Ricordo di Paolo

Il mio……il nostro ricordo di Paolo.

L’ultima volta che l’ho visto non ci sono state parole “diverse” ad unirci, già prima di ogni discussione e poi alla fine……come sempre.

I suoi occhi stanchi hanno spento in me quell’inatteso istante di gioia nel rincontrarlo dopo tanto tempo.

Lui che delle “parole materia” aveva fatto una ragione di vita, mi ha detto con lo sguardo che non poteva dirmi più nulla.

Così quelle tante cose che volevo condividere con lui si sono d’improvviso gelate in quell’attimo, divenuto puro dolore che ho ancora dentro.

E tutt’ora faccio fatica ad esprimere il vuoto della sua mancanza e per questo, da allora, sono rimasto fermo, solo in silenziosa attesa. Si, in attesa.

Ma non certo come succedeva tanto tempo prima, quando era facile stare seduti dietro il portale della Chiesa Madre, nelle calde serate di agosto con Filippo e Nino ciascuno con le nostre diversità, sospese in quello spazio circoscritto e senza confini che era Tusa…la nostra Tusa.

Tutti invaghiti di una stessa cosa, in modo diverso ed in fondo eguale, come succede quando si vuole bene senza altri fini e per il solo piacere di amare. Ed ognuno di noi esprimeva questo legame in modo differente.

Filippo, come l’aveva avuto trasmesso da suo padre Michele, nella consapevole durezza delle iniquità del vivere, come le fave secche che teneva in tasca e che ti metteva nel palmo della mano appena ti incontrava. E tu nel “nuovo mondo” delle gomme da masticare le mettevi in bocca e lentamente sciogliendole ne assaporavi tutta la dolcezza.

Nino nella dimensione surreale che portava lì, nel caldo selciato di via Alesina, i suoi ricordi dei Paesi dell’Est…… a rinfrescarci.

E c’era sempre una parola in più da dire ed un nuovo discorso da iniziare in quella che era un’attesa spensierata. E io ero lì ad aspettare insieme a loro.

Perché Paolo prima o poi sarebbe arrivato e nessuno di noi voleva chiudere le ante invisibili dell’Acqua a Porta ormai a quell’ora aperte al soffio della fresca Puia.

E poi quando sotto l’Arco vedevi spuntare i suoi occhi neri ed il suo mezzo sorriso ci veniva incontro, già prima di lui, allora si aveva di nuovo la forza di ricominciare a discutere di tutto…sino alle prime luci dell’alba.

Per Paolo quell’amore era nato da una lacerazione che era divenuta una ferita mai rimarginata; quella di un ragazzo costretto a lasciare la sua terra per una prepotenza che aveva anche l’odore pesante dell’incenso di sacrestia.

Certo per lui alla fine quel distacco aveva voluto dire raggiungere le cose cui aspirava, ma dentro era rimasto il segno di quel torto che al ricordo faceva ancora male; un dolore appena controllato e che si era trasformato in intransigenza nei valori e sui principi in cui credeva fermamente.

Così nel lavoro, nel sindacato, nella politica e nella cultura, rimanevano a fargli da guida il disprezzo per le angherie, il rispetto per gli altri nelle loro differenti opinioni, l’anelito di giustizia e di eguaglianza che era prima, e soprattutto, necessità di una concreta equità economica che solo poteva trasformarsi in eguaglianza sociale.

I valori di un Comunista, sì ma di un Comunista italiano, come Paolo era e si sentiva visceralmente.

“La tenebrosa risonanza della parola Comunista”, che qualche anno addietro un segretario di quel partito e pure ex sindacalista, forse perché troppo ammorbidito dai confortanti maglioni in cascimir, avrebbe dichiarato essere di difficile comprensione per la gente. (Sic. !!).

Per lui, invece, quella parola non era affatto difficile da capire, perché già i fatti d’Ungheria, il sangue dei tanti sindacalisti uccisi come il nostro Carmelo e le stagione delle stragi, ne avevano svelato il giusto significato da dargli in questo nostro paese dalle verità negate.

E perfino io ne ho compreso il significato superando le diffidenze di un ricordo, quello di un bambino chiuso in una macchina immersa in una folla (sciopero dei comunisti) e tante mani che scuotendola impedivano di andare avanti in via Alesina ed a mia madre di poter andare a trovare mio nonno negli ultimi attimi della sua vita. Anche grazie a lui ed a mio padre poi, sono riuscito a capire cosa significasse ed ho imparato a comprenderla e rispettarla.

E Paolo alla fine è stato pure fortunato ad aver lasciato i prelati locali impegnati nella mercificazione dei nostri arredi sacri, prima dell’avvento di Padre Amato, e trovare il pensiero rivoluzionario e laico di quel don Milani che avrebbe contribuito a formarlo ancora di più come Comunista.

E d’altronde come mai sarebbe stato possibile per uno che non si fermava all’apparenza, convinto che chi non approfondiva i fatti “non aveva diritto di parola”.

Ed infatti la sua parola era sempre frutto di analisi, di ciò che aveva letto in modo attento e puntuale, da avido autodidatta.

Anche per questo Paolo mi manca e ci manca.

Penso allora che se Lui fosse ancora con noi, avrebbe i suoi occhi penetranti e curiosi orientati sulla vita e sarebbe bello incontrarlo per strada, sorridergli e ricevere un sorriso.

Ed io, Rosario e Francesco ed anche Santa, Lorenzo, Mario, Luciano…potremmo incrociarlo, sorridere e vederlo sorridere di rimando ed abbracciarlo.

E sarebbe ancora bello ricordare insieme a Pino e Mimmo il nostro giornale, quel Tabulario Tusano, che scorreva nei fili telefonici tra Prato, Tusa e Palermo e nasceva ritagliando ed attaccando gli articoli da fotocopiare uno ad uno sulla carta lucida con la coccoina (…la colla).

Si il nostro giornale, fatto di passione tanta passione e tanta bile, tanta e tanta bile, soprattutto per le ingiuste accuse di partigianeria ed anche per le genuine e mai rimpiante “Arcan…gelate” che, in effetti, facevano venire il freddo e che nessuna mite fioritura riusciva a stemperare.

Ma Paolo, pur con la sua intransigente visione del vivere, ci spiegava che era solo confronto necessario tra persone diverse…. ed in generale alla fine aveva ragione.

Ed ora io, nonostante il ricordo che conforta, sono qui ancora in attesa…… con il mio sordo dolore, che è nulla rispetto a quello dei suoi cari.

Perché se Paolo fosse ancora con noi, avrebbe ancora Gina da amare, la mia compagna di scuola sempre decisa e combattiva, con le codine legate da grandi fiocchi, come Antonella la gemella, entrambe sedute sul banco davanti a creare una muraglia verso la cattedra, verso la Sergi e questo…… in alcuni momenti serviva pure.

Se Paolo fosse ancora con noi avrebbe Dario da amare in silenzio, con una dolce rabbia dentro e l’orgoglio e la fierezza per quella intelligenza come la sua…anche irriverentemente provocatoria.

E guarderebbe Giorgia crescere e trovarla ogni giorno di più simile a lui…con gli stessi occhi neri che ti entrano dentro e con le sue stesse “parole materia”, quelle asciutte e pensate che lui amava e che in lei sono ragionare composto e sereno.

Se Paolo fosse ancora qui lo vedremmo passeggiare sulla spiaggia di Marina o più probabilmente a Tusa in Piazza o al Belvedere ed arrabbiarsi ancora per quello che vedeva oltre l’apparenza delle cose ed avrebbe albe e tramonti da fotografare e tante, tante discussioni da fare, accanto a un’esistenza anche faticosa.

Se Paolo fosse ancora con noi, sarebbe sempre Paolo, con i suoi principi, con la sua durezza, con la sua passione, con la forza di ragionare fino allo sfinimento, per cercare di farti cambiare opinione quando era convinto che tu avessi torto.

Eppure pochi giorni addietro, il Premio Letterario a lui dedicato ci ha permesso di averlo di nuovo tra di noi, era lì nella sala dei Magazzini Notarili confuso tra i tanti che hanno partecipato alla manifestazione. E sino all’ultimo istante è stato insieme a noi compiaciuto nel sentire leggere i lavori di chi ha raccolto la sua passione per lo scrivere.

Ed ora, chi sino al suo prossimo incontro vuole ancora confrontarsi con i suoi valori, con il suo spirito libero, con il suo esempio di vita, ci rimangono i suoi articoli qui pubblicati su questo sito e nelle raccolte del nostro Tabulario…in un’attesa non più solitaria e non  più muta.

Palermo agosto 2018

Peppino


Questo è lo scritto che nessuno vorrebbe scrivere. Questo è lo scritto che io non avrei voluto scrivere. Perché quando qualcuno ci abbandona, si porta con se’ una parte di noi. Non è retorica, è la drammatica, rivoltante, odiosa verità. E allora quello che resta di noi per un po’ rimane inane e senza forze. Una entità respirante che chiede solo essere lasciata in pace, dimenticata in un angolo della stanza come il soldato Ungaretti della celebre poesia. Ma la vita, la benedetta maledetta vita, non tollera che esseri senzienti e respiranti si prendano pause, si ribellino anche solo per poco tempo alla insolente e tediosa pretesa di vederci sempre proni alle sue voglie.
E’ l’obbligo di vivere, che qualche volta, come adesso, diventa il fastidio di vivere e per qualcuno persino l’orrore di vivere. Per alleviare fastidio e orrore c’è chi si rivolge a Dio, perché lo ha sempre cercato o lo vuole ritrovare; chi lo stesso Dio lo maledice perché si sente deluso e tradito e chi invece con Dio ci gioca a nascondino.
Appartenendo a quest’ultima categoria, ossia a quelli che provano ad evitare il confronto con Dio ignorandolo, io Paolo Lidestri, l’amico fraterno Paolo Lidestri, voglio qui ricordarlo e salutarlo adoperando il mezzo che ci ha fatto incontrare, qualche volta litigare, molto più spesso concordare, in ogni caso comunicare. Il mezzo che ha gettato le fondamenta dell’amicizia e della stima, che poi le tante, appassionate e interminabili discussioni su cose, principi, valori e persone hanno provveduto a cementare indelebilmente.
Paolo è stato un uomo eccezionale, nel senso più completo del termine. E’ stato un’eccezione alla mediocrità e alla cialtroneria dei nostri tempi, alla comoda condiscendenza verso le malefatte del potere e la correità dei suoi servi sciocchi, all’anemia di passione civile tipica delle nostre contrade.
Ma Paolo Lidestri è stato soprattutto una persona dall’umanità sconfinata, intimamente persuaso, al contrario di chi scrive, dell’ancestrale bontà dell’homo sapiens. Sindacalista e comunista convinto, nonché orgoglioso reduce del giornalismo di frontiera anni 70, era al contempo liberale e cristiano senza sapere di esserlo. Paolo dialogava con tutti, anche con i più distanti da lui per ideologie o comportamenti, magari polemizzando ferocemente ma senza mai scadere nell’insulto e nel disprezzo e soprattutto senza mai rinnegare per un solo istante la convinzione che una comunità cresce e migliora se impara a dibattere, a confrontarsi (anche aspramente), a mettere in urto le opinioni come gli atomi di Democrito. Sono certo che per lui i pericoli maggiori per i diritti dei più deboli – magnifica ossessione di tutta una vita – per la legalità, per la difesa di un territorio che adorava venissero, più che dalle furfanterie dei pochi, dalla colpevole remissività dei molti, dalla palude fetida e immota dell’acquiescenza, interessata o meno che fosse.
Paolo ci mancherà. Moltissimo. Frase scontata ma in questo caso immensamente vera e sentita da chi – come me, Rosario, Luciano, Santa, Alfonsina  e tanti altri – ha avuto l’onore e il piacere di conoscerlo e frequentarlo. Ci mancheranno la sua generosità ed il suo affetto, sparsi sempre a piene mani. Ci mancheranno la sua lucida intelligenza e la sua cultura, mai pedante o sussiegosa. Ci mancherà la sua ottima penna: acuta, informata, sapida all’occasione, spesso indignata, venata sempre di grande rispetto per la sintassi e per il lettore. Ci mancheranno le sue romantiche battaglie contro i mulini a vento, quel suo credo granitico (e talvolta un po’ ingenuo) sulla possibilità della nostra tormentata terra di Sicilia di liberarsi dal giogo di mafie, corruttele, prepotenze, malcostumi pubblici e privati, devastazioni ambientali, oltraggi, incurie e villanie. Ma ci mancheranno soprattutto il suo immenso anelito di giustizia, l’amore per la gente comune, quel non voler mai piegare la testa al sopruso, da chiunque provenisse e contro chiunque venisse esercitato.
Ciao Paolo, sit tibi terra levis. Noi cercheremo sempre di non deluderti.

Francesco Caruso

Leave a reply

Your email address will not be published.

You may use these HTML tags and attributes:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>