Articolo di Francesco Caruso – Dicembre 2016

Una doverosa precisazione: l’articolo è stato scritto alla vigilia del voto referendario ma anche se fosse stato scritto dopo,  sostanza del messaggio e contenuti non sarebbero mutati. Gli unici elementi nuovi  sarebbero stati, ovviamente, i riferimenti  temporali e  un altrettanto ovvio – ma breve – commento sulla valanga di no che domenica scorsa ha travolto Renzi e il renzismo. F.C. (8-12-2016)

Perchè sì (turandomi il naso)

Da un no deciso agli inizi della sarabanda referendaria, chi scrive veleggia sempre più verso il sì al referendum confermativo del 4 dicembre. Un sì poco convinto, lo dico subito a scanso d’equivoci, maturato sull’onda di una esagerazione dei toni, da parte dei sostenitori della seconda metà dell’opzione, che francamente sto trovando fastidiosa.
Nessuna folgorazione sulla strada per Damasco del Renzi-pensiero, dunque, nessun ripensamento sulla qualità del testo proposto dalla Boschi e approvato in illo tempore anche da tanti che oggi sbandierano orgogliosamente il proprio no. La riforma resta una riforma frettolosa, in parte scritta giuridicamente male e basterebbe chiedere a Benigni di leggere in pubblico il nuovo art. 70 sulla ripartizione della funzione legislativa tra Camera e Senato per convincere anche i più accaniti fan di Renzi a bocciarla. Tuttavia, non è una novità (come ho già scritto altrove) che le leggi in Italia, dagli anni 90 ad oggi, vengano redatte in modo francamente pedestre, con un periodare eccessivamente lungo, non di rado sintatticamente imbarazzante e con contenuti rabberciati, sconclusionati, in contrasto con altre disposizioni superiori dell’ordinamento o con la stessa Costituzione e qualche volta pure con altre disposizioni della stessa legge o dello stesso articolo.
Nemmeno la Costituzione (forse il testo di legge più chiaro, fino a poco tempo fa, di tutta la legislazione post unitaria) è riuscita alla fine a sfuggire a questo andazzo, teso a complicare la vita e la comprensione dei precetti sia ai semplici cittadini che agli operatori del diritto. Ma siccome, a sentir qualche ministro, le leggi devono essere tutto meno che comprensibili, rassegniamoci ad un legislatore al cui confronto la Pizia pare la quintessenza della chiarezza e della semplicità e tiriamo avanti, ossia guardiamo al merito della riforma.
Nel merito, io sinceramente non riesco a immaginare (certamente per limiti insormontabili di cultura e personalità) l’immane cataclisma che ci dovrebbe cadere sulla testa se il risultato referendario dovesse dar ragione al premier. A sentire le profezie di sventura dei partigiani del no, il giorno dopo l’approvazione della riforma Boschi l’Armageddon busserebbe alle porte del nostro Paese, recando seco sventure pubbliche e private, carestie, invasioni di cavallette, epidemie di peste e vaiolo, desertificazione delle vallate alpine e inabissamento di Sicilia e Sardegna. Per non parlare della resurrezione di un certo tizio con i baffetti neri e la svastica al braccio, come nel celebre romanzo di Timur Vermes .
Vero è che neppure dall’altra parte ultimamente ci stanno andando leggeri, con esponenti di autorevoli istituzioni italiane ed internazionali che da mane a sera ci ripetono il mantra delle riforme a rischio e dello spread pronto a schizzare alle stelle, agitando al contempo lo spettro di un ritorno di quei governi tecnici notoriamente tanto amati dagli elettori italiani, specialmente dopo l’esperienza dell’esecutivo Monti. La posizione di giornali neocon, istituzioni economiche, banche, tecnocrazia Ue e compagnia danzante però è comprensibile: Renzi, che – da buon centrista- ha all’attivo finora cose di destra (job act) e cose di sinistra (gli 80 euro, dite quello che volete, sono andati a impinguare tasche spesso desolatamente vuote e se non è di sinistra provare a impinguare le tasche vuote del prossimo…), garantisce la stabilità del Sistema, ovverosia di quella enorme gabbia nella quale stolidamente ci siamo andati a infilare quando abbiamo consentito che i nostri titoli di Stato passassero da mani italiane a mani straniere. Insomma, agli investitori esteri – cioè ai creditori dell’Italia, per farla chiara – interessano le acque chete che solo un governo nel pieno dei propri poteri può assicurare e oggi le acque chete si chiamano governo Renzi, così come nel passato si sono chiamate Monti o Letta. Delle possibili ricadute negative di certi ritocchi della Carta fondamentale in termini di democrazia e partecipazione popolare se ne infischiano bellamente: non è un problema che li riguardi e, anzi, meno democrazia e meno coinvolgimento dei cittadini ci sono dentro le Costituzioni e meglio è per loro. Memorabile, sull’argomento, la famosa presa di posizione in tal senso di una nota banca d’affari statunitense. Renzi è pienamente consapevole dell’appassionato endorsement dei cd. Poteri Forti per la sua riforma, ma si guarda bene dal farne vanto. E lo stesso dicasi per ciambellani e giannizzeri: avere una stilla di consenso dalle parti di Goldman & Sachs significa perderne intere autobotti dalle parti degli elettori.
Veniamo ora all’altro lato della barricata. Ad osservarne dall’alto gli schieramenti sul campo di battaglia sorge spontanea alle labbra l’espressione hic sunt leones : agguerriti, esagitati, millenaristi, danno l’impressione (molti, non tutti per carità) di urlare anche quando parlano pacatamente. Ad occhio, sembrano i germani di Arminio pronti a scatenare l’inferno sulle ordinate legioni di Varo. Dentro, come nelle tribù barbare che premevano ai confini dell’Impero romano, c’è infatti di tutto: dall’estrema destra all’estrema sinistra, da stimati e tranquilli docenti di diritto pubblico a star del rock o del rap, da intellettuali a leader operai, da politici integerrimi a politici in pericolosa confidenza col codice penale. A giganteggiare su tutti, manco a dirlo, le debordanti e aggressive arringhe da capopopolo di Beppe Grillo.
Qual è il collante di questa che il Presidente del Consiglio ha definito poco elegantemente una “accozzaglia”? Per alcuni è la sacralità della Costituzione del 1948, per altri l’antipatia per Renzi e il renzismo, per altri ancora il possibile tornaconto politico (Salvini, i 5S) o la vendetta per un mancato tornaconto personale (D’Alema, Berlusconi).
Tralasciando le ragioni poco nobili di tutti gli altri, proviamo ad analizzare quelle più serie dei primi. La Costituzione del 1948 è certamente la nostra Vestale, sacra e intoccabile come lo erano le vere vestali dell’antica Roma. Un Paese-arlecchino come l’Italia, nato male e cresciuto peggio, ha bisogno più di altri di simboli identitari e la Costituzione repubblicana, insieme alla Presidenza della Repubblica, finora ha svolto egregiamente questo compito, grazie soprattutto all’oggettiva bellezza dei suoi principi fondamentali e alla felice formulazione lessicale dei suoi articoli, parto di menti intellettualmente e moralmente superiori a quelle di chi li ha seguiti sugli stessi scanni (piccola annotazione fuori sacco: si dice e si scrive ‘scanni’ e non ‘scranni’).
Ciò detto, chiediamoci adesso se la sacralità violata dalla riforma Boschi sia giusto riferirla a tutta la Carta o solo ai suoi principi fondamentali. Personalmente non ho dubbi nel rispondere che la valenza di un così nobile attributo può avere una sua ragione e una sua dignità solo se correlata ai postulati basilari del patto consociativo e ai diritti e doveri dei consociati. Ne resta fuori, pertanto, il funzionamento concreto della macchina-Stato a cui sono dedicate le altre parti della Costituzione. Là invocarne l’intangibilità avrebbe un senso solo davanti alla minaccia concreta di una pericolosa involuzione in senso autocratico o oligarchico, ma francamente non mi pare questo il caso, nonostante le tante cassandre che da mesi prospettano lo spauracchio di una dittatura renziana in caso di vittoria dei sì.
La riforma Boschi non è la legge Acerbo e non contiene alcun germe di deriva autoritaria, è una riforma che sostanzialmente si limita a snellire procedure e organismi. Gli unici suoi aspetti veramente discutibili sono quelli che riguardano il senato e la formazione delle leggi. Personalmente ritengo che il senato andasse abolito del tutto (le democrazie mature non possono aver paura del monocameralismo); non averlo fatto e aver scelto invece la strada di un fumoso ibrido tra una vera Camera delle Autonomie e una filiale formato tascabile della Conferenza Stato-Regioni è peccato che potremmo scontare pesantemente nei prossimi anni, specialmente se il nuovo Senato dovesse diventare il comodo refugium di sindaci e consiglieri regionali in odor di manette o se neppure i migliori costituzionalisti riuscissero a decifrare quella quartina di Nostradamus che è il già citato art. 70.
Queste riserve, tuttavia, non intaccano il giudizio nel complesso positivo (ebbene sì, ho cambiato opinione anche in questo) che attribuisco alla riforma. Volendolo scomporre, è un giudizio negativo per quanto appena detto in tema di poteri e composizione del senato, per i troppi rimandi alla primazia della Ue sulla legislazione nazionale e per la mancata abrogazione del fiscal compact; positivo per la dignità che finalmente conferisce alle leggi di iniziativa popolare e al referendum abrogativo, per lo snellimento delle procedure di approvazione delle leggi, per l’abbassamento del quorum necessario per l’elezione del Capo dello Stato e per il parere preventivo della Consulta sulle proposte di leggi elettorali. Ma è positivo soprattutto per il taglio di poteri, funzioni, prebende e sinecure a giunte e consigli regionali.
Parliamoci chiaro: la vera riforma – scandalo è stata quella del 2001, che ha creato sovrapposizioni e confusioni di competenze tra il centro e la periferia, inaugurando una spaventosa stagione di sprechi e dissipazioni di ogni genere, dai compensi stratosferici di certi consiglieri regionali al disinvolto utilizzo dei consulenti esterni; e siccome tra il federalismo all’amatriciana che ci siamo confezionati noi italiani (non conoscendone d’altro genere) e un centralismo duttile e intelligente chi scrive opterà sempre per la seconda ipotesi, ecco il motivo per il quale ritengo questo passaggio il più meritevole di apprezzamento di tutto il DDL Boschi. Peccato che anche chi fino a ieri ha criticato la “schiforma” del titolo V voluta da Rutelli per aggredire (inutilmente) la Lega sul suo terreno, oggi sia schierato dalla parte dei boiardi regionali. Ma si sa, tutto fa brodo pur di attaccare Renzi. E allora non ci sto più: non perché mi piaccia Renzi, ma perché mi piace l’onestà degli intenti.