Articolo di Francesco Caruso Agosto 2016

Un Paese sghembo

Città sghemba chiamò Agrigento lo scrittore Vitaliano Brancati (Lettere al Direttore, 1939) e mai definizione si attagliava meglio a quell’angolo di Magna Grecia mollemente sdraiato sul declivio di un colle della Sicilia sudoccidentale. Ma se la Girgenti di Brancati era sghemba per conformazione urbanistica, con strade bozzute che in certi tratti parevano dorsi di mulo e palazzi che sfidavano le leggi della statica peggio della Torre di Pisa, l’Italia di oggi è sghemba per letale combinato-disposto di nolontà e destino.
Nolontà nel senso datole da Schopenhauer più che da Tommaso d’Aquino. Destino perché la geologia colloca notoriamente la nostra penisola tra i territori più fragili del Continente europeo. Ma se il destino, come ci hanno insegnato greci e latini, non si può contrastare, la nolontà rientra nel novero delle cose passibili di modifica, di svolta, di cambiamento. Purtroppo in Italia, Paese in cui una macedonia tragica di fatalismi, incompetenze, politica, burocrazia e corruzione impedisce da decenni di incidere in profondità nei suoi mali e nei suoi ritardi, la nolontà alla fine riesce sempre a riaffermare il suo predominio. E senza neppure sforzarsi troppo. Il che, fin quando la barca tricolore galleggia comunque, in fondo può anche essere fattore di riso e commedia, spunto per sapide e folcloristiche ricostruzioni del mos nazionale, materia di lavoro per comici e vignettisti.
Il problema emerge in tutta la sua drammatica virulenza quando si contano i morti. Quando si contano i morti, non si può più scherzare. Quando interi borghi vengono spazzati via nel giro di pochi secondi e si tramutano in sudario di dolore e pianto, finisce il cabaret. Quando lo spettatore rischia di confondere il paesaggio dell’alto Lazio con quello della Siria devastata dalla guerra civile, non è più tempo di dotte disquisizioni sul perché e percome. Quando un vigile del fuoco coperto di polvere tira fuori a mani nude una bambina da un inferno di calcinacci, vanno in soffitta articoli, convegni e dibattiti. Quando accade tutto questo, si dovrebbe solo agire e agire significa trovare le risorse e le intelligenze per cambiare il corso degli eventi una volta per tutte. Campa cavallo.
L’Italia intera è un autentico luna-park dell’arte e della cultura che altrove verrebbe presidiato giorno e notte dai reparti speciali dell’esercito peggio di Fort Knox. Noi da anni tolleriamo che crolli, ammuffisca o si sbricioli. Duemila secoli di Storia e civiltà ci hanno lasciato in eredità un museo a cielo aperto pieno di reperti di inestimabile valore che andrebbero preservati, curati, accuditi, controllati. Da tutti perché tutti – tutti gli italiani – dovrebbero essere gli ideali custodi di questo museo. La più insignificante chiesa di campagna di una qualsiasi regione italiana nasconde quasi sempre, al suo interno, un capolavoro: un affresco, una statua, un coro ligneo, un antico organo, una pala d’altare. La più insignificante frazione tra i mille e più campanili che ornano la Penisola ha spesso una peculiarità che la rende unica o comunque attraente: l’amenità del paesaggio, lo stile caratteristico delle abitazioni ecc. Al netto delle chiacchiere da bar o da social network, la politica e la stragrande maggioranza della popolazione italiana sono perfettamente adiafore a tutto questo. Se non lo fossero, se avessimo un minimo di sensibilità (non dico amore, parola sempre troppo impegnativa) verso la Bellezza che ci circonda, se il nostro neurone del senso estetico non fosse affetto da inguaribile narcolessia, non avremmo bisogno di ascoltare in tv geologi che ci spiegano per l’ennesima volta, dopo ogni disastro, l’impossibilità di preservare i nostri beni paesaggistici e culturali (e le nostre stesse vite) continuando a stendere coltri di cemento dappertutto, giorno dopo giorno e anno dopo anno, salvo poi piangere le cose e le esistenze travolte dall’esondazione di fiumi soffocati dal calcestruzzo, da colline che franano per il disboscamento selvaggio, da manufatti abusivi tirati su senza alcun rispetto delle norme, della sicurezza e della stessa decenza.
Il terremoto, lo sappiamo bene e lo ripetono fino alla noia gli esperti, c’entra poco con tutto ciò: il movimento delle placche avviene a profondità tali che quel che l’uomo fa e disfa in superficie gli è totalmente indifferente. E’ la componente “destino” di quel tandem malefico cui abbiamo fatto cenno all’inizio. Su questa componente possiamo influire poco o nulla, almeno per quanto riguarda gli edifici più antichi. Possiamo influire e dobbiamo influire, però, sulle nuove costruzioni, che talvolta crollano inspiegabilmente prima e meglio delle case in pietra dell’ottocento, malgrado sulla carta risultino fabbricate con tutti i crismi imposti oggi dalle leggi e dalla moderna scienza delle costruzioni.
Lì non c’è destino che tenga, lì il Paese si mostra nudo e sghembo al mondo per le precise responsabilità di qualcuno che doveva fare e non ha fatto oppure che ha fatto male, per indolenza, incapacità o furfanteria. Lì, non si scappa, è nolontà o banditismo. O entrambe le cose.