Articolo di Francesco Caruso – Luglio / Agosto 2018

Se ci lasci poi vale

Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti (Luigi Pirandello)

Tra tutte le forme di piaggeria farisea che dall’alba della civiltà attossicano i rapporti umani, quella forse più deprecabile e intollerabile è la piaggeria in articulo mortis, ossia la piaggeria di chi un istante prima del decesso ha detto peste e corna di qualcuno e un istante dopo si straccia le vesti e si profonde in apologetiche scatenate dei pregi e delle virtù del defunto. Pregi e virtù che per un insondabile mistero delle umane sinapsi soltanto a sarcofago chiuso il fulminato di turno sulla via di Damasco è riuscito a vedere.
Difetto tipico del mondo latino (dalle parti di Lutero anche la coerenza è considerata un valore comunitario e un viatico per l’empireo degli eletti), la piaggeria post mortem ha talvolta esiti così comici che soltanto il rispetto per il deceduto – chiunque esso sia stato – impedisce di volgere a sghignazzo irridente. In ogni caso, risvolti comici o meno, sempre più spesso siamo costretti a leggere o ad ascoltare in tv, in religioso silenzio, prefiche maschili e femminili che millantano amicizie di antica data col regista o con lo scrittore tal dei tali appena tornato alla casa del Padre o che, con la dovuta compunzione che il momento richiede, si sperticano in elogi un tanto al chilo per tutto ciò che il morto ha fatto in vita, fosse pure l’iscrizione al torneo di freccette della società operaia del paese.
Diciamo subito che questo vezzo di rigirare le frittate dei giudizi sul prossimo a seconda dello stato di verticalità o orizzontalità dei destinatari, in genere si manifesta con le persone famose. Nei confronti delle migliaia di militi ignoti che ogni giorno lasciano le miserie di questo pianeta, solitamente simpatizzanti e antipatizzanti rimangono fermi nelle proprie posizioni, ragion per cui il caro estinto, se reputato stronzo in vita, stronzo rimane pure dopo aver esalato l’ultimo respiro. L’unico “cartiglio” di compassione che i nemici concedono al morto- una sorta di onore delle armi –è la formula di stile “pace all’anima sua”, dopo di che di solito parte a raffica la sfilza di opinioni poco lusinghiere su ciò che il trapassato ha fatto in vita.
Quando invece le spoglie mortali sono quelle di persona nota, ecco che come per miracolo i diavoli diventano santi, i trasandati eccentrici, i molestatori sessuali schiavi d’amore, i mediocri incompresi, gli incolti naif, gli spocchiosi schivi e i logorroici estroversi.
Se hanno riempito i coniugi di corna, diventano poliamorosi; se il pieno di corna l’han fatto loro, irenici e atarassici oltre ogni ragionevole dubbio, intellettuali distaccati dalle passioni peggio degli scienziati distratti dell’isola volante di Laputa.
Insomma, il corrivo interiore che è in molti di noi pare si risvegli puntualmente quando all’ombra dei cipressi e dentro l’urne ci finisce un personaggio conosciuto, nel bene o nel male.
L’ultimo esempio illustre di palinodia mortis causa è della scorsa settimana.
Carlo Vanzina per decenni è stato, in coppia col fratello, il simbolo stesso della spazzatura cinematografica, il deus ex machina di tutto ciò che di laido, scurrile, scorreggione, sessista e scadente la nostra industria del cinema ha prodotto tra gli anni ottanta e gli anni novanta. Gli articoli dei critici a commento dei tanti cinepanettoni che la coppia di registi ha sfornato in quel periodo sfioravano spesso il codice penale e il pubblico che affollava le sale dove si proiettavano i loro film difficilmente si poteva incontrare anche alle conferenze di Zygmunt Bauman. Ciò nonostante, appena deceduto Vanzina è stato celebrato da fior di giornalisti ed esperti di cinema come un riverito maestro della celluloide, un autentico luminare della settima arte, un visionario che ha rivoluzionato la commedia all’italiana (che l’abbia fatto a suon di rutti e tette al vento importa poco). La discendenza dal grande Steno, prima puntualmente evocata per rimarcare le differenze in peius tra padre e figlio, adesso è diventata il bollino di garanzia di tutto il suo lavoro. I suoi buzzurri romani arricchiti e i suoi patetici industrialotti lombardi con amante al seguito per la critica revisionista ora sono lo specchio fedele ed inquietante della resistibile ascesa del cafonal in ogni commessura della società italiana nonché delle insanabili fratture economiche e geografiche del Paese; la vacuità, le bischerate e il provolonismo da strapazzo dei personaggi di contorno, l’ espressione icastica del crollo dei valori morali del proletariato e della piccola borghesia; l’esibita e compiaciuta volgarità a colpi di denaro, pellicce e auto di lusso, l’emblema vivente del prolasso etico di una intera nazione e della sua resa incondizionata al canagliume imperante in ogni ganglio della vita politica e sociale.
Si potrebbe continuare all’infinito con l’elenco delle giravolte registrate nei giorni scorsi sul tema. E d’altronde, come accennato, il fenomeno del pentimento a babbo morto non è nuovo nella cultura italiana e in quella cinematografica in particolare (celeberrimo il caso di Totò)
Quello che risalta e stupisce in tutto ciò è la disinvoltura tutta italiana delle giravolte, il cambio di passo repentino, la facilità con cui si transita, nei confronti di un autore o di un genere, dalla crocifissione all’ assunzione in cielo. Personalmente, continuo a ritenere i Vanzina due registi che hanno sì fotografato un’epoca- gli anni 80 della “Milano da bere”, degli stilisti spacciati per maestri di pensiero, del disimpegno, dell’arricchimento facile e spesso disonesto, dello svago ad ogni costo, dell’ossessione per la forma, del vuoto pneumatico valoriale ecc. – ma, contrariamente ai loro illustri predecessori degli anni 50 e 60, fermandosi all’ epicarpo e stando sempre bene attenti a non gettare mai lo sguardo all’interno del frutto per timore di scoprirci il verme…