Articolo di Francesco Caruso – Ottobre 2018

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Un carrello in meno , un po’ di dignità in più

Scrive Carlo Marx che la voracità del capitale, vampiro assetato del sangue vivo del lavoro umano, è tale da non conoscere confini. Se il capitale non viene limitato con le lotte e con le leggi, si prende tutto, fino all’ultima cellula del corpo, fino all’ultimo minuto della giornata lavorativa.Diego Fusaro

Leggo sempre con piacere gli articoli che il giovane filosofo Diego Fusaro scrive sul FQ e ne condivido quasi sempre i contenuti. Fusaro in Italia è il massimo esponente, insieme a Bagnai, di quell’intellettualità di sinistra che ha abbracciato un’idea di sovranismo distante anni luce, malgrado le maldicenze dei detrattori, dall’orbanismo salviniano e che trova la propria sponda politica (fatta eccezione per Bagnai, eletto con la Lega) nel movimento di Beppe Grillo.
Il professore torinese recentemente si è inserito, con un articolo sul quotidiano diretto da Marco Travaglio, sulla vexata quaestio, innescata dal governo gialloverde, dell’apertura domenicale e notturna degli esercizi commerciali, ovviamente esprimendo, da buon marxista ortodosso, punti di vista nettamente favorevoli ad una limitazione della liberalizzazione selvaggia del settore in atto fin dal 2012 grazie ad un provvedimento dell’esecutivo Monti. Il governo Conte infatti pare fermamente intenzionato a varare, entro la fine dell’anno, norme che ripristinino quantomeno la turnazione tra gli esercizi, restituendo ai lavoratori il riposo settimanale domenicale e la fruizione delle altre giornate festive. Insomma, l’ennesimo colpo di piccone dell’esecutivo in carica a quell’ ordo iuris affermatosi negli ultimi trent’anni che ha elevato il mercato a misura di tutte le cose.
E fino a qui nulla di nuovo: il governo dei populisti, come viene spregiativamente definita l’alleanza Lega-M5S, per distinguersi nettamente da chi lo ha preceduto deve necessariamente adottare politiche di natura diametralmente opposta. D’altronde, il consenso larghissimo di cui gode tuttora (ma più che di mero consenso dovremmo parlare di vera e propria egemonia, nel senso gramsciano del termine) si fonda proprio sulle aspettative di radicale cambiamento rispetto al passato nutrite da una vasta parte della pubblica opinione. Da ciò, con riferimento a quelli già emanati o in gestazione, i provvedimenti contro l’immigrazione, per lo smantellamento dei consolidati rapporti simbiotici – e troppo spesso anche fetidi – tra potere politico e grandi gruppi industriali (il caso Morandi), per il contrasto al precariato o in materia di sicurezza e legittima difesa.
Quello che personalmente mi sorprende, casomai, non sono tanto le scelte di Conte e dei due vice premier, quanto la reazione irruente e scapigliata di una certa opposizione di sinistra (o presunta tale) a riforme che di sinistra, ictu oculi, invece ne contengono parecchia. Posso capire che la gauche da sacrestia che ci ritroviamo, sortita dal brodo primordiale seguito alla caduta del muro di Berlino e dal conseguente smarrimento delle bussole ideologiche, alzi gli scudi di fronte ai comportamenti dell’attuale maggioranza su temi come immigrazione e sicurezza. Comprendo invece molto meno il pollice verso sul decreto dignità o sull’emanando disegno di legge che dovrebbe contenere le aperture domenicali dei negozi.
Limitandoci a quest’ultimo argomento di polemica politica, fa una certa impressione sentire esponenti del PD difendere a spada tratta leggi che di fatto- basterebbe indire una seria consultazione tra gli interessati per rendersene conto-hanno tranciato diritti e dignità a tantissimi lavoratori, tra l’altro in nome di una aprioristica difesa del consumatore che, se è cosa buona e giusta quando le legittime prerogative di costui vengono lese o minacciate dalla protervia delle aziende, non lo è certamente quando viene sbandierata per perpetuare i soprusi della parte datoriale su una categoria di salariati già contrattualmente fragile ed esposta qual è quella degli addetti alle vendite di supermercati e centri commerciali.
L’infanzia, l’adolescenza e la gioventù di chi scrive sono state vissute in una società dove i negozi di notte e nei festivi rimanevano chiusi a doppia mandata e tuttavia la cronaca non ha mai registrato manifestazioni di piazza e pubbliche petizioni contro l’impossibilità di comprare il detersivo per i piatti o il surgelato appena finita la messa, forse anche perché all’epoca non c’era bisogno di spiegare al popolo che il trasporto pubblico e gli altri servizi pubblici essenziali (così come bar e ristoranti) sono cosa ben diversa dal parmigiano h24. L’uzzolo irresistibile di tenere perennemente alzate (o quasi) le saracinesche è figlio, come sottolinea giustamente Fusaro, del delirio consumistico innescato dall’idolatria neocapitalista dei nostri tempi.
Niente di male, in fondo, se all’apertura indiscriminata dei negozi avessero almeno fatto da contrappeso una turnazione decorosa tra i lavoratori e un sostanzioso aumento delle indennità nei notturni e nei festivi. Ma nulla di tutto ciò è accaduto: l’occupazione – al contrario di ciò che da giorni vanno cianciando le imprese del settore – in questi ultimi anni non ha subito significativi incrementi (casomai il contrario…) e pertanto la turnazione tra i lavoratori è rimasta praticamente lettera morta mentre le ore lavorate nei festivi e nei notturni, contrariamente a quanto si verifica nei servizi pubblici essenziali, sono state semplicemente “spalmate” nella retribuzione ordinaria.
Il risultato finale è stato una spaventosa licenza di sfruttare confezionata dallo Stato a favore di società commerciali e di multinazionali che non avevano certo bisogno di ulteriori regalie per impinguare utili di per sé già abbastanza ghiotti. L’obiezione, avanzata da chi vorrebbe mantenere l’attuale sistema di orari, che basterebbe contrastare con le armi del diritto eventuali abusi e speculazioni sulla pelle dei lavoratori, cozza miserevolmente con la comprensibile refrattarietà di questi ultimi – per motivi che neppure vale la pena di ricordare – a denunziare le soperchierie padronali. A questo punto, dunque, meglio un obbligo di legge obiettivamente accertabile e sanzionabile dai pubblici ufficiali senza la necessità di ricorrere a testimonianze di supporto, quale può essere quello di chiudere l’esercizio in certi orari e certe giornate. Senza contare che, volendo, in fin dei conti si potrebbe anche varare una riforma a due velocità, raggiungendo il duplice scopo di restituire alle famiglie e al riposo i dipendenti delle grandi e medie strutture di vendita riducendo al contempo la forbice dei profitti tra queste ultime e le piccole botteghe a conduzione familiare: turni per le grandi e medie strutture, libertà assoluta di apertura per il negozio sotto casa.
Un carrello in meno di spesa per noi e un briciolo di dignità in più per i contraenti deboli di un rapporto di lavoro: in certi casi non ci vuole poi molto a far cose di sinistra.

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Articolo di Francesco Caruso – Settembre 2018

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Figlioli miei, razzisti immaginari.

“Il potere di disciplinare l’immigrazione è una manifestazione essenziale della sovranità dello Stato, la quale comporta il controllo del territorio (Corte Costituzionale, sentenza n. 250/2010) 

Lo Stato non può (…) abdicare al compito, ineludibile, di presidiare le proprie frontiere: le regole stabilite in funzione di un adeguato flusso migratorio vanno dunque rispettate, e non eluse (…) essendo poste a difesa della collettività nazionale e, insieme, di tutti coloro che le hanno osservate e che potrebbero ricevere danno dalla tolleranza di situazioni illegali” (Corte costituzionale, sentenza n. 353/1997).

Esiste   una differenza tra la posizione del cittadino e quella dello straniero, nel senso che il cittadino ha diritto di risiedere nel territorio dello Stato senza limiti di tempo, mentre lo straniero è soggetto ad apposite autorizzazioni (Corte costituzionale, sentenza n. 244 del 1974).

La  posizione dello straniero che soggiorna  in Italia non è di diritto soggettivo ma di interesse legittimo (Corte di cassazione,  sentenza n. 6370 del 2004)

Dal Corriere della Sera di oggi: “Agitu, la ragazza etiope che alleva capre in Trentino: ‘Io minacciata di morte perché nera’ “

Ecco, signori, questo è razzismo. Prendiamo in mano una volta per tutte un buon vocabolario e rimettiamo le parole al loro posto, smettendola di evocare il  razzismo per eventi e circostanze che nulla con esso hanno a che vedere. Il termine razzismo negli ultimi anni è diventato infatti una sorta di silos dove  poter stipare di tutto e l’aspetto grave della vicenda è che anche l’autorità giudiziaria italiana, in un contesto legislativo che già da tempo prevede norme severe per chi commette reati aggravati da una matrice razziale (L. 654 del 13.10.1975 e D.L. n. 122 del 26-04-1993, convertito dalla L. n.205 del 25-06-1993) , pare talvolta voler seguire quest’onda esegetica.

D’altronde il dibattito sull’immigrazione si è talmente incarognito negli ultimi tempi, con le due claque contrapposte dell’oltranzismo accoglientista e di quello xenofobo che strepitano in continuazione impedendo ogni riflessione seria sul fenomeno, che sembra già tanto non aver partorito ancora, alternativamente,  i traghettamenti  di massa o le cannonate sui barconi.

L’arrivo di Salvini al Ministero dell’Interno ha ovviamente inasprito le contrapposizioni tra le due “tifoserie”, ma non si può dire onestamente che abbia dato una colorazione razzistica al governo gialloverde. Salvini sta semplicemente continuando a fare, con altri mezzi, quello che aveva già fatto il tanto vituperato (da ONG , intellettuali, mondo cattolico ecc.; non certo dalla maggioranza dell’opinione pubblica…) Minniti, ossia ridurre al massimo gli sbarchi. Perché un conto è salvare vite umane, un altro accogliere sine die. Peccato  che le due cose, per l’attuale quadro normativo nazionale e internazionale sulla materia, purtroppo coincidano.

Dunque il leader della Lega altro non sarebbe che il secondo di una ideale staffetta. Eppure da giorni stiamo assistendo alla commedia plautina di tanti denigratori di Minniti  che , improvvisamente illuminati dal Verbo, ora ne  cantano le laudi dimenticandosi (si fa per dire) che tra i due solo il metodo è diverso: Minniti i migranti li bloccava in Libia, Salvini – che non ha le “entrature” internazionali del predecessore – li blocca in mare. O nei porti.

Il pericolo in  tutto ciò è che la confusione tra vero razzismo e mera insofferenza porti giornali, politica e social media ad adottare prese di posizione che invece di contrastare il razzismo rischiano di vellicarlo, seppur involontariamente.  Protestare contro l’arrivo dell’ennesimo carico di migranti nel centro accoglienza già super affollato, è cosa ben diversa dalle offese ripugnanti e dal teppismo vigliacco e infame ai danni di una ragazza etiope che ha l’unica colpa di aver avviato una attività economica nel nostro Paese. Mettere i due fatti sullo stesso piano significa permettere ai razzisti veri di poter invocare le stesse scusanti, spesso indubbiamente fondate, dell’ insofferenza generata dal disagio. Errore madornale.

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Articolo di Francesco Caruso – Luglio / Agosto 2018

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Se ci lasci poi vale

Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti (Luigi Pirandello)

Tra tutte le forme di piaggeria farisea che dall’alba della civiltà attossicano i rapporti umani, quella forse più deprecabile e intollerabile è la piaggeria in articulo mortis, ossia la piaggeria di chi un istante prima del decesso ha detto peste e corna di qualcuno e un istante dopo si straccia le vesti e si profonde in apologetiche scatenate dei pregi e delle virtù del defunto. Pregi e virtù che per un insondabile mistero delle umane sinapsi soltanto a sarcofago chiuso il fulminato di turno sulla via di Damasco è riuscito a vedere.
Difetto tipico del mondo latino (dalle parti di Lutero anche la coerenza è considerata un valore comunitario e un viatico per l’empireo degli eletti), la piaggeria post mortem ha talvolta esiti così comici che soltanto il rispetto per il deceduto – chiunque esso sia stato – impedisce di volgere a sghignazzo irridente. In ogni caso, risvolti comici o meno, sempre più spesso siamo costretti a leggere o ad ascoltare in tv, in religioso silenzio, prefiche maschili e femminili che millantano amicizie di antica data col regista o con lo scrittore tal dei tali appena tornato alla casa del Padre o che, con la dovuta compunzione che il momento richiede, si sperticano in elogi un tanto al chilo per tutto ciò che il morto ha fatto in vita, fosse pure l’iscrizione al torneo di freccette della società operaia del paese.
Diciamo subito che questo vezzo di rigirare le frittate dei giudizi sul prossimo a seconda dello stato di verticalità o orizzontalità dei destinatari, in genere si manifesta con le persone famose. Nei confronti delle migliaia di militi ignoti che ogni giorno lasciano le miserie di questo pianeta, solitamente simpatizzanti e antipatizzanti rimangono fermi nelle proprie posizioni, ragion per cui il caro estinto, se reputato stronzo in vita, stronzo rimane pure dopo aver esalato l’ultimo respiro. L’unico “cartiglio” di compassione che i nemici concedono al morto- una sorta di onore delle armi –è la formula di stile “pace all’anima sua”, dopo di che di solito parte a raffica la sfilza di opinioni poco lusinghiere su ciò che il trapassato ha fatto in vita.
Quando invece le spoglie mortali sono quelle di persona nota, ecco che come per miracolo i diavoli diventano santi, i trasandati eccentrici, i molestatori sessuali schiavi d’amore, i mediocri incompresi, gli incolti naif, gli spocchiosi schivi e i logorroici estroversi.
Se hanno riempito i coniugi di corna, diventano poliamorosi; se il pieno di corna l’han fatto loro, irenici e atarassici oltre ogni ragionevole dubbio, intellettuali distaccati dalle passioni peggio degli scienziati distratti dell’isola volante di Laputa.
Insomma, il corrivo interiore che è in molti di noi pare si risvegli puntualmente quando all’ombra dei cipressi e dentro l’urne ci finisce un personaggio conosciuto, nel bene o nel male.
L’ultimo esempio illustre di palinodia mortis causa è della scorsa settimana.
Carlo Vanzina per decenni è stato, in coppia col fratello, il simbolo stesso della spazzatura cinematografica, il deus ex machina di tutto ciò che di laido, scurrile, scorreggione, sessista e scadente la nostra industria del cinema ha prodotto tra gli anni ottanta e gli anni novanta. Gli articoli dei critici a commento dei tanti cinepanettoni che la coppia di registi ha sfornato in quel periodo sfioravano spesso il codice penale e il pubblico che affollava le sale dove si proiettavano i loro film difficilmente si poteva incontrare anche alle conferenze di Zygmunt Bauman. Ciò nonostante, appena deceduto Vanzina è stato celebrato da fior di giornalisti ed esperti di cinema come un riverito maestro della celluloide, un autentico luminare della settima arte, un visionario che ha rivoluzionato la commedia all’italiana (che l’abbia fatto a suon di rutti e tette al vento importa poco). La discendenza dal grande Steno, prima puntualmente evocata per rimarcare le differenze in peius tra padre e figlio, adesso è diventata il bollino di garanzia di tutto il suo lavoro. I suoi buzzurri romani arricchiti e i suoi patetici industrialotti lombardi con amante al seguito per la critica revisionista ora sono lo specchio fedele ed inquietante della resistibile ascesa del cafonal in ogni commessura della società italiana nonché delle insanabili fratture economiche e geografiche del Paese; la vacuità, le bischerate e il provolonismo da strapazzo dei personaggi di contorno, l’ espressione icastica del crollo dei valori morali del proletariato e della piccola borghesia; l’esibita e compiaciuta volgarità a colpi di denaro, pellicce e auto di lusso, l’emblema vivente del prolasso etico di una intera nazione e della sua resa incondizionata al canagliume imperante in ogni ganglio della vita politica e sociale.
Si potrebbe continuare all’infinito con l’elenco delle giravolte registrate nei giorni scorsi sul tema. E d’altronde, come accennato, il fenomeno del pentimento a babbo morto non è nuovo nella cultura italiana e in quella cinematografica in particolare (celeberrimo il caso di Totò)
Quello che risalta e stupisce in tutto ciò è la disinvoltura tutta italiana delle giravolte, il cambio di passo repentino, la facilità con cui si transita, nei confronti di un autore o di un genere, dalla crocifissione all’ assunzione in cielo. Personalmente, continuo a ritenere i Vanzina due registi che hanno sì fotografato un’epoca- gli anni 80 della “Milano da bere”, degli stilisti spacciati per maestri di pensiero, del disimpegno, dell’arricchimento facile e spesso disonesto, dello svago ad ogni costo, dell’ossessione per la forma, del vuoto pneumatico valoriale ecc. – ma, contrariamente ai loro illustri predecessori degli anni 50 e 60, fermandosi all’ epicarpo e stando sempre bene attenti a non gettare mai lo sguardo all’interno del frutto per timore di scoprirci il verme…

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