Articolo di Francesco Caruso – Marzo/Aprile 2019

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Cronache dal Paese bipolare

Alla veneranda età di 58 anni, chi scrive mai avrebbe immaginato di vivere una stagione politica nazionale degna delle farneticazioni indotte dall’oppio o dall’assenzio, le sostanze senza le quali i poeti maledetti di fine ottocento non avrebbero prodotto le loro cose migliori. Se infatti si guardano i talk televisivi più gettonati e si ascoltano le opinioni degli ospiti in studio (solitamente appartenenti quasi sempre alla conventicola di lusso dell’intellettualità politicamente corretta liberale o di sinistra), sembrerebbe che al nostro attuale governo in carica   Maduro “gli spicci casa” e  Kim Jong pure la rimessa. Per non parlare dell’incessante e assordante cassandrismo apocalittico di giornali, tv, opinionisti, politici dell’opposizione e associazioni sui rischi di ritorno in pompa magna, per le strade come nei gangli più delicati delle nostre istituzioni democratiche, di fez, manganelli e olio di ricino. E’ tale e tanto il battage che si monta quasi ogni giorno nei media sull’argomento “fascismo di ritorno”, che si ha quasi nostalgia dei bollini di pressapochismo e minchioneria con cui inizialmente i fieri antagonisti dell’alleanza giallo-verde hanno ripetutamente “omaggiato” i tre baldi uomini in barca (Conte, Di Maio e Salvini) . Ora invece si è passati, come se nulla fosse, dai giullari e dai saltimbanchi agli emuli di Farinacci e Buffarini Guidi e dagli scemi di paese agli psicopatici assetati di sangue e potere, attentatori dei diritti universali dell’uomo e delle libertà repubblicane. Insomma, è sempre il problema del centro di gravità permanente vanamente cercato dal maestro Franco Battiato in una sua celebre canzone…
A sentire tuttavia i sondaggi, la maggioranza degli italiani, nonostante tutto quello che è successo dal 4 marzo 2018 a oggi, continua ad apprezzare la strana coppia Lega-5S e a gratificarla di un favore robusto, quantunque tutt’altro che bulgaro (54 per cento). Parrebbe addirittura, a voler dar credito a taluni esperti di umori del popolo sovrano,  che buona parte dell’elettorato sia leghista che grillino sarebbe pronta a punire pesantemente nell’urna i  partiti al governo qualora uno dei due o entrambi lo mandassero a ramengo anticipatamente.
Perché? Che sta succedendo? Gli elettori sono una massa acefala di rimbambiti, come ama sempre dire, tutte le volte che gli italiani non votano come piace a lui, il politicamente immarcescibile (purtroppo) Silvio Berlusconi? Oppure c’è al fondo qualcosa che i vari Bersani, Zingaretti, Renzi, Fratoianni e quel complesso caleidoscopio di giornalisti, economisti, artisti, scrittori, blogger e via discorrendo, accozzati alla politica di sinistra e ai suoi partiti fin dai tempi delle Tavole di Mose’, non sanno o fingono di non sapere?
Faccio una doverosa premessa: l’estensore di queste note non è affatto un fiancheggiatore a prescindere di questo governo. Più che altro è, casomai, un fiancheggiatore per pusillanimità, ossia per il timore (a suo avviso estremamente fondato) che, saltato il SalviMaio, la compagine governativa che gli succederà possa essere un SalviSconi, ossia un governo che riporterà nelle stanze del potere, “più belli e più superbi che pria” per dirla col Nerone di Petrolini, il Cavaliere di Arcore e i suoi ascari. 
Qualcuno, fiducioso in future prove d’innamoramento tra il PD derenzianizzato di Zingaretti e i grillini, potrebbe obiettare che il finale è ancora tutto da scrivere. Ma quel qualcuno francamente ce li vede i politici del PD sedersi al tavolo con Di Maio e soci a firmare un contratto di governo? A prescindere dalla nota riluttanza, quasi “ideologica” oseremmo dire, del PD a sottoscrivere un documento del genere in sede di trattative per la formazione di un nuovo esecutivo, un vero e proprio contratto potrebbe legare le mani al partito di Zingaretti su molti temi sensibili della propria agenda politica, a cominciare dai rapporti col sistema bancario e dall’immigrazione, dove le distanze con i 5S sono molto più ampie di quelle che corrono col partito di Salvini. I 5S sul contenimento dell’immigrazione incontrollata regalataci dalle passate legislature non hanno mai ingaggiato vere prove di forza con Salvini, appoggiandone quasi sempre le iniziative. Solo negli ultimi giorni, cioè dopo la deflagrazione della crisi libica, hanno mostrato qualche cambio di rotta e qualche sdrucciolamento “buonista” (peraltro prontamente rientrato), ma è vicenda questa che si innesta nel patetico e finora insoddisfacente tentativo di Luigi Di Maio, con le Europee alle porte, di recuperare voti sul lato sinistro del suo schieramento.
Tentativi del genere, infatti, ormai sono settimane che il Movimento prova a farne, per ricostruirsi una verginità e marcare le distanze da un alleato debordante che non accenna a volersi contenere nella sua spasmodica ricerca di primazia assoluta, dentro Palazzo Chigi così come dentro le urne elettorali. I risultati di tanto sforzo sono però sotto gli occhi di tutti: il Movimento è fermo da tempo immemore al 22 per cento, col PD a tallonarlo al 20-21. Pertanto il Movimento quel 10 per cento in più di voti che gli manca, rispetto alle politiche del 2018, di certo non l’ha perso a sinistra, perché altrimenti il PD dovrebbe tallonare Salvini,  non Di Maio.
Passando all’altro lato della scacchiera, credo ormai sia noto anche agli aborigeni delle più sperdute tribù amazzoniche che l’ultima cosa che Salvini intende fare nella sua carriera di politico è quella di tornare in un centrodestra dove ci sia anche Berlusconi.  Salvini, fino a quando Berlusconi sarà presente sulla scena politica, non staccherà mai di sua iniziativa la spina a questo governo. Non gli conviene: sa benissimo che mettersi in casa Berlusconi e il suo barnum di nani e ballerine sarebbe come ospitare un’anaconda coi suoi cuccioli. Casomai sono altri, all’interno della Lega, che vorrebbero riallacciare la liason col patron di Mediaset, in primis Giorgetti, ma finora il vice premier leghista ha mostrato di voler sinceramente resistere alle loro pressioni. In fondo, come biasimarlo: al netto di reciproche baruffe e ironie al vetriolo, il partenariato coi 5S gli ha garantito fino a questo momento l’approvazione, integrale o quasi, di tutte le leggi che aveva promesso di varare  (ma lo stesso possono dire i Cinque Stelle) e il “Capitano”, come lo chiamano i fan, sa benissimo che la palude berlusconiana avrebbe annacquato la gran parte di tali provvedimenti.
Naturalmente queste previsioni, come tutte le previsioni (compresi i sondaggi, malgrado le pretese di scientificità millantate dai suoi bardi: ricordiamo che fino al 3 marzo 2018 la stragrande maggioranza dei sondaggisti dava la Lega inchiodata al 12-13 per cento) vanno prese cum grano salis: la rivalità tra i due soci è forte e la tensione da tempo si è attestata su temperature pericolose, con una febbre che non accenna a scendere. In questa cornice, potrebbe bastare una scintilla per mandare a fuoco tutto l’edificio. Potrebbe essere il caso Siri come qualsiasi altro pretesto fornito in futuro dalla cronaca giudiziaria,  dalle voci dal sen fuggite di qualche esponente dei due partiti o da gravi collassi della nostra economia. La sensazione prevalente è tuttavia che Di Maio e Salvini continueranno a correre in tandem anche dopo le europee ma senza smettere mai di bisticciare. In fondo, si sa, l’amore non è bello se non è litigarello…
Una cosa in ogni caso è certa: non saranno immigrazione e sicurezza, e meno che mai il sovranismo antieuropeista, ad accendere la miccia della deflagrazione. L’elettorato grillino, al di là di certe narrazioni consolatorie (per chi le elabora) che lo vorrebbero composto da transfughi della sinistra estrema isole comprese, è un elettorato che pensa sì a sinistra quando si parla di lavoro e giustizia sociale, ma che vira senza indugio a destra quando si parla di politiche migratorie e securitarie, così come di rapporti dell’Italia con la UE. Lo stanno a dimostrare i sondaggi condotti finora tra i simpatizzanti del Movimento sul gradimento di provvedimenti come “porti chiusi” e riforma della legittima difesa nonché la stragrande maggioranza dei commenti che costoro “postano” sui social, sui quotidiani online e sul blog del Movimento.  Non confondiamo, come fanno tanti osservatori, la giusta pretesa dei simpatizzanti 5S  acché  i propri rappresentanti politici non passino per i nettapiedi della Lega con la loro adesione o meno  alle scelte di Salvini su talune questioni.
Volendo infine a provare a tirare le fila di quanto finora si è detto, credo appaia chiaro che il consenso tuttora elevato di cui gode questo esecutivo brancaleonesco si fonda essenzialmente sul combinato-disposto di due fattori: l’avversione che attualmente suscita in gran parte dell’elettorato “l’altra politica”, quella dei competenti, europeisti, avveduti e accoglientisti, congiunta all’innegabile dato di fatto che quasi tutto ciò che i due vice primi ministri hanno assicurato di voler realizzare in campagna elettorale, è stato puntualmente realizzato o si sta realizzando (pur con le inevitabili smussature e retromarce parziali). Il che onestamente per l’Italia è una novità assoluta che non può non aver suscitato una forte impressione su un corpo elettorale sfibrato da decenni di illusioni e promesse non mantenute della politica paludata.

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Articolo di Francesco Caruso – Gennaio/Febbraio 2019

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Bagattelle per un diploma

Per l’articolo di questo bimestre potevo pescare l’argomento – come sono solito fare- da quel pozzo di San Patrizio che sono le beghe, le sconcezze, le camilleriane minchiate, le indignazioni tartufesche e i voltafaccia indecorosi di cui da sempre la politica italiana è generosa cornucopia, ma per una volta ho deciso di resistere alla tentazione. Le ammalianti sirene del commento politico mi sussurrano in continuazione: “scrivi del premier trattato come uno zerbino a Strasburgo”, “scrivi dell’amore-odio M5-Lega”, “scrivi dell’autorizzazione a procedere per Salvini” “scrivi delle elezioni in Abruzzo” ecc., ma io come Leonida alle Termopili o le armate italiane sul Piave, non arretro. Segnalo soltanto che Calenda si sta rivelando per svariate ragioni, da uomo di idee sostanzialmente conservatrici, l’unico in grado di resuscitare un partito di sedicente sinistra (il PD), non ultimo per il fatto che sia stato l’unico esponente dell’opposizione cd. progressista (risate in sottofondo) a biasimare l’insulto rivolto da un parlamentare olandese al presidente del Consiglio Conte (“burattino”), mentre la fascinosa deputata Morani non ha trovato niente di meglio da dire, per controbattere, che ricordare gli insulti di Salvini a Renzi in occasione delle comparsate di quest’ultimo in Europa.
Comprendendo bene che sarebbe difficile spiegare all’ inappuntabile pasdaran renziana in tacchi a spillo la differenza tra un’offesa fatta da un politico italiano ad un altro politico italiano e un’offesa fatta da un politico straniero al capo del governo italiano e per giunta in presa diretta, passo oltre. Come pure passo oltre, invocando il salvacondotto della carità di patria, sul surreale dibattito dell’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno, col PD che dopo aver sottratto al giudizio della magistratura fior di onorevoli mascalzoni, con ampia varietà di scelta tra corrotti e grassatori, indossa la tonaca di Bernardo Gui per una vicenda che odora a miglia di distanza di atto squisitamente politico e per giunta condiviso da tutto l’esecutivo gialloverde, Conte, Di Maio e Toninelli in testa.
Non sarà vano ricordare, a tale proposito, che se gli atti politici (rectius, le persone fisiche che li adottano) non sfuggono ovviamente all’occhio del giudice penale, di converso sono sottratti per legge a quello del giudice amministrativo (art. 31 R.D. 1054/1924, cd. TU Leggi Consiglio di Stato ,art. 7, c.1, Codice del processo amministrativo), a testimonianza della loro peculiare singolarità nel panorama delle vicende di diritto pubblico. E’scontato che il sequestro di esseri umani non potrà mai sottrarsi alla scure del codice Rocco, ma l’impedire per ragioni di ordine pubblico lo sbarco di stranieri irregolarmente approdati sul suolo italiano, a modestissimo parere di chi scrive sì, purché siano assicurati (cosa regolarmente avvenuta sulla Diciotti) l’assistenza medica, i generi alimentari e i presidi di igiene e benessere della persona. Ci si dimentica infatti sempre, in casi come questi, che per regola generale gli stranieri che si presentano ai valichi di frontiera privi dei requisiti richiesti dal T.U. Immigrazione per l’ingresso nel territorio dello Stato, per l’art. 10, co. 1, del medesimo T.U. (norma esistente fin dalla sua versione Turco-Napolitano) dovrebbero essere respinti immediatamente, cosa che da qualche anno non avviene praticamente mai grazie all’illuminato escamotage del “sono profugo”, in combinato disposto con la proverbiale capacità italica di mandare in vacca persino l’organizzazione di una pesca di beneficenza (ogni riferimento alla premiata ditta Buzzi&Carminati è fermamente voluto).
Ma lasciamo Matteo Salvini nel giardino di casa, impegnato nella costruzione dell’edicola votiva dei santi Letta e Renzi ( dove li trova altri due avversari politici che gli regalano il primo posto permanente nella hit parade del gradimento popolare?), e veniamo all’esimio Dott. Alberto Forchielli.
Chi è Alberto Forchielli? Chi segue le trasmissioni televisive di Giletti lo conosce bene, per tutti gli altri spieghiamo brevemente che è un dioscuro di Oscar Farinetti, ossia un imprenditore che pontifica di economia dall’alto delle sue indubbie competenze e del suo successo imprenditoriale, distribuendo gratis in tv pillole di erudizione finanziaria. E fin qui niente male, Forchielli è personaggio davvero di successo nel suo ramo, con conoscenze e apprezzamenti internazionali di alto livello. Quello che si obietta al Dott. Forchielli è la sua entusiastica adesione, rivelata all’universo mondo nel corso di una delle ultime puntate di Non è l’Arena, a quella congrega liberista, francamente ormai alquanto barbogia e pedante, che pretende di risolvere i problemi occupazionali dei giovani italiani spedendoli tutti a studiare discipline tecniche e scientifiche. E’ noto infatti agli spettatori della 7 e non solo , anche per l’eco mediatica che ha avuto l’episodio nei giorni successivi, la reazione scomposta e per molti versi comica del guru in questione alla notizia che una delle ospiti in studio, una ragazza disoccupata, possedeva – horrendum auditu –una indecorosa laurea col massimo dei voti in scienze politiche, per giunta aggravata da master e specializzazioni varie con cui la giovane, evidentemente incapace di redimersi con le sue sole forze, ha voluto lardellarla. Alla notizia, il bel faccione emiliano di Forchielli è infatti letteralmente esploso, o quasi. Ha cominciato ad agitarsi sulla sedia, col viso deformato dal dolore come se tenesse un pipistrello nelle mutande e con entrambe le mani – mute e sgomenti spettatrici della tragedia – sui capelli che non ha, emettendo infine, sconsolato e affranto, la voce rotta dall’emozione, il suo insindacabile editto bulgaro sulla povera facoltà di Scienze politiche: “E’ da una vita che vado ripetendo che studiare Scienze politiche e Giurisprudenza non serve a niente”.
Cancellava così, con un colpo di spugna e per fermarci al cortile di casa, la nobile schiatta di scienziati della politica che hanno segnato la Storia d’Italia dal rinascimento ad oggi: Machiavelli, Guicciardini, Sarpi, Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Norberto Bobbio … Tutti perdigiorno che avrebbero impiegato meglio il loro tempo andando dietro a turbine idrauliche, ponti sospesi, algoritmi e diagrammi macroeconomici, invece di scassare i cabbasisi con elucubrazioni cervellotiche sulle migliori forme di governo. Per non parlare poi di quegli azzeccagarbugli spacca capello dei giuristi, che Dio ce ne scampi.
Di contro, nemmeno un cenno a letterati, storici e filosofi, fino a poco tempo addietro i preferiti dagli strali dei santoni della scuola-azienda: quelli Forchielli li ha già seppelliti da un pezzo e ormai ne parla solo a tavola con gli amici quando il discorso cade sull’archeologia.
Sorge il legittimo sospetto, a questo punto, che la società sognata dai Forchielli e dai loro proseliti non si discosti poi molto delle società evocate nei romanzi distopici di scrittori come Aldous Huxley, George Orwell e Ray Bradbury. Soprattutto il primo, il visionario autore del Mondo nuovo, con quel modello di consorzio umano dove l’automobile e il suo inventore sono elevati a religione di Stato, sembra il nume tutelare del forchiellismo, il faro nella notte che illumina il cammino di chi vorrebbe davvero ridurre l’individuo a ciò che mangia e niente più. Un essere riportato agli albori della sua evoluzione e ridotto a primate di produzione e riproduzione, infallibile nel progettare una fusione societaria ma incapace di distinguere una crosta da un capolavoro di Rembrandt e il verso di un poetastro da una lirica di Gozzano.
Ma mettendo da parte per un attimo pianti e alti lai per la scarsa considerazione di cui oggi gode la conoscenza umanistica, sarebbe curioso sapere dal profeta della scuola utile se avrebbe il coraggio di iscrivere a ingegneria elettronica un figlio che al liceo prende quattro in matematica e nove in italiano. Perché sa, Forchielli, tra le debolezze umane che le sue infallibili ricette economiche e di strategia industriale non riusciranno mai a domare, ne esistono un paio più ostinatamente refrattarie al telecomando: le attitudini e le passioni.

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Articolo di Francesco Caruso- Novembre/Dicembre 2018

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Il principe e il povero

La vulgata corrente degli orfani del BelTempoCheFu (da non confondere col CheTempoCheFa di faziana noia e origine), orbati da mesi dal piacere tattile e voluttuoso (velluto sulla pelle, oseremmo dire) di parlamenti e governi a guida PD o FI e pertanto pericolosamente vicini alla crisi d’astinenza, è quella – tra le altre perle di adamantina e lirica saggezza, sfornate soprattutto da quella fucina instancabile di talenti puzzonariciti che è Repubblica- che vuole l’esecutivo pentastellato, oltre che brutto, sporco, cattivo e sofferente di bromidrosi (plantare, ascellare e inguinale), anche composto da una masnada disordinata e chiassosa di ciarlatani incompetenti, grezzi e sguaiati, buoni soltanto a cimentarsi nelle gare di rutti e peti delle fiere di paese.
In effetti, a giudicare da certe sortite improvvide dei nostri prodi ministri e dalle gaffe epocali di certi vice-primi ministri (l’uomo composto al novanta per cento di acqua è una roba da targa commemorativa: “qui giacciono cinquanta secoli di studi anatomici”), tanto torto agli ottimati non si potrebbe dare. Ammettiamolo, se le elezioni le vincessero le compagini più fighe, quelle col ciuffo ribelle e lo sguardo assassino, non ci sarebbe partita: gli illustri esponenti dell’ordine equestre e senatoriale dinnanzi a tanto scoreggiar di plebe vincerebbero già prima del fischio d’inizio.
Ma le elezioni , nei Paesi democratici dell’Europa MastroLinda, così diversa (si nota l’ironia?) dai volgari e cisposi despoti che comandano la Russia Putinata e l’America Trumpata, purtroppo per il patriziato colto e raffinato delle conventicole boldrino-renziate e olgettino-papistiche talvolta le vincono le armate brancaleone dei villici e degli straccioni, ragion per cui le fregnacce, come direbbero a Roma, da mesi nel cielo, più che volare, saettano e c’è chi sussurra che stiano addirittura preparando una missione su Marte.
Però il qui scrivente, figuro di indole malmostosa, umbratile e agnostica, alle verità rivelate crede poco da sempre, specialmente quando tali verità vengono spiattellate con burbanza cicisbea da chi, dati alla mano, in passato non è che abbia fatto fruttare più di tanto, pro bono Italia, tutto quel popo’ di sapienza e competenza che millanta in continuazione da quando è stato sloggiato dalla stanza dei bottoni. Pertanto, muovendo dall’assunto che ognuno di noi deve intestarsi un obiettivo nella vita e perseguirlo, il suddetto ha deciso di “far le pulci”, come si suol dire, alla tanto decantata perizia accademica di lor signori, portando alla luce, novello Schliemann, la necropoli delle boiate sertomunite.
Dovendo necessariamente limitare il campo di ricerca alle discipline giuridiche e, dunque, all’attività legislativa, mi aspettavo – fuorviato dalle grancasse assordanti della propaganda anti-populista ed eurodulica — una ricerca ostica, mesi e mesi di studio matto e disperatissimo, occhi consumati a tentar di scovare l’ inciampo, la svista, il refuso manigoldo, la sdrucciolata traditrice che per colpevole infingardaggine viola inopinata la divina perfezione di incisi, lemmi, commi, paragrafi e capoversi.
Vai a sapere che invece bastava andarsi a leggere le stime dell’ultima manovra economica dei pedanti per rendersi conto che i peracottari erano già tra noi. Vai a sapere che bastava andarsi a leggere quel capolavoro insuperato di scelleratezza giuridica che è il decreto legislativo n. 7 del 2016 (quello che ha trasformato numerosi reati in illeciti civili, costringendo le vittime a pagarsi un avvocato e ad intentare una causa presso un giudice civile per veder riconosciute dopo almeno 8 anni, se va bene, le proprie ragioni) per capire che forse abbiamo avuto a che fare con politici laureati alla Radio Elettra. Vai a sapere che bastava andarsi a ripassare la Via Crucis di tutte le scempiaggini e le furberie cenciose (l’abolizione nel settore privato dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori su tutte, per il sommo gaudio del padrone o del manager ansioso di portarsi a letto la segretaria recalcitrante) “evacuate” da mister Renzi e dai suoi contubernali in tre anni di governo con la benedizione della Commissione europea, quella stessa che fino a ieri ha fatto la vestale profanata per la manovra dell’esecutivo in carica. 
E va bene, obietterà qualcuno , questo è quello che ci hanno lasciato in eredità i “principi”, ma i “poveri” attualmente al potere finora non sono stati da meno in quanto a figuracce, approssimazioni, dilettantismo e sciupio della (poca) materia cerebrale in dotazione. Può darsi, però ieri alla Camera, per limitarci alle novità dell’ultima ora, è stata approvata una legge anticorruzione che ha fatto imbufalire Berlusconi (notizia che per la stragrande maggioranza degli italiani equivale ad una vittoria della nazionale ai campionati del mondo di calcio) e stamane il premier Conte e il ministro Tria, considerati da intellettuali e organi di informazione nulla più che proiezioni olografiche, hanno ottenuto il via libera dei cerberi di Bruxelles ad una legge di bilancio che originariamente doveva fermarsi all’1,6 di deficit e che, grazie al bluff pokeristico del 2,4, è riuscita a salire fino al 2 per cento senza intaccare nella sostanza i provvedimenti-bandiera dei due partiti della coalizione.
Se questi sono i dilettanti, i professionisti per me possono essere ceduti in massa e senza rimpianti alle formazioni della Amstel Ligue, massima divisione calcistica del Burundi.

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