Articolo di Francesco Caruso – Giugno 2017

La scimmia chic

“Dov’era alle diciotto?” “In camera mia. Con mia moglie e con Bachtin, Estetica e romanzo” Sarcastico: ”Presumo che lei l’abbia letto” “No” replicò neutro Bagioli “ però ho visto il film …Hans Tuzzi, Fuorché l’onore.

E’ mai possibile gioire, da italiani, per la vittoria all’ultimo Eurovision Song Contest di una canzone lusitana di anestetica tediosità e per la contemporanea sconfitta di un pezzo tricolore vivace, ballabile e per nulla banale, al di là delle stesse intenzioni dei suoi autori, come Occidentali’s Karma di Gabbani? In Italia sì, in Italia è possibile, essendo la Penisola da sempre la patria elettiva dei patiti di film cecoslovacchi con sottotitoli in tedesco di fantozziana memoria.
Al di là dello sgarbo alla bandiera, che in tempo di guerra fino a poco tempo fa sarebbe stato passibile di fucilazione (si scherza, suvvia), stupisce lo stomaco dell’affollata tribù delle scimmie chic, capace di trangugiare senza battere ciglio libri, film e musiche al cospetto dei quali la Potemkin del buon ragionier Ugo appare un capolavoro di plautina scurrilità, un festival di rutti e peti in grado di far sganasciare dalle risate intere legioni di carrettieri.
Diceva Leonardo Sciascia (non proprio Pitigrilli, dunque) che il cretino di sinistra ha una spiccata tendenza verso tutto ciò che è difficile, perché crede che la difficoltà sia profondità. Ora, detta da un intellettuale della statura di Sciascia, grande appassionato dell’illuminismo francese e autore di saggi raffinatissimi, questa frase avrebbe dovuto spedire a Canossa interi reggimenti di scienziati, giornalisti, scrittori, cineasti, sceneggiatori, autori e registi teatrali spocchiosi e supponenti che da decenni, tramandandosi il testimone da una generazione all’altra e con l’appoggio delle truppe cammellate di certa pubblica opinione progressista, ci bombardano i neuroni col messaggio che romanzi, film, canzoni e opere teatrali devono essere obbligatoriamente dei degni sostituti del Roipnol per ottenere il sigillo di qualità.
La deriva sciccosa della cultura di sinistra è iniziata, si sa, con le avanguardie del primo novecento. Fino all’avvento del decandentismo gli scrittori e i poeti, forti della lezione manzoniana, avevano sfornato prodotti solitamente intellegibili a tutti, in teoria anche a chi a malapena sapeva leggere e scrivere. Basti pensare alla fervida stagione del verismo e agli scritti di un Giovanni Verga.
E’ con gli epigoni di Huysmans che si spezza il rapporto tra letterato e popolo, perché il primo ritiene di appartenere ad una koinè di passioni e sensibilità profondamente diversa, distante e migliore di quella a cui viene iscritta d’ufficio l’indistinta massa degli altri individui. L’intellettuale si chiude nella torre d’avorio della ricerca estetica fine a se stessa, del compiacimento adonico della propria creatività, e tutti gli altri diventano “gli schiavi ubriachi” che minacciano la bellezza e contro i quali si scaglia il Claudio Cantelmo della Vergine delle rocce di Gabriele D’Annunzio.
Lo stesso fenomeno di involuzione criptica del messaggio artistico si verificherà nelle arti figurative, passando dall’icastico realismo di ritrattisti e paesaggisti come Hayez, Signorini, Lega, alle risse in galleria di Boccioni, ai dinamismi cinofili di Balla e alle geometrie schizofreniche di Fortunato Depero. Per non parlare delle parole in libertà di Marinetti o delle fontane malate di Palazzeschi.
L’elitarismo culturale del primo novecento è comunque un fenomeno di rottura notoriamente e prevalentemente collocato a destra, la sinistra ne sarà contagiata soltanto dopo il contatto con il dadaismo e con l’espressionismo tedesco e russo. Il distacco definitivo dell’intellighenzia di matrice social-comunista da tutto ciò che, spregiativamente, sarà poi bollato con il derisorio epiteto di “nazional-popolare” (con la salutare eccezione delle feste dell’Unità, pantagruelica rivincita dell’unto e bisunto operaio e contadino sulle sofisticherie – mentali e gastronomiche – della borghesia radicaleggiante dei salotti romani e milanesi), si consumerà però definitivamente soltanto con il secondo dopoguerra: in fumose cantine si cominceranno a rappresentare drammaturghi (Jonesco, Beckett, Pinter, per citare i più noti) e opere totalmente inaccessibili alla casalinga di Voghera e al suo gentile consorte; nelle pittura e nella scultura, la furia sperimentalista approderà alle tele tagliate e alle merde d’artista mentre in letteratura quella iconoclasta dei giovani autori del Gruppo 63 manderà in soffitta il neorealismo dei Cassola, dei Pratolini e dei Bassani, tutti sardonicamente etichettati come Liale al maschile, per proporre tematiche e stili nuovi sì, ma talmente arditi (basti pensare ai romanzi senza trama di Alberto Arbasino) da risultare preclusivi per la stragrande maggioranza dei lettori. La musica da camera, infine, vedrà il trionfo della dodecafonia, una roba che avrebbe trasformato Mozart e Verdi in due assatanati emuli di Jack Torrance, il folle assassino di Shining.
Tutto questo ha alimentato negli anni il mito di una sinistra geneticamente refrattaria, nel mondo delle arti e della comunicazione, ad un apostolato del sapere che prescindesse da chiavi di lettura complesse del “lavoro culturale”(per dirla con Bianciardi), destinate alla fruizione di un pubblico in possesso di elevati livelli di istruzione. Un cerebralismo iniziatico ben rappresentato, più di recente, dai libri del compianto Umberto Eco e che ha condotto la sinistra, nel tempo, a chiudersi in una ridotta della Valtellina poco funzionale alla sua storica missione di garante dei diritti delle masse e di megafono politico dei loro bisogni. Il che ha determinato alla lunga anche una singolare inversione dei ruoli tra l’intellettualità di destra (liberale o populista), votata ad una capillare e intensa attività di divulgazione indirizzata ad una utenza quanto più ampia e variegata possibile, e quella di sinistra, pervicacemente legata ad un modello di trasmissione della conoscenza concepita unicamente come veicolo di idee e nozioni scambiati tra iscritti alla gilda degli edotti.
Non si vuol qui di certo far l’elogio della piattezza, dell’accademia, della faciloneria stilistica e di contenuti. Né, tanto meno, del vero e proprio “pattume” culturale o informativo da cui siamo quotidianamente inondati. Si vuole semplicemente ricordare ai cenacoli intellettuali dell’universo progressista che Totò e Tomas Milian – oggi due icone della critica cinematografica, settore da sempre vicino agli ambienti di sinistra – erano immensi anche quando venivano considerati poco più che guitti da taverna dagli stessi che ora li esaltano e che la canzone di Gabbani non merita certo che si scomodino personaggi come Kant, Shakespeare, Eraclito, Darwin, Karl Marx Desmond Morris o addirittura l’Oswald Spengler de il Tramonto dell’Occidente (ebbene sì, per quanto possa apparire grottesco, c’è stato qualcuno che li ha evocati tutti quanti), ma neppure di essere relegata tra i cloni di Vamos alla playa o del Ballo del qua qua.
Semplicità non sempre fa rima con stupidità, insomma. Senza contare che il Karma di Gabbani di certo lo ballano pure le scimmie chic, mentre il narcotico fado del vincitore del Contest di quest’anno viene ascoltato solo quando una cena importante rende arduo agli umani l’abbraccio con Morfeo.