiali saluti
Francesco Caruso

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Premio Letterario Paolo Lidestri_Anno 2019

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PREMIO LETTERARIO NAZIONALE PAOLO LIDESTRI- II^ Edizione – TUSA (Me) – Anno 2019

NOTA: diversamente da quanto indicato nel bando la scadenza per la presentazione degli elaborati è stata prorogata al 31 luglio 2019.

Visualizza e scarica il nuovo bando di partecipazione al Concorso del 2019

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Una generazione senza memoria

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Tra la panoplia di apprezzamenti che ha suscitato quest’anno la scelta delle tracce per la maturità 2019, con illustri intellettuali forse stupiti che un MISE a guida leghista non avesse suggerito temi su Brenno e Vercingetorige (…) , ha destato a sua volta stupore l’alzata di scudi di quei (pochi, per la verità) docenti ed esperti che hanno lamentato il totale scollamento degli argomenti proposti dalla realtà quotidiana dei giovani d’oggi.
L’obiezione ha avuto, come prevedibile conseguenza, l’unico effetto di scatenare il sarcasmo e la fantasia degli utenti dei social, in una gara a chi azzardava la terna più aderente ai desiderata dei maturandi 2019, tra vita e opere di Fedez, esegesi delle fonti di XFactor ed etica del selfie nella società dell’immagine.
E’ indubbio che la gran parte degli studenti probabilmente avrebbe preferito un Bartali giudice a XFactor o uno Sciascia influencer su Instagram, ma la domanda che dobbiamo porci è un’altra: ha ancora un senso in questo Paese studiare il passato? Ha ancora un senso analizzare fatti e personaggi – siano essi scrittori, sportivi o uomini politici – figli di epoche ormai sideralmente lontane dalla vita quotidiana degli adolescenti italiani?
Sì, ha un senso e oggi più che mai. Le ultime generazioni, senza con questo voler generalizzare e affibbiare patenti collettive, paiono talvolta vivere in una bolla di autosufficienza dove la data di nascita del pianeta coincide con quella dei suoi abitanti. A maggior ragione, dunque, è compito della scuola provare a far volgere loro indietro lo sguardo, soprattutto perché così si accorgerebbero che molte delle cose che oggi  a loro non piacciono, a cominciare dal precariato, dai rigurgiti di fascismo e della devastazione del pianeta, trovano i prodromi in ciò che è accaduto o è stato scritto molto tempo prima che nascessero. E’ vero, è la solita sinfonia della Storia maestra di vita, della Storia strumento di comprensione del presente attraverso il passato sentita tante volte dalla bocca dei professori, ma oggi più che mai questa funzione mantica che si attribuisce da sempre agli studi storici, questa capacità di interpretare la modernità per mezzo del già visto e vissuto, appare davvero indispensabile corredo di chi voglia attrezzarsi adeguatamente di fronte alle contraddizioni e alle lacerazioni della società contemporanea.

Francesco Caruso 

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