Ciao, Paolo

Questo è lo scritto che nessuno vorrebbe scrivere. Questo è lo scritto che io non avrei voluto scrivere. Perché quando qualcuno ci abbandona, si porta con se’ una parte di noi. Non è retorica, è la drammatica, rivoltante, odiosa verità. E allora quello che resta di noi per un po’ rimane inane e senza forze. Una entità respirante che chiede solo essere lasciata in pace, dimenticata in un angolo della stanza come il soldato Ungaretti della celebre poesia. Ma la vita, la benedetta maledetta vita, non tollera che esseri senzienti e respiranti si prendano pause, si ribellino anche solo per poco tempo alla insolente e tediosa pretesa di vederci sempre proni alle sue voglie.
E’ l’obbligo di vivere, che qualche volta, come adesso, diventa il fastidio di vivere e per qualcuno persino l’orrore di vivere. Per alleviare fastidio e orrore c’è chi si rivolge a Dio, perché lo ha sempre cercato o lo vuole ritrovare; chi lo stesso Dio lo maledice perché si sente deluso e tradito e chi invece con Dio ci gioca a nascondino.
Appartenendo a quest’ultima categoria, ossia a quelli che provano ad evitare il confronto con Dio ignorandolo, io Paolo Lidestri, l’amico fraterno Paolo Lidestri, voglio qui ricordarlo e salutarlo adoperando il mezzo che ci ha fatto incontrare, qualche volta litigare, molto più spesso concordare, in ogni caso comunicare. Il mezzo che ha gettato le fondamenta dell’amicizia e della stima, che poi le tante, appassionate e interminabili discussioni su cose, principi, valori e persone hanno provveduto a cementare indelebilmente.
Paolo è stato un uomo eccezionale, nel senso più completo del termine. E’ stato un’eccezione alla mediocrità e alla cialtroneria dei nostri tempi, alla comoda condiscendenza verso le malefatte del potere e la correità dei suoi servi sciocchi, all’anemia di passione civile tipica delle nostre contrade.
Ma Paolo Lidestri è stato soprattutto una persona dall’umanità sconfinata, intimamente persuaso, al contrario di chi scrive, dell’ancestrale bontà dell’homo sapiens. Sindacalista e comunista convinto, nonché orgoglioso reduce del giornalismo di frontiera anni 70, era al contempo liberale e cristiano senza sapere di esserlo. Paolo dialogava con tutti, anche con i più distanti da lui per ideologie o comportamenti, magari polemizzando ferocemente ma senza mai scadere nell’insulto e nel disprezzo e soprattutto senza mai rinnegare per un solo istante la convinzione che una comunità cresce e migliora se impara a dibattere, a confrontarsi (anche aspramente), a mettere in urto le opinioni come gli atomi di Democrito. Sono certo che per lui i pericoli maggiori per i diritti dei più deboli – magnifica ossessione di tutta una vita – per la legalità, per la difesa di un territorio che adorava venissero, più che dalle furfanterie dei pochi, dalla colpevole remissività dei molti, dalla palude fetida e immota dell’acquiescenza, interessata o meno che fosse.
Paolo ci mancherà. Moltissimo. Frase scontata ma in questo caso immensamente vera e sentita da chi – come me, Rosario, Luciano, Santa, Alfonsina  e tanti altri – ha avuto l’onore e il piacere di conoscerlo e frequentarlo. Ci mancheranno la sua generosità ed il suo affetto, sparsi sempre a piene mani. Ci mancheranno la sua lucida intelligenza e la sua cultura, mai pedante o sussiegosa. Ci mancherà la sua ottima penna: acuta, informata, sapida all’occasione, spesso indignata, venata sempre di grande rispetto per la sintassi e per il lettore. Ci mancheranno le sue romantiche battaglie contro i mulini a vento, quel suo credo granitico (e talvolta un po’ ingenuo) sulla possibilità della nostra tormentata terra di Sicilia di liberarsi dal giogo di mafie, corruttele, prepotenze, malcostumi pubblici e privati, devastazioni ambientali, oltraggi, incurie e villanie. Ma ci mancheranno soprattutto il suo immenso anelito di giustizia, l’amore per la gente comune, quel non voler mai piegare la testa al sopruso, da chiunque provenisse e contro chiunque venisse esercitato.
Ciao Paolo, sit tibi terra levis. Noi cercheremo sempre di non deluderti.

Francesco Caruso

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