Articolo di Francesco Caruso – Novembre 2016

Un eroe italiano

Nel Paese che dedica piazze e statue agli Enrico Toti e ai Pietro Micca, che esibisce come modelli di italianità operosa e vincente manager rampanti, chef alla moda, astronauti, scienziati, calciatori, cantanti lirici, ballerini e militari in missione all’estero, voglio modestamente proporre all’attenzione delle autorità preposte alla concessione delle onorificenze della Repubblica un uomo che – probabilmente – non ha mai messo piede su una astronave, che il militare l’avrà fatto tutto a Cuneo servendo sanbitter allo spaccio, che canta solo sotto la doccia e pure male, che il massimo dell’arte tersicorea per lui è ballare un liscio con la moglie al dopolavoro e che ha problemi pure a friggersi due uova. Quest’uomo “senza qualità” eppur mille volte più eroe di quelli che solitamente amiamo fregiare di questo appellativo si chiama Tindaro Sauta, ha 53 anni e quattro figli e di mestiere fa l’operaio dell’Anas in quel di Lecco. Un cantoniere, insomma. Un semplice cantoniere che avrebbe potuto evitare una tragedia se qualcuno più in alto di lui, qualcuno pagato molto meglio di lui e molto più potente di lui, gli avesse dato ascolto e avesse chiuso quel maledetto tratto della strada statale 36 del lago di Como e dello Spluga ,km 41,900, dove venerdì 28 ottobre è crollato un cavalcavia che ha schiacciato la macchina e la vita di un professore in pensione.
Nessuno, insomma, ha voluto dar retta all’allarme lanciato da Tindaro Sauta. Che volete che sia l’allarme di un operaio, cosa ne capisce l’operaio di crolli e strade da chiudere. Si faccia l’operaio Tindaro Sauta, avranno pensato i soloni soprastanti, il mandarinato amministrativo preposto alle decisioni supreme, la sala dei bottoni insomma. Per chiudere una strada ci vuole la ricognizione di un tecnico che si rechi sul posto e accerti ictu oculi la necessità o meno di interdirla al traffico. Che diamine, sono le procedure di rito e l’ortodossia procedurale è sacra. Chiuderla preventivamente basandosi solo sulla segnalazione di Tindaro Sauta? Incosciente apostasia, perniciosa eresia, devianza eversiva dal Canone del perfetto burocrate, dal Verbo infallibile della circolare, dai Rescritti presidenziali e dalle Bolle dirigenziali. Taccia, dunque, Tindaro Sauta e attenda i responsi degli oracoli spediti dalla Provincia di Lecco, unica Entità dotata di poteri di vita e di morte (è proprio il caso di dirlo) sul tratto di strada che un Tindaro Sauta qualunque pretende di chiudere.
Peccato che i dignitari spediti dalla Provincia non siano arrivati in tempo ad evitare il collasso del cavalcavia e il decesso di un automobilista che in quel momento ci stava passando sotto. Pura fatalità, si saran detti, ma la Regola non si mette in discussione. E’ capitato, che volete farci. Ebbene sì, Tindaro Sauta aveva ragione, ma se dovessimo dar retta ogni volta all’ultimo dei cantonieri…
Invece i Tindaro Sauta andrebbero consultati più spesso in questo Paese. Sogno un mondo in cui insieme a quella del questore, del manager o del dirigente generale ogni tanto si ascolti anche l’opinione dell’agente, della commessa, dell’operaio, del manovale, del fattorino, dell’impiegato. Perché sono questi ultimi che portano avanti, a fatica, la baracca, pubblica o privata che sia, spesso con sapienze e competenze pari o superiori a quelle degli alti papaveri dal conto corrente pieno di zeri.
Paghiamo lo scotto di una pessima filosofia gestionale in auge dai primi anni novanta che ha voluto concentrare attenzioni e prebende sull’attico del condominio invece che sulle sue fondamenta. Da qui l’aumento sconsiderato degli emolumenti alla dirigenza pubblica e privata che ha allargato in modo scandaloso la forbice retributiva tra il vertice e la base. Tutto ciò senza minimamente provare a guardare la “realtà effettuale”, per dirla con messer Nicolò. Una realtà effettuale che vede ogni giorno quadri aziendali o ministeriali supplire alle carenze e alle ignavie di superiori boriosi e strapagati, giudici e procuratori onorari padroneggiare i codici di procedura meglio di tanti magistrati di carriera, tute blu , infermieri e commessi di negozio capaci risolvere rapidamente e validamente problemi anche di non indifferente complessità.
Per costoro niente telecamere, interviste, pubbliche laudi, compensi opulenti. A costoro lo Stato italiano ha riservato invece, a titolo premiale, il blocco ormai quasi decennale dei contratti del settore pubblico o i rachitici aumenti di stipendio di quello privato, la truffa dei voucher e una riforma del mercato del lavoro (il famigerato job act) che forse persino nell’Inghilterra di Dickens avrebbe sollevato qualche sopracciglio.
Ecco perché, sig. Presidente Mattarella, Le chiedo di conferire, a nome di tutti i Tindaro Sauta d’Italia, un solenne riconoscimento al piccolo grande uomo di Lecco. Sarebbe un premio alla silente perizia degli ultimi e un simbolico schiaffo alla stoltezza spaziale dei sommi sacerdoti della Dea Delibera.