Articolo di Francesco Caruso – Maggio 2018

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Se la libreria piange più della tasca

Osservazioni ad adiuvandum all’Amaca “classista” di Michele Serra

Credo che tutti i lettori assidui di Repubblica (ma non solo) conoscano l’Amaca di Michele Serra, ovverosia quella rubrica deliziosa che il noto scrittore e giornalista tiene da anni sul quotidiano romano e nella quale veicola, in brevi e icastici concetti, il proprio punto di vista sugli eventi politici o di costume del momento. Sono articoli di poche righe e pur tuttavia sempre estremamente chiari e incisivi. Merito questo dell’inconfondibile stile di Serra, al contempo piano e raffinato come nella migliore tradizione montanelliana. Tuttavia talvolta la necessaria sinteticità del testo, malgrado le indubbie capacità del autore, può ingenerare equivoci e dare la stura alla solita e stucchevole giostra di polemiche sia sui social (dannazione eterna a chi li ha inventati…) che su internet o sui giornali concorrenti.
E’ quello che puntualmente è accaduto dopo un’Amaca della scorsa settimana a proposito del commento di Serra, da molti giudicato classista, su un grave e deplorevole episodio di bullismo scolastico ai danni di un docente accaduto all’interno di un istituto tecnico di Lucca. Cosa ha mai detto Serra di tanto scandaloso da scatenare la solita gazzarra di insulti, derisioni e malevolenze? Ha detto una cosa sgradevole ma estremamente vera: purtroppo certe manifestazioni di inciviltà, per non dire altro, sono più frequenti tra gli studenti degli istituti tecnici e professionali che tra quelli dei licei. Il motivo? L’inopia economica e culturale delle categorie sociali di provenienza della maggior parte degli allievi del primo tipo di scuola, solitamente appartenenti a famiglie in cui scarseggiano soldi e congiuntivi.
Immediati i fulmini e le saette, dalle Alpi alle Piramidi e dal Manzanarre al Reno: Serra ottuso, Serra rimbambito, Serra altoborghese con le puzze al naso, per finire col sempiterno “Serra fascista”, un condimento buono per tutte le pietanze ed asperso in abbondanza alla minima occasione. Ovviamente giudizi del genere sono stati spadellati con generosità e nella loro espressione più rozza e truculenta soltanto nei famigerati social, luoghi dove gli onagri da tastiera, tra una forchettata e l’altra di biada, sfogano in assoluta libertà la propria idiozia compulsiva demolendo a colpi di villanie da taverna e rutto finale azioni, valori e persone (Umberto Eco Santo Subito). Dal canto loro, opinionisti e colleghi di Serra hanno invece espresso, com’era logico attendersi, critiche aspre ma ragionate e soprattutto consone agli insegnamenti di monsignor Della Casa. In entrambi i casi, tuttavia, la sostanza del messaggio è rimasta la stessa: sia gli uni che gli altri, imbevuti di quel donmilanismo da strapazzo che tanti guasti arreca da anni alla società e alla scuola italiane, non hanno capito che le riflessioni di Serra, oltre che rispecchianti in pieno quella che purtroppo è da tempo la realtà quotidiana di tante aule scolastiche, sono tutt’altro che classiste. Quello di Serra è, infatti, nient’altro che un enorme urlo di Munch, l’ urlo di rabbia e indignazione di un progressista erudito, cresciuto a pane e Gramsci (“studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza”), che osserva sgomento il fallimento di uno dei caposaldi valoriali per i quali si è speso e nei quali ha creduto: la diffusione del sapere, e specialmente di quello umanistico, tra le classi meno agiate quale volano di elevazione morale e materiale, fonte di riscatto e di eguaglianza sostanziale – quella che elimina gli ostacoli e offre a tutti le medesime possibilità di partenza (art. 3, comma secondo, Cost.) – strumento principe per la realizzazione di un modello di società improntato al rispetto dei precetti di legge e di civile convivenza.
C’è però nel (corretto) ragionamento di Serra anche la perpetuazione di un equivoco di fondo che nessun commentatore riesce mai a cogliere: oggigiorno le fasce sociali cosiddette inferiori spesso sono tali solo per un pregiudizio ottocentesco duro a morire. Mi spiego meglio: negli istituti tecnici e professionali ci troveremo più facilmente il figlio dell’operaio rispetto al figlio del cancelliere di tribunale, ma non è detto che il primo sia sempre economicamente più povero del secondo. Molto spesso la povertà è soltanto culturale, non economica. Ragion per cui il meccanico, l’artigiano o il negoziante con una situazione reddituale senza particolari patemi mandano la loro prole all’istituto tecnico perché latino, greco e storia per costoro son solo perdite di tempo o perché il ragazzo scrive ancora è verbo senza accento (e dunque, che liceo vuoi fargli fare?); mentre l’impiegato e il piccolo professionista, che di solito non navigano certo nell’oro, preferiscono che i figli comunque vadano al liceo perché danno più importanza alla formazione culturale che agli sbocchi occupazionali immediati.
Per capire che gli squilibri tra le famiglie d’origine di liceali e studenti dei tecnici sovente sono inesistenti o quasi (almeno all’apparenza), basterebbe osservare abbigliamento e accessori (smartphone, ciclomotori ecc.) degli adolescenti che frequentano i due indirizzi scolastici: praticamente identici. La disparità, dunque, non sta tanto nel portafogli quanto nelle biblioteche e casomai, per trovare i rampolli dei veri benestanti, bisognerebbe visitare – oggi come ieri – i licei privati di prestigio, non certo un Terenzio Mamiani qualsiasi. Di contro, i figli della gente veramente povera tuttora si fermano alle medie (l’obbligo scolastico fino ai 16 anni non è coperto da sanzione, il che, in un Paese come l’Italia, equivale a dire che non esiste…), soprattutto perché i costi dei libri di testo delle superiori-liceo o tecnico che sia- per le tasche dei loro genitori sono davvero proibitivi.
Se non comprendiamo questa fondamentale differenza rispetto all’epoca e alla scuola di Don Milani, non riusciremo mai a capire il perché dei bullismi e dei vandalismi dilaganti tra i giovani d’oggi. Quando le carenze sono soprattutto economiche, la rabbia dei giovani provenienti da realtà ambientali svantaggiate ha sempre ed essenzialmente un sostrato di protesta sociale; quando la stessa rabbia promana da studenti espressione di contesti familiari dal tenore di vita bene o male sereno, le cause sono più complesse e vanno cercate altrove, in special modo nel machismo (anche declinato al femminile) e nelle logiche da branco che dominano gli stadi e le periferie delle grandi città (ma questi comportamenti collettivi da tempo si sono espansi pure ai centri medi e piccoli), nell’aggressività elevata a imprescindibile cifra esistenziale individuale (pensiamo alle liti di condominio, oggi autentica piaga sociale e fino a pochi anni addietro fenomeno estremamente circoscritto) nonchè nell’eccessivo risalto e nell’eccessivo seguito che hanno certi cattivi maestri televisivi (gli “eroi” di Gomorra, dica quello che vuole certa sociologia di larga manica, non saranno mai un innocuo intrattenimento e tantomeno un buon esempio): tutti fattori che inevitabilmente esercitano una maggiore presa tra chi ha una confidenza con le pagine di un buon libro inversamente proporzionale a quella che ha con playstation, discoteche e sale giochi.
Miscelate tutto questo con l’infimo livello di considerazione e autorevolezza di cui godono oggi i professori e con la pervicace convinzione di parecchi genitori di avere per figli dei cherubini dal rendimento scolastico bugiardo rispetto alle  eccelse qualità  e avrete come risultato Lucca.

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