Articolo di Francesco Caruso – Gennaio 2018

Weinstein all’ amatriciana

Se in America è in atto da  mesi una proliferazione per partenogenesi di cloni di mr. Weinstein, una nazione come l’Italia, culla dei latin lover e dei “lumaconi” da spiaggia o da passeggio, non poteva certo essere da meno.
E così, silenziato per ora il caso delle molestie sessuali del regista Brizzi, in questo primo scorcio del nuovo anno una delle notizie che ha tenuto e continua a tenere banco nei quotidiani e in televisione è il singolare (per non dire altro) elenco di regole che un eccelso giudice del Consiglio di Stato avrebbe imposto alle iscritte ai corsi per la preparazione al concorso in magistratura tenuti nell’istituto privato in cui è docente.
Cosa c’entrino con le competenze giuridiche di una magistrata, seppur giovane e avvenente come tutte le (presunte) “vittime” della (presunta) esuberanza ormonale del giurisperito in questione, l’obbligo di indossare minigonne, tacchi a spillo e calze a rete, solo l’interessato potrebbe spiegarcelo. Così come solo lui potrebbe illuminarci sulla necessità, per superare un concorso notoriamente ostico come quello in magistratura, di affiancare allo studio di codici e pandette le cenette romantiche con le corsiste o l’ imposizione alle stesse di fidanzati precari e comunque con un QI spacca termometri.
Travolto dalle denunzie delle allieve e dalla conseguente indignazione mediatica che ne è seguita, questo enfant-prodige della giustizia amministrativa italiana – gli viene universalmente riconosciuta una mostruosa preparazione – ha cercato di rintuzzare le accuse semplicemente rimandandole al mittente, ossia accusando le accusatrici di essersi inventato tutto.
Peccato che la mossa non abbia convinto né i suoi colleghi del Consiglio di presidenza (organo di autogoverno della magistratura amministrativa), che venerdì 12 gennaio lo hanno destituito, e né i pm della competente procura, che hanno avviato tre procedimenti penali a suo carico.
In questa sede, ci guarderemo bene dall’emettere giudizi moralistici e meno che mai a dare già per scontati gli esiti processuali. La vicenda, se ne verrà appurata la veridicità, è già abbastanza squallida di suo ed è già stata abbondantemente lardellata nei giorni scorsi di articoli, interviste, dibattiti e pareri più o meno illustri sulla rete, in tv e nei giornali,  per avvertire il bisogno di aggiungere ulteriori, inutili riflessioni.
Lasciateci tuttavia il diritto di esprimere due perplessità: la prima, sulla necessità che può avere un uomo titolare di uno stipendio da nababbo e di una carica pubblica prestigiosissima di sedurre delle donne con  cotanto eccentrici espedienti. Un personaggio del genere, quantunque tutt’altro che un adone (ad onta del nome), che problemi poteva avere ad intrecciare relazioni affettive con qualcuna delle numerose discenti dei suoi corsi?
Le donne (vivaddio) non sono tutte uguali e accanto a tante ragazze ligie a ferrei principi morali e fermamente contrarie alle avventure di una notte o comunque a tradire i propri partner, ve ne sono altrettante che, pur di guadagnarsi i favori di una persona detentrice -ai loro occhi – di un potere utile per il raggiungimento dei propri obiettivi, non si fanno molti scrupoli ad assecondarne le voglie. Giusto o sbagliato che sia, il mondo va così da millenni e non credo proprio che tra le neolaureate in giurisprudenza desiderose di conquistare una toga da giudice, in tanti anni non ce ne sia mai stata una che avrebbe ceduto volentieri alle avances del docente in questione, se solo quest’ultimo avesse seguito le vie canoniche del corteggiamento.
Invece il nostro (presunto) Casanova del ne bis in idem pare (il pare è d’obbligo, così come il presunto, essendo noi incrollabili assertori della presunzione d’innocenza) abbia voluto percorrere vie tortuose nonché parecchio bislacche. Se si accerterà definitivamente che le ha davvero intraprese, sarà opportuno allora aprire un serio confronto e una seria riflessione intorno ai moderni sviluppi quell’antico adagio popolare – variante di quell’altro sul “troppo che stroppia” – che invita ad una certa moderazione pure negli studi, atteso che anche un loro eccesso talvolta potrebbe far male…
Esposta questa prima perplessità, che potremmo definire di natura, per così dire, al contempo psicologica e sociologica, esponiamo adesso pure la seconda, che invece attiene in maniera più specifica agli ambiti della politica e dell’etica pubblica.
Detta in soldoni, qualcuno a questo punto ci dovrebbe spiegare l’importanza e l’incidenza, su concorsi estremamente ardui come quello in magistratura (ordinaria o amministrativa che sia), di questi famigerati corsi di preparazione. Ce ne sono ormai a decine in Italia, sorti come i funghi da tre lustri a questa parte e con tariffe che variano da alcune centinaia a diverse migliaia di euro. E sarebbero proprio i più cari, manco a dirlo, a garantire ai partecipanti un consistente margine di successo. Naturale, dunque, il sospetto che i gestori di questi “top player” della categoria abbiano modo di conoscere le tracce degli elaborati o, in ogni caso, di raccomandare i loro pupilli al concorso.
Ma siccome la cultura del sospetto non ci appartiene e crediamo fermamente nella correttezza e probità di amministratori e docenti delle scuole in questione, respingiamo con forza l’illazione e formuliamo al contempo una modesta proposta in grado di scacciare il demone della congettura: siano le università statali ad organizzare i seminari di preparazione ai concorsi più difficili, quelli che aprono le porte degli incarichi pubblici più prestigiosi e meglio pagati. In alternativa, siano le commissioni d’esame a inaridire all’origine la pianta, indicando, per le prove scritte di certi concorsi, tracce intellegibili a mente umana.
Nessuno pretende ovviamente la banalizzazione delle procedure concorsuali per magistrato o per vice prefetto (ci mancherebbe), ma tracce dove – ad esempio – si chiede di commentare funditus e con dovizia di riferimenti normativi, dottrinali e giurisprudenziali, sentenze sconosciute persino a chi a suo tempo le ha redatte, sono il miglior viatico alla proliferazione dei corsi di preparazione – più o meno seri – e dei loro frutti avvelenati, primo tra tutti  il priapismo stravagante di taluni insegnanti.