Articolo di Francesco Caruso – Ottobre 2017

Polvere di UE ( e di buon senso)

Domenica primo ottobre a Barcellona più che ad una rinascita, quella della nazione catalana, abbiamo assistito ad un funerale, quello dell’Unione Europea, perlomeno della sua versione post Maastricht e Lisbona. Questo lo hanno capito tutti ma pochi hanno il coraggio persino di bisbigliarlo.
Abbiamo sempre creduto, nel lato occidentale del vecchio continente, che le pulsioni nazionalistiche e irredentistiche fossero ormai appannaggio quasi esclusivo dei Paesi slavi. Faccenda di sarmati e ostrogoti, insomma, di popoli ancora semibarbari o quasi (nell’immaginario di certa opinione pubblica occidentale) che non riescono ad affrancarsi dal fascino perverso dello scannamento reciproco, della sopraffazione del vicino, dell’ecatombe di chi è diverso da qualcun altro per religione, etnia o tribù.
Niente di più falso. In queste cose, l’Europa dell’est ha semplicemente la febbre più alta di quella dell’Ovest. L’unica differenza, a parte la temperatura corporea, è che in occidente la malattia cambia nome e si chiama sovranismo. La diversità non è solo terminologica, però: il nazionalismo è per sua natura aggressivo, parte dal presupposto che la propria nazione sia stata investita della missione divina di prevaricare gli altri, di sottometterli quando non, addirittura, di sterminarli; il sovranismo è un atteggiamento difensivo, rinasce quando comincia a serpeggiare tra i componenti di una comunità statuale la paura che qualcosa o qualcuno voglia aggiogare il proprio Paese, metterne in pericolo l’integrità e privare gli organi di governo di poteri, attribuzioni e prerogative. Due stati d’animo collettivi diametralmente opposti, dunque, ma che fa comodo a qualcuno considerare omogenei nella genesi e nei fini.
In Francia, in Italia, in Grecia e in altre realtà europee dopo la crisi del 2008 e la scoperta dell’acqua calda che a Bruxelles interessava (e interessa) principalmente la salute delle banche e del sistema finanziario più che quella dei cittadini, ciò che si è riaffacciato alla finestra della Storia è il sovranismo, non il nazionalismo. L’esempio più lampante è stato quello della Lega di Salvini, che cogliendo la palla al balzo ha deposto ampolle, riti celtici e velleità secessioniste per abbracciare appassionatamente la causa del made in Italy, della difesa delle frontiere e dell’orgoglio nazionale, tant’è che ormai in via Bellerio manca solo lo sdoganamento del tricolore e dell’inno di Mameli.
La Catalogna è tuttavia, a mio avviso, un’altra cosa ancora rispetto a nazionalismi e sovranismi classici e i conestabili della UE questo non l’hanno capito, convinti che la voglia di indipendenza dei catalani fosse solo la folcloristica agitazione di alcuni emuli iberici di Bossi e co. Invece la questione catalana è da secoli una controversia istituzionale molto particolare e molto seria e solo chi reputa la conoscenza della Storia una categoria dello spirito buona solo per le citazioni dotte può sottostimarla o addirittura deriderla.
Giorni addietro è uscito un bell’articolo sul FQ che riassumeva i prodromi di quello che sta accadendo in queste ore. Si parte da Isabella e Ferdinando, dalla perdita di ricchezze e centralità dei possedimenti del secondo (tra cui la Catalogna) dovuta alla chiusura, agli inizi del XVI secolo, delle rotte mediterranee tradizionalmente battute dai commercianti catalani (peraltro con contestuale apertura e fortuna di quelle atlantiche, appannaggio dei castigliani) ma ormai infestate dai corsari turchi, fino ad arrivare agli orrori della guerra civile del 1936, che vide la Catalogna repubblicana e antifascista opporsi tenacemente al franchismo prima e alla dittatura poi. In mezzo, l’assedio e la caduta di Barcellona del 1714, alla fine della guerra di successione spagnola, quando la Catalogna fece un’altra scelta di campo coraggiosa e perdente, schierandosi con gli Asburgo in contrapposizione ai Borbone.
Come si può notare, siamo di fronte a risentimenti antichi mai sopiti e soprattutto estremamente diffusi tra la popolazione catalana. La risposta per tentare di lenire o sedare questo genere di situazioni, potenzialmente devastanti per la tenuta democratica di uno Stato, è solitamente e unicamente quella del dialogo. L’esecutivo guidato dal conservatore Rajoy ha scelto invece di rispondere nel modo più ottuso possibile, militarizzando la Catalogna, dando licenza di manganello contro cittadini inermi alla Guardia Civil e tutto questo per ottenere alla fine il risultato opposto a quello desiderato: oggi probabilmente se si potesse rivotare gli elettori catalani sarebbero molti di più dei 2,2 milioni che hanno votato domenica e il risultato finale a favore del sì ancora più schiacciante.
E l’Europa? “Silenzio assordante” scriverebbero i giornalisti professionisti, a parte un balbettio ad urne chiuse di Juncker che prova a salvare capra e cavoli, condannando sia l’indizione del referendum che le violenze poliziesche. Troppo poco, anzi pochissimo. Una Unione Europea che si intromette spesso e volentieri e senza alcun rossore nelle competenze degli Stati nazionali, non può poi tirarsi indietro quando in ballo, invece della lunghezza dei cetrioli e del diametro delle vongole, c’è il rischio che imploda uno tra i più importanti ed autorevoli (per Storia, cultura ed economia) dei suoi membri.
Rilevo però in tutto questo anche una nota positiva. Per noi italiani poi, roba da non crederci. Ebbene sì: per una volta, lasciatemelo dire col petto gonfio di orgoglio patrio, l’Italia ha fatto la figura del gigante in mezzo ai nani. Non mi riferisco ai referendum autonomisti del prossimo 22 ottobre in Lombardia e Veneto, referendum consultivi conformi alla vigente Costituzione e tesi unicamente a chiedere maggiore autonomia a Roma. Mi riferisco ad un referendum – anch’esso, come quello catalano, del tutto arbitrario – indetto nel nord della Penisola nel 1996 dalla Lega secessionista di Bossi che vide la partecipazione al voto di quasi cinque milioni di persone, la maggioranza delle quali optò massicciamente per il divorzio dall’Italia.
Scesero i carrarmati in strada? Ci furono lanci di parà del Tuscania nei cieli di Milano, Venezia e Torino? Si videro reparti della Celere in tenuta antisommossa impegnati a cacciare a calci dai seggi i cittadini di quelle regioni? Volarono i caccia sopra la Mole, Rialto e la Madonnina? Assolutamente no. Votarono tutti pacificamente e allegramente. Il giorno dopo, tutto come prima. Lo sapevano i leghisti e lo sapeva il governo nazionale. Il quale governo forse sapeva anche, per citare un tweet “ secessionista” che in questi giorni sta facendo furore sulla Rete, che quando negli scacchi si muove il Re, si è già persa la partita. L’opposto di quella coronata sarebbe la pedina del “buon senso”, merce che pare ancora reperibile nei nostri mercati. Altrove invece scarseggia parecchio.

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