Articolo di Francesco Caruso – Febbraio 2017

Prima di lui il diluvio

Si è insediato da appena due settimane e ha già collezionato un profluvio di articoli denigratori, una raffica di manifestazioni oceaniche di protesta, parecchie prese di posizione indignate del Gotha dell’intellettualità e dello spettacolo, innumerevoli esternazioni preoccupate di politici americani ed europei, enormi timori di tracimazioni caudilliste della più grande – e parecchio imperfetta – democrazia del pianeta. Parliamo ovviamente di Donald Trump, il nuovo baubau della politica internazionale, il salto indietro nel tempo che nessuno vorrebbe fare, l’uomo nero destinato a scalzare lo zar Putin e il sultano Erdogan dal piedistallo di capo di governo più temuto e detestato dell’Occidente.
Ma è davvero così? E’ davvero Trump l’uomo dell’Armageddon, il profeta del medioevo prossimo venturo? Chi scrive di certo non è un fan del nuovo inquilino della Casa Bianca, avendo tifato apertamente, durante la corsa per le ultime presidenziali americane, per il senatore Bernie Sanders, tanto amato dagli elettori democratici a stelle e strisce e altrettanto poco gradito dall’establishment del partito dell’asinello, che gli ha preferito la rassicurante continuità di interessi e di mire rappresentata da Hillary Clinton.
Ma è proprio questa la chiave del mistero, la ragione della sorprendente vittoria di Trump: Hillary Clinton. E’ Hillary e tutto ciò che incarna in termini di bonapartismo al femminile il segreto della “resistibile ascesa di Arturo Trump”, l’ingrediente che ha fatto lievitare oltre ogni ragionevole dubbio il consenso attorno al tycoon cotonato. Chi è causa del suo male pianga se stesso, verrebbe voglia di dire alla Zenobia di Washington. La sua appartenenza al patriziato politico ed economico statunitense e le fitte embricature con gli apparati militari e finanziari dovevano essere la mossa vincente, la garanzia di competenza e affidabilità che le avrebbe spalancato il portone della residenza più prestigiosa d’America. Si sono rivelate la sua iattura.
La catastrofe di questa donna estremamente volitiva e preparata ma anche fin troppo invischiata nelle più intime e spesso lerce commessure del potere yankee è dunque lei stessa. Lei, il suo sprezzante decisionismo, la sua plancia di comando imbottita di generali, lobbysti, banchieri, finanziamenti opachi e congiure di palazzo. Lei, la sua insana passione per cacciabombardieri e cannoniere, la sua olimpica indifferenza (tipica di certo progressismo al caviale) verso i diritti sociali che fa il paio con l’eccessiva attenzione per quelli civili. Oggi è la ricetta vincente della sinistra impotente, non solo in America: non potendo far nulla per migliorare il portafoglio delle classi meno abbienti, che almeno si garantisca loro il diritto a sposarsi, se gay, o a non subire discriminazioni se di diversa etnia. Giusto, giustissimo Hillary. Di più, sacrosanto. Ma due gay poveri prima di pensare a sposarsi pensano a come metter pace tra il pranzo e la cena. E un uomo di colore povero, per quante marce di Selma si potranno organizzare, in una società come quella americana correrà sempre il rischio di subire discriminazioni.
Il “sergente Hartman” Hillary tutto questo forse non riesce neppure immaginarlo. E’ qualcosa che sta fuori dal recinto umano e professionale in cui è cresciuta. Troppo complicato cercare di spiegare ad una come lei, venuta su a pane e globalizzazione, che all’operaio disoccupato di Detroit o all’allevatore del Wisconsin con la fattoria ipotecata importa poco se i contadini cinesi o indiani ora possono finalmente permettersi internet e lo smartphone. Soltanto una politica imbertonita come quella che ha calcato, in Europa e in America, il palcoscenico internazionale negli ultimi vent’anni ha potuto credere che l’apertura indiscriminata dei mercati, mito fondante di certa sinistra blairiana e neo kennediana troppo vicina a ciò che dovrebbe essere il suo opposto, non avrebbe lasciato sul terreno centinaia di migliaia di morti e feriti proprio in quell’occidente opulento che si reputava ormai al sicuro dalle inedie dei secoli passati.
Qua è caduta Hillary, nella sua ignoranza del dolore altrui, in quell’inconsapevolezza, che fa tanto Upper Class della costa orientale, del disagio profondo (economico ma non solo) di moltissime famiglie americane per le quali la crisi non è mai passata oppure è stata sbrigativamente infilata sotto il tappeto dei troppi lavori da quattro soldi che hanno fatto la fortuna dell’era Obama, abbassando le stime della disoccupazione e facendo spellare le mani di tanti opinionisti convinti di aver trovato un nuovo Roosevelt.
Se è vero com’è vero che oggi, nell’Occidente del benessere che fu, la gente vota “contro”, negli U.S.A. il voto non poteva che indirizzarsi, una volta tramontata l’ipotesi Sanders, verso un outsider per eccellenza come Donald Trump, inviso persino a molti settori del suo stesso partito di riferimento. Così come, peraltro, in Francia rischia di convergere sulla Le Pen, in Germania sulla Petry e in Italia su Grillo e Salvini.
Trump non è il rimedio al male, ovviamente, è solo la personificazione della rabbia di milioni di disoccupati e sotto-occupati americani. Le sue ricette semplicistiche (“prima l’America”, i muri col Messico, le sanzioni alle aziende che delocalizzano ecc.) faranno sorridere o storcere il naso all’America dei party esclusivi e dei ristoranti alla moda, democratica o repubblicana che sia, ma danno una risposta rozza e concreta ai bisogni di una enorme massa di persone impoverite dalla crisi, dalla concorrenza cinese, da una immigrazione ispanica fuori controllo.
Vivaddio, votano pure loro. Qualcuno se l’era scordato.