Articolo di Francesco Caruso -Gennaio/Febbraio/Marzo 2020

by admin

L’importanza di chiamarsi Pubblico

“Prima o poi, se si vive abbastanza, i cerchi si chiudono” Isabel Allende

Alla fine doveva succedere e alla fine è successo. La dannunziana favola bella si è tramutata in un’ orrifica creatura di H.P. Lovecraft e il Paese guascone e troppo spesso anche fanfarone, amante della crapula e del convivio, capace in ogni occasione di irridere e irridersi, si è risvegliato più tetro di un borgo di campagna della bassa Sassonia, più triste e desolato di un’isola in balia delle tempeste del mare del Nord. L’emergenza epidemiologica in atto l’ ha trasformato all’improvviso dal gioiello di cultura e natura che il mondo ci invidiava nell’inquietante rappresentazione vivente di un romanzo distopico, uno di quelli dove un morbo misterioso e implacabile dissemina di cadaveri sfatti e putrescenti ogni angolo di strada.
Eravamo abituati a cartoline del nostro Paese dove la didascalia più ovvia da mettere per cartiglio è stata sempre un sorriso nella bocca di un inguaribile e trascinante logorroico, la stiamo sostituendo con quella del monatto di Manzoni. Che poi il logorroico del cartiglio fosse un lombardo, veneto, toscano, romano, napoletano o siciliano importava poco: c’era in questo Paese, nella gente di questo Paese, al di là del mito delle sue diversità e rivalità di campanile, un minimo comune denominatore fatto di sapida ironia, fatalismo, socialità, buon senso d’antico retaggio, orgoglio individualista, vanagloria, testardaggine e genio che niente e nessuno, nemmeno due devastanti guerre mondiali con il loro cascame di morti e carestie, hanno mai messo in pericolo. Ci voleva un killer invisibile e spietato venuto da lontano per dissipare tutto questo tra le nebbie di un’alba lodigiana: oggi nelle belle facce dei nostri connazionali del nord, del centro e del sud si vede spesso solo smarrimento e paura. E dolore, per i troppi cadaveri che questo morbo sta seminando ogni giorno dentro gli ospedali.
Ma accanto alla paura e al dolore sta emergendo prepotente anche un altro mostro, un altro raccapricciante Cthulhu, a contendere il podio agli altri due incubi: la fatica. Fatica vera, di membra e di testa, greve e senza sconti. La fatica dei tanti operatori sanitari, poliziotti, militari, funzionari e impiegati impegnati quotidianamente a fronteggiare il virus e le conseguenze del virus. A costo di infettarsi anch’essi, come purtroppo è capitato e continua a capitare.
Ecco, quando tutto questo sarà finito e sarà solo un angoscioso ricordo da chiudere nei cassetti della memoria, se vedremo un diamante spiccare in mezzo al letame, quel diamante sarà la rivalutazione collettiva di un’intera e consistente fetta di popolazione italiana, i pubblici dipendenti: vasta porzione di cittadini finora esposta quotidianamente al pubblico ludibrio ed alla pubblica esecrazione da una narrazione – in parte disonesta e in malafede, in parte condizionata da campagne di stampa prezzolate – che la voleva dedita solo a rubare stipendi, a riscaldare sedie, a timbrare cartellini di presenza in mutande o a farlo per altri, a trascorrere le ore di lavoro bighellonando tra bar, supermercati e palestre.
Ha fatto comodo a qualcuno in questi ultimi anni usare il metodo induttivo nel giudicare il nostro pubblico impiego, facendo credere che pochi mascalzoni fossero rappresentativi degli usi e costumi dei tre milioni di civil servants che ogni mattina, per retribuzioni spesso al limite della sussistenza, si alzano dal letto per offrire ad altri cittadini e alla comunità tutta servizi che altrimenti quei cittadini, quella comunità, dovrebbero pagare a peso d’oro. Stiamo parlando di insegnanti, di uomini e donne delle forze dell’ordine,di medici, infermieri, vigili del fuoco, ministeriali, operatori ecologici ecc.: spina dorsale di un Paese che, grazie a loro, può permettersi di ricoverare centinaia di persone in rianimazione senza doversi chiedere prima se possiedano o meno un’adeguata assicurazione sanitaria. Per esempio.
“Sono troppi, sono inutili, sono la palla al piede del Paese”. Quante volte abbiamo sentito questi ragionamenti in bocca a politici, giornalisti, economisti, imprenditori. Quante volte li abbiamo sentiti questi discorsi e quale voragine di guasti hanno provocato dagli anni novanta ad oggi. In nome del privato che è sempre bello e del pubblico che è brutto per codice genetico.
E’ a causa di questa oscena narrazione, figlia di un disegno liberista di smantellamento dello Stato sociale in tutte le sue espressioni che ha goduto a lungo, purtroppo, anche di un largo consenso nell’opinione pubblica e della correità pelosa di forze politiche che avrebbero dovuto in astratto avversarla, che oggi ci ritroviamo un Servizio sanitario nazionale tanto eroico nei suoi uomini e nelle sue donne quanto disarmato, come un esercito sterminato ma privo di munizioni. E’ grazie alle castronerie propalate per anni da opinionisti e organi di informazione su un contenimento della spesa pubblica da perseguire unicamente tagliando personale, strutture e servizi, che ci ritroviamo con intere zone d’Italia senza ospedali, tribunali, scuole, presidi di pubblica sicurezza.
Ecco, se alla fine di questa via crucis capitataci proditoriamente tra capo e collo, noi che siamo, in Europa, i bardi della bellezza e dell’armonia, custodi da sempre di un’idea di civiltà e progresso che non disdegna l’edonistico piacere della “sostenibile leggerezza dell’essere”, ritroveremo anche l’orgoglio di appartenere ad una nazione che non disprezza chi lavora in essa e per essa, allora forse tutto questo avrà avuto comunque uno sberluccichio di positività, fievole lucore nel buio fitto della notte del virus.

0 views

La pillola di Natale

by admin

Adda veni’ la Sirenetta…

 

Trovo davvero incredibile come la sinistra continui ad illudersi che riempire una piazza equivalga ad aver già vinto le elezioni. Già Pietro Nenni a suo tempo ammoniva dal far eccessivo affidamento, quale termometro del consenso goduto da un partito nel Paese, nelle larghe partecipazioni popolari a marce e raduni (“Piazze piene, urne vuote”), ma evidentemente il saggio consiglio, nonostante anni di batoste elettorali seguite ad adunanze e iniziative pubbliche fortemente partecipate, non riesce proprio a perforare la corteccia cerebrale di politici, intellettuali e giornalisti di area progressista. C’entra forse qualcosa l’ubriacatura degli anni settanta, unico periodo della Storia repubblicana in cui effettivamente, perlomeno da un certo momento in poi (ossia dalla metà del decennio), le migliaia di persone portate in strada dal PCI cominciarono a fare il paio con i milioni di voti che il partito di Berlinguer raccoglieva nei seggi. Dopo quel fugace momento, però, centomila o un milione di persone in corteo non hanno più rappresentato la prova incontrovertibile di un gradimento popolare diffuso e, soprattutto, maggioritario.
Ho ancora negli occhi , ad esempio, l’imponente manifestazione antirazzista che si svolse a Macerata nel febbraio del 2018 dopo che un certo Luca Traini aveva deciso a modo suo, sparando su immigrati innocenti, di vendicare l’omicidio della povera Pamela Mastropietro. Tutti a gridare alla ritrovata civiltà dei marchigiani, tutti a gonfiarsi il petto orgogliosi di una popolazione e di una città che, nonostante l’orrore per un delitto atroce, da macelleria messicana, non avevano mandato al macero la propria umanità. Risultato? Alle elezioni politiche del mese dopo la Lega di Salvini incassò a Macerata una valanga di voti.
Ora è il turno delle sardine. Alle cui iniziative e ai cui successi è seguita a ruota, come un riflesso condizionato, la solita carovana di peana, osanna, inni alla gioia, squilli di tromba, tarante scatenate  e scatenati balli latino -americani da parte di condottieri e truppe cammellate del Sol dell’Avvenire, tutti a sgomitare per intestarsi questa marea tracimante di giovani pesciolini antisovranisti che ogni giorno riempiono la piazza di un comune della Penisola. L’equazione fatta dai soliti ottimisti in salsa gauche è la solita: diecimila qua, cinquemila là, vuoi vedere che l’aria è cambiata, vuoi vedere che stavolta la sfanghiamo? Vuoi vedere che poco a poco al Capitano toglieremo pure il portabandiera e il tamburino?
Non si rendono conto che migliaia di sardine in piazza non saranno mai capaci di attrarre voti quanto l’ennesimo sbarco di poche decine di immigrati in un porto italiano…

0 views

Articolo di Francesco Caruso Novembre/Dicembre 2019

by admin

Togliere il contante non servirà a nulla

Sì, lo so: dopo questo titolo, l’appellativo più analgesico che mi beccherò sarà quello di amico degli evasori. Per non parlare poi di quelli che cominceranno a proporre per il sottoscritto l’introduzione del reato di concorso esterno in evasione fiscale. Tutti i lavoratori dipendenti affiggeranno il mio ritratto in ufficio per esercitarsi nel tiro con le freccette mentre le associazioni sindacali di categoria organizzeranno roghi di piazza di fantocci aventi le mie fattezze.
Sì, lo so: vengo da sinistra e a sinistra lotta all’evasione e abolizione del contante da tempo sono totem oggetto di sconfinata venerazione, quasi pari a quella nutrita per migranti e (pessime) riforme della scuola. Vengo da sinistra e perciò non dovrei permettermi simili apostasie. Se fossimo ancora ai tempi dell’Ancient Regime, probabilmente mi toccherebbe come minimo il supplizio della ruota e finirei ridotto a spezzatino come Louis-Dominique Bourguignon, meglio noto come Cartouche, celebre ed efferato capo banda francese dell’età della Reggenza.
Sì, so tutto questo ma a mia discolpa davanti all’indignata platea dei progressisti nostrani (veri o presunti) ho due argomenti inconfutabili: il diritto tributario italiano e il popolo italiano.
Qualcuno si è mai preso la briga di studiare un testo di diritto tributario italiano? Bene, se l’evento non gli ha provocato danni cerebrali irreversibili , lo sventurato dovrebbe sapere ed essere in grado di confermare che è il nostro diritto tributario, accozzo inestricabile di norme, regolamenti e circolari in perenne tenzone tra loro (oltre che con il buon senso e la razionalità), il miglior amico dell’evasore, perché è noto anche ai bimbi dell’asilo che se evadi 100 oggi come minimo starai tranquillo per i successivi cinque anni, perché nessun controllo in genere sarà fatto prima dell’incombere della mannaia prescrizionale; dopo di che, se avrai avuto la sfortuna di incappare in un ispettore dell’Agenzia delle Entrate particolarmente solerte e fortunato, l’ordinamento ti offrirà diecimila scappatoie, fra sconti, bonari componimenti, accertamenti con adesione, transazioni, sospensioni della riscossione, compensazioni, rateazioni e chi più ne ha più ne metta. Manca solo l’omaggio del materasso ortopedico col set di cuscini e federe..
Cartina al tornasole di un sistema impazzito per la sua stessa, pervicace volontà di complicarsi l’esistenza invece di semplificarsela, l’ impianto finalistico su cui oggi poggia il diritto tributario tricolore si potrebbe definire col motto “pochi, maledetti e subito”. Tradotto: “ci hai fregati, io Stato lo so ma siccome non riuscirò mai a farti cacciare i denari dalle tasche, dammi quattro spicci e un panino e siamo pace…”
Talvolta però capita pure che il contribuente infedele (o presunto tale) non riesca a salire su nessuna delle tante scialuppe di salvataggio che puntualmente l’Erario patrio gli cala in mare.
Cosa fare in questi casi? Niente paura, c’è ancora Wonder Woman , ossia la Commissione tributaria, di primo e secondo grado, anche qui col suo immancabile codazzo di soluzioni alternative alla sentenza, espedienti giuridici che in nome del sacro ed inviolabile principio della deflazione processuale fan sì che alla fine l’evasione di 100 del 2014 diventi la lingua di menelicche spernacchiante del 2019…
Direte: cosa c’entra tutto questo con la tracciabilità dei pagamenti a mezzo POS? Non c’entrerebbe nulla se fossimo – che so – in Giappone, con il raro evasore (lì rigorosamente e soltanto “di necessità”) che, dopo aver appena commesso il fattaccio, corre a prendere la katana del nonno, ufficiale a Iwo Jima, per infilarsela nel petto. Invece siamo in Italia, culla di mascalzonaggini da asporto e callidità straccione a chilometro zero, dove al posto della massima flaianea “Tengo famiglia”, al centro del tricolore ci dovrebbe stare un più prosaico e meno piagnucoloso “Fesso chi paga” e dove per controllare le migliaia di movimenti giornalieri effettuati con la moneta elettronica, forse non servirebbe neppure dividere in due la popolazione italiana, bambini compresi: trenta milioni di controllati e trenta di controllori.
Mi pare sia chiaro a questo punto che, anche abolendo totalmente il contante, la maggior parte degli evasori quasi certamente continuerebbe imperterrita a nascondere al fisco tutto o parte delle proprie entrate, infischiandosene altamente della tracciabilità dei pagamenti e confidando nella ben nota lentezza bradipica della burocrazia italiana, nella farraginosità e permeabilità dei meccanismi di controllo, nei sempiterni condoni e, più in generale, in tutto quello che ci siamo inventati nel corso degli anni per sostenere lo sport nazionale di tanti nostri concittadini: il salto della regola.
In alternativa alla riduzione o all’abolizione tout court del contante, la fantasia dei riformatori in questi giorni si sta sbizzarrendo a proporre soluzioni decisamente più gradite di lotta all’evasione quali la deducibilità di tutto quello che si spende o la lotteria degli scontrini .
Il secondo escamotage ha la stessa filosofia di fondo dell’abolizione del contante e, dunque, le stesse pecche già viste, con in più la beffa di dover elargire i premi ai possessori degli scontrini vincenti. Il primo otterrebbe come unico risultato una proliferazione incontrollata di marioli del 740, perché all’idraulico che ci fa lo sconto sostanzioso sulla riparazione senza fattura (e che continuerebbe a farcelo anche con la deducibilità, semplicemente rendendo lo sconto più concorrenziale del rimborso dello Stato) si sommerebbe il finto cliente pronto a correre alla prima occasione dal vero idraulico per farsi rilasciare una fattura veramente fasulla per interventi mai fatti. E’ l’Italia, bellezza…
La possibile soluzione? Brutale, iniqua e poliziesca ma efficace: una preliminare cura da cavallo per la precettistica tributaria a base di dosi massicce di rasoio di Occam e, a seguire, tasse molto più basse per tutti ma galera, possibilmente in combinato-disposto con la confisca dei beni (fosse pure la cuccia del cane), molto più facile e certa per tutti. Se l’evasione diventa un azzardo poco conveniente e le manette , al contrario, un premio alle nostre malefatte molto meno aleatorio di quanto lo sia adesso, da un lato la gran parte dei contribuenti col vizietto dell’imbroglio dovrebbe adeguarsi (il condizionale resta d’obbligo, trattandosi pur sempre dell’agire dei discendenti del re Italo…) e dall’altro non ci sarebbe più bisogno di inventarsi un condono all’anno. Che poi , a pensar bene , cosa sono in fondo i condoni ? Nient’altro che flat tax a singhiozzo…
Sì, lo ammetto, è una soluzione che moralmente fa schifo anche a chi in questo momento ve la sta sponsorizzando, perché la tassazione giusta di una democrazia matura dovrebbe essere sempre e soltanto progressiva, ma 120 miliardi di evasione fiscale, mettiamoci l’anima in pace, con gli alambicchi giuridici e contabili degli alchimisti del fisco passati, presenti e futuri non si recupereranno mai. Mai.

0 views