Articolo di Francesco Caruso – Settembre/Ottobre 2019

 

METAMORFOSI INASPETTATE

Dunque, fatemi capire : nelle ultime puntate della fiction “Ce l’ho più lungo io “, avevamo lasciato il mainstream giornalistico bello, buono, intelligente e progressista che impazza sulle reti televisive, sui famigerati social e sui quotidiani – telematici e non – che sghignazzava irridente o indugiava pensoso e, apparentemente, dispiaciuto per le misere sorti e regressive di quei poveracci del Movimento 5S, fagocitati e digeriti ogni giorno da quell’insaziabile Gargantua boschereccio e fetido di Salvini. E fin qui nulla da dire, in una democrazia liberale c’è libertà di sganascio o di commiserazione, al netto però dell’ovvia considerazione (per noi, non per il mainstream) che se firmi un contratto con una controparte che persegue programmi e obiettivi sideralmente distanti dai tuoi, è logico che ciascuno dei due, governando assieme, si faccia le clausole sue. Ma è proprio da qui che è nata la leggenda dei 5S supini, dei 5S zerbini, dei 5S appiattiti sulle politiche xenofobe e fascistoidi di Salvini, dei 5S annichiliti dalla inesauribile potenza di fuoco della macchina propagandistica salviniana.
Nessuno a ricordare, neppur sommessamente, che se Salvini ha ottenuto i voti dei coinquilini di governo sui suoi provvedimenti, altrettanto hanno ottenuto da lui i 5S su provvedimenti cari al grillismo. Ovviamente la galassia illuminata del firmamento non poteva ammettere una verità talmente scontata, perché ne avrebbe risentito l’imperante (allora) narrazione di un governo a trazione leghista e, soprattutto, la martellante campagna di stampa e d’opinione tesa a far staccare ai pentastellati la spina dell’esecutivo gialloverde.
Spina che alla fine, come sappiamo bene, è stata staccata invece proprio da Gargantua e nel modo più surreale e autolesionistico che neppure la penna di un Ionesco o di un Beckett avrebbe mai potuto immaginare.
Dopo il doloroso divorzio, ecco quindi concretizzarsi inaspettatamente la possibilità di quelle nuove nozze tanto auspicate dal mainstream tra quei derelitti dei 5S – “scappati da casa”, secondo l’impietosa definizione di Calenda – e un PD ridestato dai baci di Di Maio e Conte. Tripudio di commenti entusiasti, feste di piazza, ricchi premi, cotillon e ruspe – stavolta “ottimiste e di sinistra” – già al lavoro per spianare le orride leggi liberticide del Capitano.
Eppure…si insedia finalmente il governo giallorosso, passano i giorni ma i musi del colorito caravanserraglio dell’intellettualità cattolica e gauchiste si fanno via via sempre più lunghi, le espressioni severe – con tanto di rialzo del sopracciglio e smorfia di fastidio – i commenti puntuti, i toni irritati fino ad arrivare oggi alle critiche, prima sommesse via via sempre più esplicite, o addirittura allo scontro aperto tra giornalisti cui abbiamo assistito, popcorn in mano e rutto libero, nella puntata di 8 e mezzo di martedì 9 ottobre, con Andrea Scanzi all’attacco di Marianna Aprile e Massimo Giannini, rei, agli occhi dell’opionista del FQ, di ritenere il Movimento capo missione del nuovo esecutivo e il PD l’umile sherpa che gli arranca appresso, portando sul groppone coperte e provviste.
Avete letto bene: per i due pezzi da novanta della stampa politically correct l’M5 da ranocchio si sarebbe trasformato all’improvviso in principe e senza neppure aver bisogno di fate e bacchette magiche: gli è bastato cambiare socio di governo e passare da quel Brenno puzzolente di Salvini alle mollezze e agli ozi di Capua del Partito democratico. Come per miracolo, col passaggio del testimone lo zerbino sarebbe diventato un padrone delle ferriere che impone tracciante e tracotante tutto quello che c’è nel proprio programma e il PD un tremebondo yesman che accetta supinamente tutto quello che è gradito ai Di Maio e ai Bonafede.
Vero o falso che sia ciò che affermano, questo atteggiamento dei circoli giornalistici e culturali che orbitano attorno alla politica di sinistra denota una ripulsa verso il buon senso che sfiora l’ irresponsabilità.
Con un consenso della compagine di governo, ad appena due mesi dal giuramento, al di sotto del 40 % (tanto per capirci: quella precedente, quando già era in coma irreversibile, godeva ancora di un gradimento popolare vicino al 60 per cento…) e un Salvini oscillante tra il 30 e il 33 per cento, pure un uomo di Neanderthal appena scongelato dal Paleolitico intuirebbe che sarebbe da scriteriati – a prescindere dai giudizi di merito sulla scelta – invocare un deciso cambio di rotta nelle nostre politiche migratorie e securitarie (perché al fondo della pentola, diciamocelo chiaro , è questo il motivo dei brontolii e dei malumori verso il Conte 2: la sua sostanziale continuità, in tema di sbarchi, con le politiche salviniane, una continuità su cui il PD non vuole o non riesce ad incidere).
Il mainstream tutto ciò pare non comprenderlo o forse lo comprende ma, avendo dato ormai per certo che la prossima legislatura vedrà un Parlamento saldamente in mano alla Lega e ai suoi alleati, preferisce che per il tempo che resta le forze riformiste al governo scelgano – parafrasano il titolo del celebre libro di memorie del filosofo Carlo Mazzantini, reduce repubblichino – di “cercar la bella morte”, ossia di attuare in pieno quelle politiche in linea con il proprio patrimonio valoriale, benché francamente “suicide” dal punto di vista del favore popolare.
C’è però un convitato di pietra in tutto questo ragionamento che giornalisti, politici e scrittori di area cattolica o socialista si ostinano da sempre a non voler considerare: la profonda singolarità dei 5S nel panorama politico nazionale, più a sinistra di Fratoianni nelle politiche economiche e sociali ma decisamente più a destra di Zingaretti in quelle sulla sicurezza o sull’accoglienza (fichi e fichiani a parte).