Articolo di Francesco Caruso – Settembre 2018

Figlioli miei, razzisti immaginari.

“Il potere di disciplinare l’immigrazione è una manifestazione essenziale della sovranità dello Stato, la quale comporta il controllo del territorio (Corte Costituzionale, sentenza n. 250/2010) 

Lo Stato non può (…) abdicare al compito, ineludibile, di presidiare le proprie frontiere: le regole stabilite in funzione di un adeguato flusso migratorio vanno dunque rispettate, e non eluse (…) essendo poste a difesa della collettività nazionale e, insieme, di tutti coloro che le hanno osservate e che potrebbero ricevere danno dalla tolleranza di situazioni illegali” (Corte costituzionale, sentenza n. 353/1997).

Esiste   una differenza tra la posizione del cittadino e quella dello straniero, nel senso che il cittadino ha diritto di risiedere nel territorio dello Stato senza limiti di tempo, mentre lo straniero è soggetto ad apposite autorizzazioni (Corte costituzionale, sentenza n. 244 del 1974).

La  posizione dello straniero che soggiorna  in Italia non è di diritto soggettivo ma di interesse legittimo (Corte di cassazione,  sentenza n. 6370 del 2004)

Dal Corriere della Sera di oggi: “Agitu, la ragazza etiope che alleva capre in Trentino: ‘Io minacciata di morte perché nera’ “

Ecco, signori, questo è razzismo. Prendiamo in mano una volta per tutte un buon vocabolario e rimettiamo le parole al loro posto, smettendola di evocare il  razzismo per eventi e circostanze che nulla con esso hanno a che vedere. Il termine razzismo negli ultimi anni è diventato infatti una sorta di silos dove  poter stipare di tutto e l’aspetto grave della vicenda è che anche l’autorità giudiziaria italiana, in un contesto legislativo che già da tempo prevede norme severe per chi commette reati aggravati da una matrice razziale (L. 654 del 13.10.1975 e D.L. n. 122 del 26-04-1993, convertito dalla L. n.205 del 25-06-1993) , pare talvolta voler seguire quest’onda esegetica.

D’altronde il dibattito sull’immigrazione si è talmente incarognito negli ultimi tempi, con le due claque contrapposte dell’oltranzismo accoglientista e di quello xenofobo che strepitano in continuazione impedendo ogni riflessione seria sul fenomeno, che sembra già tanto non aver partorito ancora, alternativamente,  i traghettamenti  di massa o le cannonate sui barconi.

L’arrivo di Salvini al Ministero dell’Interno ha ovviamente inasprito le contrapposizioni tra le due “tifoserie”, ma non si può dire onestamente che abbia dato una colorazione razzistica al governo gialloverde. Salvini sta semplicemente continuando a fare, con altri mezzi, quello che aveva già fatto il tanto vituperato (da ONG , intellettuali, mondo cattolico ecc.; non certo dalla maggioranza dell’opinione pubblica…) Minniti, ossia ridurre al massimo gli sbarchi. Perché un conto è salvare vite umane, un altro accogliere sine die. Peccato  che le due cose, per l’attuale quadro normativo nazionale e internazionale sulla materia, purtroppo coincidano.

Dunque il leader della Lega altro non sarebbe che il secondo di una ideale staffetta. Eppure da giorni stiamo assistendo alla commedia plautina di tanti denigratori di Minniti  che , improvvisamente illuminati dal Verbo, ora ne  cantano le laudi dimenticandosi (si fa per dire) che tra i due solo il metodo è diverso: Minniti i migranti li bloccava in Libia, Salvini – che non ha le “entrature” internazionali del predecessore – li blocca in mare. O nei porti.

Il pericolo in  tutto ciò è che la confusione tra vero razzismo e mera insofferenza porti giornali, politica e social media ad adottare prese di posizione che invece di contrastare il razzismo rischiano di vellicarlo, seppur involontariamente.  Protestare contro l’arrivo dell’ennesimo carico di migranti nel centro accoglienza già super affollato, è cosa ben diversa dalle offese ripugnanti e dal teppismo vigliacco e infame ai danni di una ragazza etiope che ha l’unica colpa di aver avviato una attività economica nel nostro Paese. Mettere i due fatti sullo stesso piano significa permettere ai razzisti veri di poter invocare le stesse scusanti, spesso indubbiamente fondate, dell’ insofferenza generata dal disagio. Errore madornale.