Articolo di Francesco Caruso – Ottobre 2016

La comprensione dell’art. 70, una misura alternativa alla detenzione

“…Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti..” Estratto dal nuovo art. 70 della Cost.

Prevengo già in avvio l’obiezione benaltrista e pro governativa: “ma perché tutta questa acredine verso il povero art. 70? Concentriamoci invece su altri aspetti della riforma, per esempio l’abolizione dell’elettività dei senatori “ (sostituiti dai nominati: volevamo – non tutti per la verità – il taglio dei parlamentari e la fine del bicameralismo perfetto, ci ritroviamo con la Camera dei Lords), “ il taglio dei costi della politica” (che è diventato una sorta di cacio sui maccheroni, va bene dappertutto, pure in posti dove nessun radar l’ha mai inquadrato, come nel caso della riforma renziana), “la fine della potestà concorrente Stato-Regioni” (l’unica ombra di apparente positività della riforma, che vorrebbe metter fine all’obbrobrio pseudo-federalista del 2001).
Suvvia, povero art. 70 ,che sarà mai!
Sarà, invece, perché l’articolo 70, parto dei feraci ingegni dell’entourage renziano, pare scritto da un paziente del compianto scrittore-psichiatra Mario Tobino. Vabbe’, si potrebbe dire, sono trent’anni almeno che in Italia si scrivono norme prolisse, scritte in un italiano pedestre, cambiate già un mese dopo la loro promulgazione. Una in più o in meno, che differenza fa?
Fa, hai voglia. Parliamo della Costituzione, la legge fondamentale dello Stato, quella che il legislatore ha l’obbligo di rendere chiara a tutti, anche all’ottantenne con la terza elementare, e di formularla attraverso enunciati normativi sintetici. Non è la legge di stabilità -indigeribile casatiello che contiene di tutto – non è un qualsiasi corpus normativo ordinario di quelli che governo e parlamento si divertono continuamente ad allungare, complicare, raffazzonare, ingarbugliare, con l’unica costante dell’ingiuria alla lingua italiana e ai fondamentali del corretto legiferare. La Costituzione è la madre di tutte le leggi e tutti devono in teoria poter sapere cosa vuole dai e per i cittadini italiani.
Ma, al di là del fatto in sé, quello che davvero angoscia chi ha una minima conoscenza e un minimo rispetto per la millenaria tradizione giuridica italiana è che il legifare alla sanfasò, invece di arrestarsi (che sarebbe l’ora…), abbia tracimato a tal punto da allagare persino il sacro altare costituzionale. E’ un processo degenerativo che dura ormai dai primi anni ottanta ma che solo nell’ultimo quindicennio ha raggiunto insostenibili vertici di stupidità e pressappochismo. Non si invidiano di certo gli attuali studenti di giurisprudenza, chiamati ad imparare simili, incomprensibili “mappazze”, e tanto meno i loro docenti, chiamati ad agevolargli l’immane compito.
Per rendersi conto di quello di cui stiamo discutendo, basta andarsi a leggere l’ultima versione di un qualsiasi articolo del T.U. edilizia (D.P.R. 380 del 2001) o del T.U. immigrazione (D.Lgs. n. 286 del 1998) e confrontarlo con una qualsiasi disposizione legislativa emanata negli anni cinquanta o sessanta. Se poi volessimo farci ancora più male, il confronto si dovrebbe estendere ad una legge post unitaria o della prima metà del novecento. Ma è passo che si sconsiglia ai deboli di cuore.
Una norma giuridica, si insegnava una volta, deve avere determinate caratteristiche che la connotino come tale. Il compianto costituzionalista Temistocle Martines, “figlio spirituale” del grande Mortati, nel suo insuperato manuale le individua nella positività o effettività (la norma deve enunciare un interesse vigente nella comunità o predisporre gli organi e le procedure necessari per il suo soddisfacimento e la sua tutela); nella coattività (attributo questo, però, che non appartiene a tutte le norme giuridiche, poiché non tutte contengono un comando presidiato da una sanzione); nell’esteriorità (la norma giuridica disciplina la vita di relazione e ne organizza i modi di svolgimento) e, dulcis in fundo, nella generalità ed astrattezza. Cosa sarebbero? Sono gli ingredienti che, se utilizzati dal legislatore italiano contemporaneo, gli eviterebbero di sfornare torte giuridiche immangiabili come quelle che è aduso produrre: la generalità è l’attitudine della norma a regolare categorie di fatti o di comportamenti senza riferimento a situazioni o soggetti determinati (a quello provvede l’atto amministrativo); l’astrattezza è la previsione in via ipotetica dei fatti o comportamenti descritti dalla norma .
Questi ultimi due requisiti postulano necessariamente una tecnica legislativa basata sulla concisione (per quanto possibile) dei costrutti della norma e sull’utilizzo di vocaboli appropriati. Appropriati, si badi bene, dal punto di vista giuridico, non solo linguistico. Onere e obbligo, tanto per fare un esempio, nella lingua italiana sono sinonimi o quasi. Nel linguaggio giuridico definiscono due fattispecie sensibilmente diverse: l’onere è un comportamento che l’interessato deve osservare se vuole ottenere un vantaggio per la propria situazione giuridica; l’obbligo è il dovere di comportarsi in un certo modo imposto dall’ordinamento a tutela di interessi sia dei singoli che della collettività e senza alcun beneficio per chi lo assolve.
Dopo questa parentesi un po’ pedante (e di cui domando scusa), il lettore comprenderà bene quanto lontano sia oggigiorno il legislatore italiano dal rispetto dei canoni appena enunciati. Lo stesso Martines, in anni peraltro non sospetti perché ancora sostanzialmente immuni dallo straripamento del fenomeno, scrive con tono giustificatorio che il carattere della generalità e dell’astrattezza “è ormai controverso, ritenendosi che non valga più a definire la giuridicità della norma in una società come l’attuale, sempre più frammentata in gruppi che richiedono trattamenti normativi differenziati ed adeguati alle esigenze emergenti”. Ma lo stesso luminare subito dopo aggiunge che “ tuttavia, sia dato notare che l’avere accantonato…il carattere della generalità e dell’astrattezza pregiudica, in certa misura, la stabilità dell’ordinamento e la certezza del diritto” Mantenendo invece fermo il carattere in questione, prosegue il giurista, “è possibile porre una differenziazione fondamentale fra il previo ‘ disporre’ in generale e in astratto per tutti i possibili casi futuri e il concreto ‘provvedere’ nei singoli casi particolari”.
Siamo arrivati alla rotatoria del problema, al punto in cui , cioè, si capisce che strada vuole prendere: l’abbandono della generalità e dell’astrattezza delle norme giuridiche è funzionale ad un impiego dello strumento legislativo per la cura di interessi e situazioni particolari, perché non dispone, come dovrebbe, ma provvede. Fa, cioè, il mestiere dell’atto amministrativo, ma nei modi e con la imperatività erga omnes della norma giuridica. E lo fa ricorrendo a piene mani ad un periodare solitamente convulso e pasticciato, in grado di confondere e depistare chi vorrebbe magari cercar di capire se l’interesse che la norma x intende tutelare sia o meno meritevole di tale autorevole tutela.
Ebbene, se tutto ciò è già abbastanza grave con riferimento alla produzione legislativa ordinaria, diventa esiziale per l’architettura ordinamentale dello Stato e per gli stessi equilibri democratici se applicato alla Costituzione. Un motivo in più, dunque, per rimandare a settembre la riforma di Renzi, con l’intimazione a preparare bene gli esami di riparazione.