LA CANTINA DEI LIBRI -Impressioni di lettura per libri novelli e libri invecchiati

RECENSIONE 

La regina degli scacchi, di Walter Tevis. Recensione a cura di Francesco Caruso
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Un libro come La regina degli scacchi dello scrittore americano Walter Tevis (autore anche de Lo spaccone e dell’Uomo che cadde sulla Terra) offre, a mio avviso, tre chiavi di lettura: è un omaggio alla genialità, vista come dote misteriosa e imperscrutabile che gratifica a suo piacimento alcuni esemplari del genere umano, un romanzo sugli scacchi e la testimonianza di una caduta e di un riscatto.
Come libro sugli scacchi, diversamente da altri esempi del genere (pensiamo a quel delizioso e raffinato noir iberico che è La tavola fiamminga di Perez Reverte), Tevis propone al lettore una sfida: quella di appassionarsi alle partite di Beth Armon, la giovanissima protagonista, pur non conoscendo neppure l’abc del gioco. E innegabilmente riesce nell’intento. Le gare continue ed estenuanti della ragazza per la sua scalata ai vertici scacchistici mondiali diventano così un passaggio obbligato ed atteso del romanzo, malgrado per molti le manovre sulla scacchiera di Beth e dei suoi avversari risultino del tutto incomprensibili. Ma il tono epico, da contesa mortale, che vi infonde Tevis fa passare in secondo piano l’astrusità delle mosse, facendo sì che gli incontri si seguano con lo stesso pathos con cui si assiste ad una battaglia o alla finale di un campionato del mondo di calcio. La scacchiera diventa in tal modo la continua prova del nove del fallimento o del successo di una persona, Beth, che avrebbe tutto, nell’America competitiva e perbenista dei primi anni sessanta, per essere classificata come un prodotto difettoso.
E’ orfana, donna, povera, bruttina e introversa e non possiede dunque la benché minima fideiussione per il successo in società. Non bastasse ciò, vive nella profonda provincia del Kentucky, lontana dalle grandi metropoli del sogno americano. Però Beth ha un dono di natura, scoperto in età infantile nell’istituto in cui è stata rinchiusa dopo la morte dei genitori: è un talento formidabile negli scacchi, gioco ritenuto fino ad allora prerogativa esclusiva dell’universo maschile. L’eccitante scoperta della propria preziosa diversità segna la lenta ma costante rincorsa di Beth verso la conquista dei santuari del gioco, dai campionati locali a quello continentale fino all’apoteosi in Russia, nazione considerata da sempre la culla degli scacchi, dove finalmente riesce a battere il campione mondiale in carica. Ma il suo non è certo un percorso scevro di difficoltà, dubbi, sconfitte, abbandoni , continue scommesse con se stessa. Beth ha un demone che la divora e che tante volte, nel corso della narrazione, rischierà di allontanarla dal suo obiettivo di diventare la prima donna campione del mondo di scacchi: beve e ingurgita tranquillanti. Beve, si impasticca e in fondo non sa neppure lei perché lo faccia, perché ad ogni nuovo, faticoso tassello sulla strada della gloria l’alcolismo e le pillole si insinuino nella sua vita minacciando di mandarla definitivamente a rotoli.
Qui Tevis pare volerci ammonire sulla fragilità dell’uomo, sulla sua incapacità, sia esso genio o idiota, di gestire razionalmente la propria esistenza secondo regole rassicuranti, prefissate, conformi all’immagine che proiettiamo all’esterno, a ciò che gli altri si aspettano da noi. C’è, insomma, un imponderabile dietro ogni essere umano che talvolta scompagina piani e prospettive, una pecca, nell’ingranaggio apparentemente perfetto della personalità, che ci fa scoprire nudi e indifesi davanti al mondo e ci ricorda continuamente quale pozzo di bassezze e di virtù possa convivere simultaneamente dentro di noi.
In tutto questo c’è ovviamente anche molto di autobiografico: Tevis è stato un alcolista e un intellettuale lacerato continuamente da incertezze e ripensamenti sul reale valore delle sue opere, prova ne sia che, ad onta del successo ottenuto con Lo spaccone, fu sorpreso da un giornalista a frequentare corsi di scrittura creativa. Come Beth Armon, si sforzò sempre di migliorarsi, non fidandosi dei doni di natura e rinunziando per anni a scrivere anche un solo rigo. Quando finalmente, nella prima metà degli anni settanta, sembrò aver fatto pace con se stesso e con la letteratura, una crudele malattia lo condusse alla morte appena cinquantaseienne.

RECENSIONE 

Delitto di mezza estate, di Henning Mankell. Recensione a cura di Francesco Caruso
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2983200_319416Ognuno di noi nella vita ha le sue simpatie e le sue antipatie. Alcune sono indotte dalla conoscenza, altre dal preconcetto. Una delle antipatie d’istinto del sottoscritto è quella per i gialli ed i giallisti scandinavi. Non so perché, ma quando un fenomeno esplode e diventa “moda”, cifra di riferimento, automaticamente entra nel novero delle cose che il qui presente guarda con sospetto e scetticismo. Ma siccome quel po’ di materia cerebrale di cui è stato dotato da madre natura lo induce a verificare sempre la prima impressione, a non farsi condizionare oltre misura dalle leggi dell’impulso, l’interessato prima o poi sottopone ad attento esame l’oggetto delle sue attrazioni o delle sue avversioni, per avere conferma dei sentimenti suscitati dal primo approccio.
Per i polizieschi scandinavi, Stieg Larsson e la sua sopravvalutata (ad avviso di chi scrive) Trilogia è stata una conferma, Henning Mankell e il suo commissario Wallander una splendida smentita.
Singolare figura di detective e di uomo, questo Wallander. Insicuro, pieno di problemi familiari (un doloroso divorzio alle spalle, una figlia amatissima e sfuggente), ha intuizioni felici che sovente originano da altre fonti, da collaboratori o da persone con cui ha avuto dei contatti. Ma è bravo a ricordarsene al momento opportuno e a metterle a frutto. E’ fondamentalmente un individuo molto solitario e malinconico, di quella malinconia esistenziale tipica di chi è nato e vive a determinate latitudini. Posti dove l’inverno non finisce mai, i silenzi sono “assordanti” e gli esseri umani che li abitano non sono certo abituati all’espansività e allo sfoggio di emozioni, caratteristici di chi ha sole e luce tutto l’anno. E’ dunque molto svedese, il nostro commissario. Così come è molto svedese lo scenario in cui si muove: case di legno con giardino, tanta natura incontaminata appena un passo fuori dalla città. Manca solo Pippi Calzelunghe che passeggia in bici, allegra e sfacciata come sempre, lungo un sentiero sterrato tra due filari di alberi.
Quella di Wallander è Svezia del sud, per la precisione, ma sempre Svezia è: il mese d’agosto è già autunno e 20 gradi di temperatura sono considerati afa. La regione è la Scania, la più “terrona” del Paese di Strindberg e della regina Cristina; la città è la piccola Ystad, 16 mila abitanti, sulle rive del mare del Nord, a pochi chilometri da Malmoe. Qui Wallander guida la Squadra Omicidi del corpo di Polizia locale. Nel romanzo di cui ci occupiamo oggi, Delitto di mezza estate (uno dei migliori del ciclo), è un poliziotto di mezza età, sovrappeso e con qualche problema di salute, alle prese con una serie inspiegabile di omicidi (anzi, di vere e proprie “esecuzioni”), tra cui quello di un ispettore che lavorava da anni al suo fianco. Malgrado la sua proverbiale distrazione (dimentica puntualmente pistola e cellulare), il fiuto è però quello di sempre e la testardaggine pure. Wallander non è Sherlock Holmes e nemmeno il tenente Colombo: non è uno scienziato e neppure uno psicologo, insomma, ma un bravo poliziotto di provincia che fa con passione e tenacia un lavoro difficile, spesso mangiando male e dormendo peggio. Tuttavia è un mastino che non molla mai la presa: fra riunioni estenuanti con superiori e sottoposti, colloqui con persone in grado di fornire informazioni utili all’indagine e trasferte a destra e a manca, alla fine- com’è ovvio- riuscirà, anche se in maniera rocambolesca e mettendo in serio pericolo la sua vita, ad assicurare il colpevole alla giustizia.
Senza squilli di tromba e trionfalismi, però: la Svezia di Wallander è un Paese che già a metà degli anni novanta (decennio in cui è stata scritta la gran parte delle storie della serie) sente di aver perduto la sua innocenza, quell’orgoglioso sentimento di diversità che la rendeva una nazione dove pace sociale e civile convivenza non erano ingenue aspirazioni a un futuro migliore ma concrete e tangibili realtà. L’assassinio del primo ministro Olof Palme, nel 1986, lanciò il segnale che il giocattolo si stava rompendo. Dopo, è stato tutto un crescendo di scricchiolii funesti: aumento della criminalità, del degrado urbano, della disoccupazione. Un deterioramento costante dell’impalcatura sociale (quel welfare state di cui tanto gli svedesi andavano fieri) e dei rapporti umani che fa dire a Wallander, a un certo punto, che la Bosnia forse è dietro l’angolo di casa (il romanzo è del 1996 e la guerra nei Balcani è finita da meno di un anno). Questo rimpianto del protagonista per la Svezia che fu e che non sarà più, per quell’idillico mondo dove delitti efferati come quelli sui quali il funzionario è chiamato a indagare erano echi di lontane galassie, è uno dei leit-motiv, insieme alla dimensione umana del personaggio (che non ha nulla del super-eroe infallibile, ad iniziare dai dubbi e dagli errori che costellano il percorso delle sue inchieste), di tutti i gialli di Mankell.
Gialli che, da punto di vista della struttura, rasentano la perfezione assoluta, come un paniere di vimini intrecciato da mani sapienti che prende forma poco alla volta sotto gli occhi del lettore. La trama è embricata con pazienza e mestiere, grazie anche ad uno stile sobrio che non deve trarre in inganno e che lascia largo spazio ai dialoghi; il sipario sulla verità alzato poco alla volta , capitolo dopo capitolo, come nella migliore tradizione del genere. Ma nel Delitto di mezza estate l’incomprensibile furia cieca dell’assassino, che sceglie le sue vittime in larga parte tra soggetti giovani e apparentemente felici, è anche lo spunto per l’ennesima, profonda riflessione sul senso di smarrimento di un intero popolo che nel giro di pochi anni ha visto crollare le sue certezze, spazzate via da foschi venti di barbarie e intolleranza.
E’ tutto un tessuto connettivo che vacilla e Wallander, dalla sua postazione privilegiata, non può che prenderne atto. Con rabbia, con nostalgia ma anche con la ferma volontà di non arrendersi alla violenza dilagante, di non accettare la sconfitta. Resterà al suo posto, nonostante la tentazione di mollare sia davvero molto forte. Piace anche per questo.

RECENSIONE 

Gli sdraiati, di Michele Serra Recensione a cura di Francesco Caruso
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“Eri sdraiato sul divano, dentro un accrocco spiegazzato di cuscini e briciole…Con la mano destra digitavi qualcosa sullo smartphone. La sinistra, semi-inerte, reggeva con due dita, per un lembo, un lacero testo di chimica… La televisione era accesa, a volume altissimo, su una serie americana nella quale due fratelli obesi, con un lessico rudimentale, spiegavano come si bonifica una villetta dai ratti. Alle orecchie tenevi le cuffiette, collegate all’iPod occultato in qualche anfratto. Non essendo quadrumane, non eri in grado di utilizzare i piedi per altre connessioni… A un certo punto ti sei accorto della mia presenza. Non ti sei voltato, hai mantenuto occhi e orecchie sui tuoi terminali e hai continuato a digitare…Ma hai sentito il bisogno di dirmi qualcosa…Mi hai detto: è l’evoluzione della specie.”

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Gli sdraiati

Avrebbe pure potuto intitolarlo così il suo ultimo libro, Michele Serra: l’evoluzione della specie. Perché tutto il volume è un interrogarsi sulla natura dell’attuale generazione di adolescenti, tanto tecnologici ed iper-connessi quanto misteriosi e sfuggenti per la generazione dei padri e delle madri. Il punto di domanda di Serra, che questa indagine la conduce basandosi su un accurato studio comportamentale del proprio figlio diciassettenne, è semplicemente questo: ai nostri occhi di genitori quarantenni e cinquantenni i ragazzi di oggi sono così perché è normale che siano così, perché da che mondo è mondo gli adulti non capiscono i giovani e viceversa, o siamo davanti, appunto, ad una svolta genetica, ad un’evoluzione della specie?
Domanda davvero interessante e destinata a restare senza risposta. Tra l’altro, la generazione che è diventata maggiorenne nel crepuscolo degli anni settanta (e alla quale chi scrive si onora di appartenere) psicologicamente è rimasta una generazione di figli e non è mai riuscita a progredire in generazione di madri e padri. Restare nell’intimo “figli” e dover recitare giocoforza la parte dei “genitori” comporta sforzi adattativi tanto immani quanto inutili e , soprattutto, un profondo senso di smarrimento quando ci si accorge che il nostro voler essere genitori amicali, compagni e complici più che educatori, si infrange immancabilmente davanti al muro di indifferenza, abulia, apparente catalessi emozionale di gran parte dei giovani in età di liceo.
Per chi come noi il dialogo con i genitori l’ha cercato e non sempre trovato, dovendo confrontarsi con una generazione uscita dalla guerra mondiale e da una faticosissima ricostruzione che bollava come bagatellari i bisogni e i travagli di una progenie ritenuta “fortunata”, è stato scioccante il rapportarsi con figli che il dialogo non lo cercano affatto, che stanno rinchiusi nel cerchio magico dei rapporti telematici con i loro simili e della tv dei talent show e delle cucine da incubo. Un mondo fatto di social network, di wattsapp, di tablet e smartphone che chiede solo di essere lasciato in pace, un Forte Apache che basta e avanza a se stesso e che dispensa dalle visite.
Ma ,mancando il nemico, non c’è più conflitto generazionale e le guerre, si sa, si fanno almeno in due. E’ un qualcosa che ci turba, un mare piatto che navighiamo senza bussole, perché i genitori hanno bisogno del conflitto così come ne hanno bisogno i figli. Le schegge e le scintille degli scontri generazionali non fanno solo “morti e feriti” (in senso metaforico, ovviamente), sono anche i vasi comunicanti che permettono la trasmissione dei saperi, il passaggio del testimone da un’epoca all’altra della storia comune. Anche le contrapposizioni più banali, come il sempiterno duello sui gusti musicali (“ah la musica dei miei tempi, altro che gli starnazzi di adesso”) sono un momento di crescita per entrambi i “duellanti”. Perché magari qualcuno tra i ragazzi, sentendo parlare di un De Andrè, alla fine potrebbe pure andarselo ad ascoltare e a qualcuno dei vecchi, chi sa, potrebbero piacere i Negramaro…
Credo sia questo il cruccio maggiore di Serra, la molla che lo ha spinto a scrivere un libro come Gli sdraiati: la paura di far parte di una categoria di padri che non potrà consegnare ai figli i propri ricordi, semplicemente perché il dono non è stato richiesto e in ogni caso non pare gradito. E allora l’ invito insistente, tra blandizie e minacce, che rivolge al figlio perché lo accompagni in una salutare passeggiata al Colle della Nasca, altro non è che il desiderio di regalargli un’ennesima connessione, questa volta culturale e “di sensi”, con il suo universo valoriale di uomo di mezza età che alle elementari andava a letto dopo carosello, da liceale ascoltava Venditti e De Gregori e da universitario sfilava per le strade gridando (Moretti docet) le sue “cose giuste”.
E’ un Serra superbo quello che si esprime ne Gli sdraiati, libro delizioso che si consiglia a tutti, padri e figli, nella speranza di un futuro con meno connessioni e più comprensioni.


RECENSIONE 

La ferocia, di Nicola Lagioia. Recensione a cura di Francesco Caruso
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La ferocia

L’autunno del medioevo letterario italiano è ancora lungo e non accenna a declinare , lo sanno bene editori e scrittori. Una produzione letteraria avvinta come l’edera a generi di cassetta (gialli e romanzi storici), un’anemia creativa di preoccupante vastità, il vuoto pneumatico dei talenti: tutto oggi congiura per giustificare sepolcrali sentenze di coma profondo sul livello e sullo spessore della nostra letteratura. Poi approda in libreria un romanzo come La ferocia, di Nicola Lagioia, premio Strega 2015, ed ecco che l’occhio disincantato e cinico del lettore-tipo può finalmente e dolcemente naufragare – per dirla col poeta – nel mare limpido dell’alta qualità.
Alta qualità ma non per pochi intimi, è bene precisarlo. Il compianto Umberto Eco , tra i tanti meriti, ha anche avuto però l’innegabile difetto, nella sua autorevole veste di intellettuale di riferimento, di veicolare un concetto di letteratura che escludeva, per mancanza dei “requisiti minimi di sistema”, la stragrande maggioranza dei lettori. Alzi la mano chi ha trovato “user friendly” romanzi come Baudolino, L’isola del giorno prima, Il cimitero di Praga o l’indigeribile Pendolo di Foucault. Issare troppo l’asticella della difficoltà interpretativa, paludare inutilmente le parole e i periodi, mettere a tutti i costi la stola ai capitoli non arricchisce il valore di un testo e giganti della nostra storia letteraria come Sciascia e Calvino, che non sono stati certamente scrittori per palati poco esigenti, stanno lì a dimostrarlo.
E’ una lezione, questa, assimilata bene da Lagioia, che con la Ferocia offre al mercato un prodotto, al contempo, di superba cifra stilistica ma coinvolgente come un legal thriller di Grisham.
Non è affatto facile da approcciare il libro di Lagioia, è bene precisarlo a scanso di equivoci: i rivoli narrativi da seguire sono mille e altrettante le chiavi interpretative. E certamente il ricorso insistito a metafore spesso oscure e l’utilizzo massivo di prolessi e analessi improvvise e inaspettate non facilitano il compito del lettore medio. Tuttavia, il romanzo è come una montagna erta, piena di forre e balze, ma che nessun scalatore rinuncerebbe mai a scalare fino alla cima: si chiama “fascino” e non è una esclusiva degli esseri umani. Un fascino che il libro emana prepotente fin dalle prime pagine, da quella ragazza nuda e ferita che vagola di notte per le strade di campagna di un sud (la Puglia nel caso del romanzo) dall’afrore intenso di bellezza e putrefazione insieme, un eros e thanatos imprescindibile dal Garigliano in giù e che la scrittura di Lagioia ci restituisce, in ogni rigo, nella sua immutata e immutabile ineluttabilità.
In tutto ciò la saga familiare dei Salvemini- il patriarca Vittorio, importante e spregiudicato imprenditore edile barese, la moglie Annamaria, i figli Ruggero, Clara ,Gioia e Michele – è pretesto per pennellare, a quasi un secolo di distanza dal Moravia degli Indifferenti, un immenso affresco sulla decomposizione irreversibile della società e della borghesia italiana contemporanee. Il tema ovviamente non è affatto nuovo e meno che mai originale. Sono nuovi e originali però, ad avviso di chi scrive, il suo abbrivo e il suo approdo. Lagioia, infatti, sgombra subito il campo dal benché minimo intento moralistico e descrive il fetore insopportabile che impesta da anni l’aria del nostro Paese (corruzione, uso e abuso dei pubblici poteri, cointeressenze mefitiche tra politica, imprenditoria e pubblica amministrazione, stupri ambientali in nome del più squallido dei profitti – quello fatto sulla pelle delle persone e del territorio – vizi e stravizi privati all’interno di cornici pubbliche apparentemente impeccabili) con la composta serenità dell’entomologo che descrive la vita sociale delle formiche.
Dunque nessun giudizio di valore, nessuno sdegno giacobino, nessuna ricetta salvifica: è così perché è così, naturale come il ragno che fa la posta all’insetto o la serpe che ingoia la lucertola. Perché è la ferocia -in tutte le sue manifestazioni, naturali e umane-che muove il mondo e nulla potrà mai far cambiare verso al procedere delle cose (di tutte le cose) sotto il suo segno.


RECENSIONE 

Togliamo il disturbo, di Paola Mastrocola. Recensione a cura di Francesco Caruso
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trasferimento

Togliamo il disturbo

Dove stiamo portando la scuola italiana a furia di sperimentalismi, pedagogie d’avanguardia, falsa democrazia? Se lo chiede Paola Mastrocola, scrittrice di successo (Una barca nel bosco, La gallina volante) e docente di lettere nei licei scientifici torinesi, nella sua ultima fatica, Togliamo il disturbo, una denunzia spietata di tutto ciò che è stato fatto all’istruzione pubblica negli ultimi vent’anni e che non si sarebbe dovuto fare, a cominciare dalla pletora di test e questionari che oggi impegnano la metà del lavoro degli insegnanti.
Cosa non va, per la Mastrocola, nella scuola di oggi? Semplicemente non va tutto quello che negli ultimi tempi è stato salutato come rinnovamento e che nella pratica si va rivelando ogni giorno che passa come il curatore fallimentare della nostra pubblica istruzione.
L’autrice parte da dati di fatto per ricostruire anche storicamente la genesi di questo colossale saldo di fine stagione della didattica italiana: solo il 20 per cento di tutti gli adolescenti che si iscrivono nei licei riesce oggi a superare i test d’ingresso senza commettere “orrori” di ortografia. E’ un dato allarmante, almeno per chi ha a cuore e continua ad avere a cuore una certa idea della scuola e dello studio della lingua italiana. Solo il 20 per cento significa infatti una cosa sola: che negli otto anni precedenti di scuola elementare e media l’italiano è stato propinato poco e male a quei ragazzi e tutto questo in nome di teorie falsamente egalitarie che hanno buttato via bambino e acqua sporca, ossia che insieme all’aborrito nozionismo della scuola gentiliana hanno abbassato la qualità e la difficoltà degli studi, costringendo generazioni intere di studenti ad una “mediocritas” collettiva tutt’altro che aurea.
C’è un episodio che descrive bene questo desolante stato di cose e aiuta ad individuare le sue cause. E’ l’episodio, narrato dalla Mastrocola, nel quale la scrittrice, invitata ad un convegno a Napoli, dopo aver assistito ad un filmato molto applaudito in cui maestre e alunni delle elementari mimano il vento, prende la parola e gela l’uditorio con un lapidario ”Ecco perché quando arrivano in prima liceo non sanno scrivere…”
Chi ha le colpe di questa avvilente mortificazione della cultura , in special modo di quella umanistica? I responsabili sono tanti, secondo la Mastrocola, e non hanno un colore politico particolare. Sia destra che sinistra, ciascuna in ossequio a principi diversi (il delirio “aziendalistico” l’una, “il successo formativo garantito” l’altra), hanno contribuito dai novanta in poi a smantellare, tassello dopo tassello, l’edificio scolastico italiano così come formatosi fin dagli anni immediatamente successivi all’unificazione risorgimentale.
Una cattiva lettura di Don Milani ha indotto la politica di orientamento progressista, dopo il 1968, a considerare eccessivamente ardue e, dunque, escludenti le didattiche classiche, fondate su uno studio metodico e intensivo della grammatica e della sintassi. A ciò si è aggiunta, in seguito, la frammentazione eccessiva del concetto di cultura, oggi esteso anche ad attività pratiche che nulla hanno a che vedere con Platone o col teorema di Fermat. Le politiche liberiste, di destra, a loro volta hanno introdotto l’idea, di per sé non ignobile (se il criterio fosse stato applicato solo ad alcuni indirizzi scolastici), di una scuola “utile”, strutturata unicamente sulle esigenze del mercato, e in una scuola del genere, ovviamente, materie deliziosamente “inutili” come la letteratura difficilmente trovano spazio e udienza.
Se poi a tutto questo, continua la Mastrocola, sommiamo anche l’esplosione della “civiltà digitale” di massa, con adolescenti che smanettano tutto il santo giorno su cellulari, tablet e pc, e il pessimo approccio dei loro genitori all’istituzione scolastica, vista oggi solo come diplomificio e comoda area di parcheggio, il risultato sarà quello che abbiamo sotto gli occhi: ragazzi che non leggono, che non sanno scrivere correttamente, che hanno seri problemi, nella gran parte dei casi, a esprimere concetti che, per profondità e capacità d’analisi, vadano oltre il linguaggio da cavernicoli degli sms e che hanno perduto l’abitudine mentale allo studio e alla fatica dello studio.
Lo sfascio ormai è tale che coi genitori che si lamentano per i 4 che i loro “geniali” rampolli, capaci di imparare in pochi minuti il funzionamento di uno smartphone (come se il saper semplicemente usare qualcosa creato da altri fosse indice di effervescenza intellettiva), beccano negli scritti d’italiano, la Mastrocola si trova pure a corto d’argomenti. Cosa dire? Come spiegare loro che negli otto anni precedenti di scuola dell’obbligo i nove e i dieci che i figli portavano a casa per aver saputo distinguere la foglia del castagno da quella della quercia non hanno niente a che vedere con la padronanza della lingua e i predicati nominali?
Ma non c’è solo la pars destruens nel libro. Negli ultimi capitoli la Mastrocola azzarda anche un abbozzo di pars costruens, le possibili soluzioni.
La rinascita dell’istruzione pubblica passa innanzitutto, per la Mastrocola, da una decisa rivalutazione degli istituti tecnici, che in Italia non hanno mai goduto di grande richiamo, e da netta linea di demarcazione tra i diversi tipi di offerta formativa . Perché se la letteratura è inutile, se internet è tutto, se il tema in classe può essere tranquillamente sostituito dai test a risposta multipla, con tanto di crocette e quadratini , è sbagliato che migliaia di ragazzi e le loro famiglie si ostinino a scegliere il liceo e lo scientifico in particolare (il classico gode ancora di un alone di sacralità e impegno che lo preserva da utilizzi indebiti). C’è in tutto ciò un equivoco di fondo che andrebbe chiarito al più presto: la scuola deve liberarsi di tutto quello che non interessa al mercato, deve diventare “esperenziale”, ma i figli devono andare al liceo. Non va bene: o l’una o l’altro. Le scuole “utili” per antonomasia sono quelle tecniche o quelle cd. comunicative (es. informatica), ingiustamente snobbate dalla maggior parte degli studenti. Studenti che, però, sia per mancanza delle dovute basi (per ricostruire le quali si dovrebbero operare profondi interventi, anche coraggiosamente “ripristinatori”, sui programmi della scuola dell’obbligo) sia per le troppe distrazioni che offre la società di oggi, trascorrono annoiati i cinque anni di scuola superiore studiando pochissimo e pochissimo assimilando, fino allo scontato esito finale.
Tra l’altro il sistema attuale, avverte la Mastrocola, appare sempre più perfidamente “classista” ed antidemocratico, ad onta delle intenzioni di chi per anni lo ha patrocinato e imposto. Si sta smarrendo il senso stesso della scuola pubblica, dando argomenti formidabili agli aedi dell’istruzione privata – elitaria nell’accezione peggiore del termine – e marciando a larghe falcate verso un modello americano dove solo chi possiede gli adeguati mezzi economici potrà studiare nelle scuole migliori, lasciando a tutti gli altri le scadenti statali. Negli Usa, è noto, laurearsi ad Harward non è la stessa cosa che laurearsi all’Università dell’Arizona.
Togliamo il disturbo è un libro provocatorio ed amaro, figlio di un amore (quello per l’insegnamento) da tempo non ricambiato e del desiderio di salvare il salvabile, finché sarà possibile, di un’intellettuale di sinistra profondamente convinta che il futuro, qualche volta, sta nel passato e che La Divina Commedia recitata da Benigni sarà pure divertente ma nulla ci azzecchi con Dante Alighieri.


RECENSIONE 

Resistere non serve a niente, di Walter Siti. Recensione a cura di Francesco Caruso
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“La cultura li ha affrancati da un confronto impossibile con i padri biblici….Più parlano di brutalità e più se ne considerano lavati, assolti e sterilizzati come da un soffio di aria compressa.”

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Resistere non serve a niente

Leggere le prime pagine del romanzo di Walter Siti ,“Resistere non serve a niente”, meritatissimo Strega del 2013, suscita di primo acchito la fallace impressione di avere davanti qualcosa di parzialmente diverso da ciò che ci si aspetta di trovare.
Ci si aspetta un atto d’accusa contro la finanza corsara, moloch feroce ed invisibile che gioca con i destini del pianeta e al quale la geremiade popolare imputa le peggiori nefandezze; ci si ritrova per le mani all’inizio la storia di un uomo (quasi) normale, se non fosse per un genitore in carcere per omicidio e una debordante obesità giovanile.
Ci si aspetta un’indagine da giornalismo d’inchiesta in forma di racconto sugli intrecci perversi tra politica e poteri occulti o un catalogo illustrato delle malvagità e delle capriole telematiche che questi moderni templari dell’economia, gli operatori finanziari, fanno col denaro altrui, spostando capitali da un Continente all’altro; ci si ritrova a solidarizzare o quasi con i travagli e le angosce di un ricco proletario, affamato di sesso quanto d’affetto ma con un’abbondanza del primo direttamente proporzionale alla desertica assenza del secondo.
Bisogna superare la boa dei due terzi del volume per veder rivelata la vera natura del protagonista e dei suoi compagni di cordata.
Tommaso, il personaggio principale del libro, vive a Roma ed è figlio di un malvivente di piccolo cabotaggio affiliato ad una cosca calabrese. Per dimostrare la fedeltà al clan, il padre ha dovuto compiere un omicidio “espiatorio” ed è stato condannato ad una lunga permanenza dentro le patrie galere, lasciando il piccolo Tommaso e la madre Irene in gravi difficoltà economiche. Ma Tommaso, bambino e adolescente afflitto da una spaventosa obesità, ha una dote di natura che si dimostrerà la sua carta vincente nella partita a poker della vita: è un genio della matematica. Qualcuno , nell’anno della promozione alle scuole superiori, si accorgerà di questa dote e gli fornirà i mezzi per diventare magro (pagandogli una costosissima operazione), istruito, facoltoso e vincente.
Alla soglia dei quaranta dell’orso quindicenne bulimico, impacciato e sovrappeso non è rimasta più traccia: Tommaso è uno spregiudicato e infallibile squalo della finanza che muove miliardi come fossero pedine di una scacchiera, un vero e proprio mago dei grafici di Borsa che azzecca puntualmente salite e discese di titoli, aziende e governi, nonché un seduttore seriale di donne, tutte possedute ma nessuna amata davvero a parte Gabriella, detta Gabry, modella abituata al lusso, alle feste della gente che conta, all’adorazione per la sua bellezza rovente e algida allo stesso tempo. Tommaso in fondo per lei è solo un generoso bancomat e neppure l’unico, visto che lo tradisce con frequenza e disinvoltura. Ma anche Tommaso, pur amandola, alla fine la tradirà a sua volta con Edith, una scrittrice molto meno attraente ma passionale, colta, intelligente e, soprattutto, profondamente legata a lui, nonostante non apprezzi il suo lavoro e tanto meno gli ambienti che frequenta.
Fino al giorno in cui, però, scopre che dietro l’infallibilità di Tommaso coi soldi e coi numeri c’è la mano della criminalità organizzata.
E’ questo il momento nel quale il romanzo si cambia d’abito e diventa qualcos’altro. Fino ad allora il lettore ha solo potuto intravedere quello che c’è dietro il successo professionale di Tommaso, perché l’astuzia da consumato mestierante dello scrittore l’ha schermato dietro la comoda facciata del riscatto sociale e dell’educazione sentimentale. Da lì in poi invece capisce, senza più infingimenti , deviazioni in corsa e cambi di marcia strategici, che la leggenda metropolitana della cupola che governa il mondo, che fa e disfa gli Stati e i patrimoni, che decide seduta in poltrona se conviene di più, per il portafoglio dei suoi membri, far scoppiare un conflitto armato nell’ Africa equatoriale piuttosto che un crollo dei mercati azionari in Sud America, è verità tragicamente apodittica. Capisce, in definitiva, quanto sia spaventosamente sottile la linea di confine tra il colore dei soldi e l’orrore dei soldi.
E’ risaputo che le mafie da tempo hanno cambiato pelle, indossando le camicie firmate al posto delle coppole e uccidendo con le tastiere dei computer più che con le lupare. Questo nel libro viene chiarito e ribadito più volte fin dalle prime pagine, fin da quando Tommaso contatta l’avatar di Walter Siti per commissionargli la sua biografia. Quello che volutamente all’inizio non è chiaro è la tentacolare estensione e ramificazione della penetrazione criminale dentro i gangli vitali dell’economia mondiale, l’asservimento totale della politica interna ed estera degli Stati agli interessi delle consorterie malavitose e il conseguente potere d’interdizione che tali consorterie esercitano ogni giorno sulle scelte, piccole o grandi che siano, della pubblica amministrazione e dell’imprenditoria.
Tuttavia nell’attimo in cui, complice la crisi dei mutui subprime, la slot machine rallenta e il protagonista comincia a temere che nei suoi committenti si risvegli l’indole ferina e tornino le canne mozze al posto dei doppiopetti, la vicenda, come abbiamo già accennato, muta repentinamente registro, trasformandosi in uno spaccato maledettamente realistico di quel teatro delle marionette che è diventata la società italiana (e non solo) da quando i padroni delle ferriere non sono più i grandi gruppi industriali o i partiti politici di maggioranza (roba fatta di gente in carne e ossa, parafulmini ideali per la bile popolare) bensì entità inquietanti e sfuggenti, opacizzate e impersonali, che danno e tolgono con un clic del mouse e contro le quali è impossibile e in ogni caso inutile organizzare cortei e proteste, innalzare cartelli, urlare slogan.
Bravissimo, prima e dopo il giro di boa, nel mescolare nomi veri e nomi di fantasia, accadimenti reali e accadimenti inventati, trame accertate e trame intuite, Siti lascia alla fine nel lettore il retrogusto amaro di una teofania indesiderata, l’inverarsi concreto di un sospetto che era meglio continuare a ritenere mitologia finanziaria e vaniloquio di millenaristi televisivi. Perché se “resistere non serve a niente”, forse ancor meno serve orrire senza poter rimuovere.


RECENSIONE 

Sbadatamente ho fatto l’amore, di Camilla Baresani. Recensione a cura di Francesco Caruso
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Sbadatamente ho fatto l’amore

Chiariamolo subito: Sbadatamente ho fatto l’amore , di Camilla Baresani, non è un romanzo, è un tuffo nella Roma degli anni cinquanta e sessanta in forma di romanzo. Per chi ha visto la Dolce vita, un ripasso; per chi non ha visto il capolavoro di Fellini (ossia quasi tutte le nuove generazioni), una scoperta e un viaggio ideale dentro quel meraviglioso parco divertimenti che fu la Roma dei paparazzi e delle finte scazzottate, dei produttori e delle attricette, dei set cinematografici e dei locali alla moda.
La scusa per questa full immersion nell’Italia felix della ricostruzione e del boom economico si chiama Manlio Polidori ed è, nella finzione letteraria, un famoso musicista quasi settantenne a cui, dopo una spensierata vita di vizi, stravizi, whisky e spartiti, torna alla mente all’improvviso una ragazza conosciuta nel 1961 nel corso di un’orgia (una delle tante alle quali prendeva parte allora) e da lui rifiutata e messa sopra un taxi dopo averla portata nel proprio appartamento.
Teresa (così si chiama la giovane) in realtà non è una ragazza qualsiasi bensì la figlia di un famoso serial killer dell’immediato dopoguerra e per Polidori la sua ricerca, a quarant’anni di distanza (il libro è del 2002), diventa una vera e propria ossessione. Lo aiuteranno due universitari: Andrea, che lo ha inizialmente contattato per la sua tesi in Scienza delle comunicazioni, e la sua fidanzata Cristina, che coltiva ambizioni artistiche. Ovviamente non sarà una ricerca semplice, dopo tanto tempo e con così pochi dati a disposizione; ragion per cui parecchi saranno gli incontri o i semplici contatti tra l’anziano compositore e i suoi giovani collaboratori e ciascuno di questi incontri e di questi contatti sarà l’occasione, per il primo, per rievocare fatti e personaggi che all’epoca gravitavano attorno al grande circo dello spettacolo, e del cinema in particolare.
I nomi, i luoghi e gli episodi che Polidori cita sono autentici, è lui che non è vero. Non è vero ma è dannatamente verosimile: egocentrico, gaudente, vitellone, bilioso, bizzoso, corrosivo, intemperante, cinico e insopportabilmente saccente, sembra il prototipo di una tipologia di artista in gran voga negli anni del nostro secondo dopoguerra, tutto genio e sregolatezza, grandi bevute e amorazzi veloci e “sbadati”. In Polidori paiono sommarsi, in definitiva, i difetti e le bizzarrie di tanti attori, registi, scrittori e musicisti di quel periodo (gran parte dei quali “resuscitati” dal protagonista nel corso del racconto) ed è abilissima la Baresani, che gli dà voce con una immedesimazione impressionante – quasi che a scrivere fosse un suo alter ego maschile – a rendercelo simpatico nonostante tutto.
Ancora gli anni a cavallo tra i cinquanta e i sessanta, dunque, gli stessi in cui Marco Vichi ambienta le storie del suo commissario Bordelli, recensito qualche settimana fa. Ma mentre gli anni di Bordelli sono quelli della piccola borghesia italiana, con i suoi lascia o raddoppia e i detersivi che lavano più bianco non si può, quelli di Polidori sono gli anni sibaritici e sfavillanti, geniali e scriteriati del bel mondo.
La fine della guerra e delle sue privazioni, il ritorno alla democrazia, l’esordio di un certo benessere diffuso (un concetto fino ad allora del tutto sconosciuto alla stragrande maggioranza della popolazione italiana) scatenarono energie, intelligenze ed entusiasmi che mai più si sono ripresentati con quella forza e con quell’originalità. L’Italia tutta pareva un immenso vulcano di idee e progetti in diuturna attività: dalla politica all’ economia, dal cinema al teatro, dalle arti figurative alla letteratura, non c’era un settore che non beneficiasse del momento d’oro di un Paese considerato fino ad allora marginale (seppur strategico per la sua posizione) e che soltanto pochi anni dopo, finita la pacchia, tornerà mestamente ad occupare il suo posto di comprimario di lusso dello scenario europeo.
Naturalmente sarebbe ingenuo giudicare quella società soltanto attraverso lo specchio deformante della dolce vita romana. Dietro il paravento e i lustrini, si muoveva un sottobosco putrido e bacato di corrotti e corruttori, di avventurieri senza scrupoli e famelici palazzinari, di truffatori e di truffati. E’ l’altra faccia del boom, quella raccontata nei film di Alberto Sordi e che purtroppo è sopravvissuta all’ubriacatura collettiva, connotando irrimediabilmente la vita pubblica nazionale, marcandola a fuoco con un sigillo di inaffidabilità e ribalderia che è diventato il logo della fabbrica Italia. Nel romanzo della Baresani questo rovescio della medaglia non è sottaciuto, anzi, ma risulta edulcorato dalla malcelata commozione e dal rimpianto con cui Polidori racconta quegli anni, quasi che in fondo le canagliate e il malcostume fossero stati il dazio da pagare alla magnificenza, al lusso, al divertimento e all’inventiva.
Non è stato proprio così ma quando è un bel libro a volercelo far credere va bene lo stesso.


RECENSIONE 

Sul mio corpo, di Sonia Rottichieri. Recensione a cura di Francesco Caruso
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Ho sempre pensato che leggere letteratura erotica sia un’alternativa colta all’onanismo e scrivere letteratura erotica un’alternativa economica al lettino dell’analista. Questo pregiudizio – chiamiamolo così – mi accompagna fin dalle prime letture adolescenziali e neppure un Henry sul-mio-corpoMiller coi suoi tropici o una Anais Nin col suo delizioso (ad onor del vero) Delta di Venere sono riusciti a farmi cambiare opinione. Della produzione letteraria a luci rosse salvo soltanto un romanzo che tutto può definirsi fuorché licenzioso, quantunque reputato ancora oggi “scandaloso”: L’amante di lady Chatterley, di Lawrence. Sono inoltre uno dei pochi esseri umani che non ha letto e mai leggerà la saga delle cinquanta sfumature o la trilogia di Irene Cao e che, in anni più verdi, s’è lasciato sfuggire pure quella fondamentale pietra miliare dell’emancipazione sessuale femminile che è stata Paura di volare della Jong.
Ciò premesso, vi chiederete allora perché ho letto e mi accingo qui a commentare Sul mio corpo di Sonia Rottichieri. Per un duplice ordine di motivi: primo, perché una rubrica di libri deve trattare un po’ tutti i generi  (ma non chiedetemi mai di recensire una di quelle storie di vampiri tanto di moda oggi…a tutto c’è un limite); secondo, perché volevo capire, nell’era della pornografia gratuita su internet, il motivo per cui qualcuno ancora senta la necessità di scriverla e qualcun altro di leggerla.
Non ho avuto le risposte che cercavo ma in compenso ritengo di aver maturato un profondo senso di disagio verso il maschilismo femminile. Avete letto bene: maschilismo femminile, ossia il quisling del maschilismo, le truppe cammellate, il collaborazionismo in gonnella della teocrazia maschilista. Esiste – sotto le mentite spoglie di un decadentismo dannunziano fuori tempo massimo, fatto di iperboli fascinose e di languidi e convinti abbandoni al potere fallico –una categoria di donne che non solo non combatte il maschilismo ma addirittura lo vellica, ne titilla la vanità e il ricordo delle perdute glorie, lo giustifica ammantandolo di significati ancestrali, come se il maschio fosse una sorta di druido depositario di una misteriosa e profonda verità e la donna la sua sacerdotessa.
E’ quello che si percepisce leggendo la Rottichieri, che per ¾ del suo libro esalta la scelta di sottomissione della protagonista, presentandocela come una sorta di percorso di crescita, di maturazione, di apprensione del sé, addirittura di liberazione da preconcetti, convenzioni e stupide corazze di perbenismo.
Ma cosa c’è di rivoluzionario ed anticonformista nel farsi mettere al collo una catena, nel farsi legare, frustare, penetrare in ogni orifizio libero da peni conosciuti e sconosciuti e da altri oggetti sferici o cilindrici? Cosa di decoroso e di abbellente, per la personalità di una donna, nel farsi chiamare “schiava”, nel trasformarsi spontaneamente in umile ed ossequiente zerbino di un’altrui volontà, nel farsi umiliare e violare ripetutamente e senza ritegno? Perché Sul mio corpo parla proprio di questo: Alice, impiegata di una grande azienda, un giorno risponde per curiosità ad un annuncio su internet. Recatasi all’ appuntamento in una grande e lussuosa villa fuori città, da quel momento precipiterà in un gorgo spaventoso di sesso sfrenato, violenze e mortificazioni da parte di un uomo a cui accetta di sottomettersi incondizionatamente, felice di appartenergli e di soddisfarne tutte le abiezioni.
Ovviamente la scrittrice, che difficilmente diventerà mai la preferita dalle suore pallottine, non ci risparmia nulla degli innumerevoli e sfiancanti amplessi della “schiava”, descrivendo minuziosamente, talvolta con capziosità ragionieristica, ogni momento della “crescita” di Alice, della sua uscita dal bozzolo; e ovviamente il linguaggio, manco a dirlo, è perfettamente correlato all’argomento trattato, ragion per cui una volta ne avremmo sconsigliato la lettura alle fanciulle in età di rossori, anche se la Rottichieri pare in grado di imbarazzare persino una convention di camionisti. E’ vero che nell’ultima parte, attraverso l’entrata in scena di un personaggio che s’innamora di Alice e le farà scoprire un modo diverso (noi poveri di spirito diremmo “normale”) di amare e di essere amati, l’autrice dà l’impressione di incoraggiare la protagonista a rompere le catene ed abiurare il suo asservimento, ma tutto il resto del libro, vista l’insistenza con cui la stessa si ostina a presentare la schiavitù di Alice come una necessaria via crucis verso la conquista di una vera libertà interiore, trasmette a mio avviso un messaggio devastante per la dignità delle donne e per due secoli di lotte di emancipazione.
A parte ciò, infastidisce poi l’erotismo lascivo e patinato al contempo, alla Tinto Brass tanto per intenderci, che permea tutto il libro; così come, in una temperie come quella che stiamo attraversando, il contesto sociale nel quale si muovono ed agiscono i personaggi, tutti molto ricchi o comunque benestanti. Persino alle impiegate come Alice o la sua amica Mara viene accreditato un tenore di vita elevato, francamente stridente con il loro status e la loro posizione all’interno degli uffici in cui lavorano. Da apprezzare invece le parti che richiamano il Satyricon di Fellini e l’Asino d’oro di Lucio Apuleio, come le cene organizzate nella sfarzosa dimora del potente padrone di Alice, in cui una umanità debosciata, simbolo vivente di un mondo in decomposizione, si abbandona sfrenata all’orgia e alla gozzoviglia, cibandosi da vassoi contenenti ragazze nude “condite” con ogni ben di Dio.
In definitiva, un libro innegabilmente ben scritto e talvolta pure avvincente ma che veicola messaggi discutibili (nonostante il riscatto finale) e pare pronto per una versione cinematografica o televisiva edulcorata (perchè una pienamente rispettosa dell’originale letterario forse la rifiuterebbe persino la compianta Linda Lovelace) , magari con Gabriel Garko nel ruolo del padrone e la Autieri in quello di Alice. E non aggiungo altro.


RECENSIONE 

I contendenti , di John Grisham. Recensione a cura di Francesco Caruso
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David Zinc è un giovane e promettente avvocato impiegato in un importante studio di Chicago, uno di quegli studi legali, parecchio diffusi al di là dell’Atlantico, che occupano con i loro uffici interi piani di graicontendentittacielo e in cui lavorano centinaia di persone tra soci, associati, paralegali e semplici dipendenti. Ma David Zinc, una brillante laurea ad Harvard nel cassetto, non è felice: guadagna profumatamente ma gli orari sono massacranti, la famiglia trascurata, ciò di cui si occupa (il diritto societario) l’esatto opposto di ciò che sognava di fare quando studiava all’Università. Così, come nella novella di Pirandello “Il treno ha fischiato”, una mattina il treno fischia anche nella testa di David, che molla tutto, si ubriaca e finisce chissà come nello scalcagnato ufficio di due mezze tacche di avvocati, Oscar Finley e Wally Figg, due morti di fame che campano (male) inseguendo ambulanze e incidenti stradali e cercando di strappare accordi stragiudiziali con le assicurazioni degli investitori. Di aule di tribunale manco a parlarne: non sanno proprio cosa siano e nemmeno ci tengono a saperlo. Eppure è proprio nel loro studio che David decide di trasferirsi, rinunziando d’un colpo a quattrini e carriera. La frequentazione dell’ambiente, dei suoi nuovi colleghi , dei loro metodi e, soprattutto, del tipo di clientela che bazzica dalle loro parti non tarderanno a insinuare in lui forti dubbi sulla bontà della sua scelta di vita, fino a quando non gli capiterà per le mani un caso molto interessante, che promette di renderli tutti e tre molto ricchi.
Nel mare magnum degli scrittori di cassetta – di bestsellerellisti, tanto per capirci – John Grisham spicca da sempre per due motivi: la capacità, unica tra gli autori di legal thriller e suoi derivati, di regalare al lettore, con rapide “pennellate”, efficaci ritratti della società statunitense per i quali altri (ad esempio il tedioso e sovrastimato Franzen) sprecano fiumi e fiumi di pallosissimo inchiostro; la perfetta conoscenza della macchina giudiziaria americana , palpabile in ogni pagina , in ogni passaggio delle sue storie. Basta leggere uno solo dei suoi libri per capire che Grisham non è certo il solito avvocato fallito prestato alla letteratura per disperazione: Grisham è stato ed è un fior di legale che ha avuto dalla sorte anche il dono di saper confezionare racconti avvincenti, storie che si leggono d’un fiato non per il semplice gusto di sapere come andrà a finire e chi è l’assassino (che nei libri di Grisham, tra l’altro, non c’è quasi mai) ma perché affascinati dal dipanarsi stesso della vicenda, dallo scintillio dei dialoghi, dall’alternarsi del dramma e del riso – sempre opportunamente dosati – e da una manifattura a regola d’arte dei personaggi, alcuni dei quali (pensiamo al goffo paralegale de “L’uomo della pioggia”, superbamente interpretato sul grande schermo da Danny De Vito) davvero indimenticabili.
E tutto questo talvolta senza un inseguimento, una goccia di sangue, un serial killer, una feroce banda di criminali, un torbido complotto di Stato. In alcuni suoi libri, è vero, questi ingredienti sono stati generosamente adoperati: ad esempio nel Socio e nel Rapporto Pelikan. Ma in molti altri – tra cui quest’ultimo,“I contendenti” – Grisham è riuscito a tenere inchiodato il lettore sulla poltrona con semplici e apparentemente banali cause civili, in genere intentate da privati cittadini contro una grande corporation.
Ecco, se proprio vogliamo trovare nei romanzi di Grisham un leit-motiv, un tema ricorrente, esso va ricercato giustappunto nello scontro dei Davide contro i Golia, dei comuni mortali contro lo strapotere delle multinazionali e contro le loro arroganze, i loro soldi, i loro avvocati dalle parcelle milionarie. E’ qui che Grisham dà il meglio di sé, nella descrizione impietosa di un sistema, quello americano, in cui il potere del denaro soverchia e umilia i diritti dei singoli, con l’interessata complicità di un potere politico che deve a quello economico la sua stessa sopravvivenza. Illuminante, a questo proposito (e dovrebbero leggerla attentamente tutti coloro che da noi predicano il totale azzeramento del contributo pubblico ai partiti), è la parte del romanzo in cui viene descritta l’attività lobbistica di tale Koane, un avventuriero che si è arricchito a Washington facendo da tramite tra i parlamentari e il grande capitale , foraggiando sontuosamente i primi con i dollari del secondo. Un andazzo perfettamente lecito negli States.
Ma lo sguardo di Grisham su tutto questo in fondo resta ottimistico: nei suoi libri il piccolo e giovane avvocato riesce quasi sempre a spuntarla sullo studio -monstre scatenatogli contro dal gigante economico o finanziario di turno che egli ha avuto l’ardire di sfidare. Nella realtà le cose vanno ben diversamente, ma non rimprovereremo il buon John per questa che, a ben pensarci, a noi non sembra tanto una debolezza o una ruffiana strizzatina d’occhio ai desiderata dei lettori, quanto un volersi ritagliare a uso e consumo proprio e del suo pubblico un mondo migliore di quello in cui nasciamo, cresciamo e schiattiamo ogni giorno.


RECENSIONE 

Il giorno del lupo , di Carlo Lucarelli. Recensione a cura di Francesco Caruso
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cover-book-il-giorno-del-lupoE’ imbevuto di subcultura machista e sessista, adora i film dell’Ispettore Callaghan (“bestiale”), è omofobico, razzista e ignorante come una capra. E’ Coliandro, l’inconfondibile ispettore parto della ferace penna di Carlo Lucarelli. Di origini meridionali, il poliziotto più imbranato e politicamente scorretto della letteratura mondiale presta servizio (“purtroppo” direbbero Questore, funzionari e colleghi) alla Questura di Bologna, dove passa da un ufficio all’altro sempre inseguito da provvedimenti punitivi e dai moccoli dei superiori.
Nel romanzo Il giorno del lupo lo ritroviamo (ma per poco) ancora sovrintendente, sbattuto alla mensa tra merendine e sanbitter e impegnato a far dimenticare al capo ufficio l’ultima sua memorabile “impresa”: l’involontaria ordinazione di diecimila vasetti di yogurt che adesso nessuno sa come smaltire.
Coliandro, com’è noto, si piange addosso parecchio e si crede sottovalutato. Malgrado sia uno sfigato da Oscar, non si rassegna alla sua condizione di sbirro da spaccio aziendale e continua a sognare un futuro di inseguimenti rocamboleschi, arresti ed encomi destinato a restare in eterno nella sua immaginazione. Affascinato dai western e dai polizieschi americani anni settanta, ama citare le frasi celebri dei suoi eroi di celluloide, Eastwood in testa, e rimirarsi allo specchio in pose da duro, revolver in mano e sguardo di ghiaccio. Ma è una macchietta, non ne combina una giusta e in fondo fa pure tenerezza. E’ questa la forza e l’originalità del personaggio: un anti-eroe impacciato e fuori posto che sembra uscito dalle comiche del cinema muto, tanto plateali e pasticcione sono le sue gaffe e tanto disastrosi i guai in cui si va, suo malgrado, a cacciare.
Nel Giorno del lupo una sua amica, una di quelle ragazze borchiate e anticonformiste che ormai fanno parte dell’arredo urbano di Bologna, gli consegna una busta piena di soldi che si è aperta proprio mentre lei , che di mestiere fa il pony express, stava per consegnarla. La ragazza conosce già Coliandro e non lo stima per niente, ma avendolo incontrato dentro le stanze della Squadra Mobile, dove si trovava di passaggio, si convince che lavora lì, anche perché il nostro si guarda bene dal rivelarle quale sia il suo vero incarico. Da questo momento inizia una girandola di sparatorie, agguati e morti ammazzati degna dei migliori noir di scuola americana e che confermano la vocazione di Lucarelli a moderno bardo della giungla urbana, del suo alito guasto di marciume, violenza ed emarginazione e dell’ inquietante sottosuolo sociale e umano che ci vive ed agisce.
Singolare e riuscita mistura di commedia e thriller, coi gialli di Coliandro Lucarelli accetta e vince una sfida che molti giudicherebbero persa in partenza: riuscire a strappare il sorriso al lettore all’interno di un contesto narrativo e di una trama dai toni fortemente drammatici e coinvolgenti. Nella serie di Coliandro, infatti, non si perde una stilla del “solito” Lucarelli- ossia dell’autore, per intenderci, di polizieschi ad altissima tensione e dai ritmi sostenuti come un Giorno dopo l’altro – e in più ogni tanto ci si rilassa con l’imbarazzante dabbenaggine del protagonista, vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro che davvero non si capisce bene cosa ci stia a fare tra pistole, divise e distintivi.
Pensando a Coliandro, la mente corre inevitabilmente ad un altro poliziotto improbabile, ad un altro detective per caso: il sublime Catarella di Camilleri, come il primo candidamente ingenuo e ignorante. Ma l’accostamento finisce qua: Coliandro, al contrario di Catarella, è figlio di quella giungla urbana cui si accennava prima e ritiene, sbagliando, di conoscerla bene e di sapercisi muovere a dovere; Catarella è un prodotto della provincia profonda, un figlio della terra proiettato in una dimensione diversa ma che del contadino ha conservato la rustica saggezza, la semplicità dei valori e, soprattutto, la consapevolezza dei propri limiti.
Eppure, nonostante le inevitabili esasperazioni, non si può negare che con Coliandro anche Lucarelli ci abbia saputo regalare un personaggio a suo modo autentico, nel quale tanti giovani poliziotti pieni di zelo ed entusiasmo ma ancora privi della rude scorza dell’esperienza potrebbero riconoscersi, fatta eccezione, ovviamente, per cantonate, prevenzioni becere e figuracce. Quelle le lasciano tutte al collega di carta. E noi, suoi lettori affezionati nonché cittadini interessati alla buona qualità delle nostre forze dell’ordine, non possiamo che ringraziare.


RECENSIONE 

Ti racconterò tutte le storie che potrò, di Agnese Borsellino. Recensione a cura di Francesco Caruso
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“Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri” Paolo Borsellino

Ogni tanto nella9788807070303_quarta-jpg-448x698_q100_upscale vita c’è bisogno di una boccata d’ossigeno. No, non parlo dell’ossigeno necessario alla nostra sopravvivenza, quello che automaticamente respiriamo tutti i giorni. Parlo di un altro tipo di ossigeno, un ossigeno morale. Viviamo una contemporaneità agra, molto più di quella descritta da Bianciardi nei primi anni sessanta: la più grave crisi economica dopo quella del 1929 sta distruggendo le esistenze di milioni di italiani mentre la politica nazionale dà il peggio di sé tra ministri sempre pronti a correre in soccorso degli amici che contano ed ex primi ministri che s’abbarbicano allo scanno di senatore per tema di ritrovarsi con un paio di manette ai polsi. In tutto questo, leggere le bellissime e toccanti memorie di famiglia di Agnese Piraino, vedova Borsellino, è –appunto- come poter di nuovo respirare all’aria aperta dopo la fuga da un palazzo in fiamme, perché Paolo Borsellino, al di là dell’agiografia di maniera che ne circonda da anni l’opera e la figura (un’ agiografia spesso ruffiana e talvolta persino farisea, che punta alla santificazione del “personaggio” Borsellino per far passare in secondo piano il messaggio della “persona” Borsellino), è la testimonianza purtroppo non più vivente della possibilità che esista nel nostro Paese un modello di italiano diverso da quello con cui siamo abituati a confrontarci e da cui dobbiamo continuamente prendere le distanze.
Le pagine del diario della signora Agnese (deceduta, lo ricordiamo, nello scorso mese di maggio, dopo una lunga malattia) ci restituiscono infatti la dimensione umana e domestica del giudice Borsellino, visti nella cornice di una normalissima famiglia italiana alle prese con i problemi di tutte le normali famiglie italiane. L’affettuoso e commosso ricordo della moglie si dipana in un arco temporale che parte dai primi anni sessanta, dall’incontro di quella ragazza della buona borghesia palermitana (era la figlia dell’allora presidente del Tribunale di Palermo) con il giovanissimo pretore di Mazara, fino ai giorni tragici di via D’Amelio, alternando i momenti allegri o sereni a quelli angoscianti , in cui l’uomo di Stato Borsellino si rese conto che proprio una parte di quello stesso Stato che lui difendeva aveva decretato la sua condanna a morte, affidandone l’esecuzione ai carnefici di Cosa nostra.
E fu così che un normale italiano, un lavoratore serio, onesto, coscienzioso, competente, rispettoso delle regole, umano e corretto verso i colleghi, i superiori e persino gli stessi malviventi che perseguiva, divenne splendida anomalia e fulgido esempio per le generazioni future. Ma lui era solo un italiano che credeva nella legge, nella civile convivenza, nella famiglia e negli affetti. Trovò sulla sua strada una organizzazione che,  sfruttando la paura o addirittura la connivenza morale di tanti cittadini, si arricchiva (e continua ad arricchirsi) illecitamente sui loro difetti, sul viscerale vitellonismo menefreghista, sul mito del facile arricchimento, sulla callidità elevata a misura di tutte le cose, sul sotterfugio e la scorciatoia come uniche vie da percorrere nella vita. Trovo tutto questo e semplicemente, naturale come bere un bicchier d’acqua, vi si oppose. Primo perché ci credeva e secondo perché era pagato per farlo.
Ma nella Sicilia dei gattopardi la normalità di Paolo Borsellino non poteva essere che scandalo, stravaganza, eccezione alla regola da far passare sotto silenzio per scongiurare pericolose contaminazioni. Borsellino da vivo è stato veramente un serio pericolo per qualcuno, e non tanto per le sue scrupolose indagini e la tenacia con cui mandava alla sbarra i mafiosi. E’ stato un pericolo perché esempio vivente di una italianità operosa e onesta che minacciava di migliorare i costumi debosciati di tanti italiani e siciliani, quei costumi su cui la malavita organizzata basava e basa tuttora gran parte della propria forza :“noi non siamo diversi da voi. Siamo solo più feroci e determinati”, era (ed è ancora) il messaggio. Da morto invece avrebbe cessato di rappresentare un pericolo, perché sarebbe bastato “iconizzarlo”, appenderne l’immagine al muro con un lumino sotto. E’ quello che è accaduto. Guarda caso, il giudice Borsellino, così come il giudice Falcone, dopo la morte ha smesso all’improvviso di avere nemici: tutti in fila ad omaggiarne la memoria, parecchi contenti che ormai fosse solo memoria. Invece dovremmo insegnare ai nostri giovani, specie a quelli che ancora (e per fortuna) sfilano nei cortei commemorativi o affollano i convegni sulla legalità, che Paolo Borsellino preferirebbe qualche chilometro di marcia in meno e qualche metro di cultura civica in più. La signora Agnese nel suo libro (scritto con la collaborazione del giornalista della redazione palermitana di Repubblica Santo Palazzolo ) ce lo ricorda spesso: Borsellino amava più gli esempi concreti che le manifestazioni simboliche. Ci vogliono pure quelle, per carità, ma senza mai dimenticare che si onora davvero la memoria degli italiani migliori provando a imitarne le condotte e a mutuarne i valori.


RECENSIONE 

Il commissario Bordelli, di Marco Vichi. Recensione a cura di Francesco Caruso
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Esistonoimages ancora l’originalità e la freschezza narrative nei gialli italiani? Di primo acchito, parrebbe di no. Malgrado la buona volontà e la qualità degli autori,infatti, anche qui l’eccesso, come in ogni altra attività umana, deprime, appiattisce, rende i gatti tutti bigi pure al di fuori di orari antelucani. Ci sono troppi gialli in circolazione, insomma. L’abbiamo detto svariate volte e non smetteremo di ripeterlo. Ci sono troppi gialli e troppi scrittori di gialli e  nell’ abbondanza di offerte scolorano le differenze, evaporano le peculiarità, si smarriscono le eccellenze.
Tuttavia il filone per ora tira parecchio, così come tirano parecchio quello storico d’ambientazione romana (il cd. peplum letterario, l’emulo di carta dei film in costume anni cinquanta-sessanta), il soft-porno , l’ adolescenziale e il vampiresco. La gente in Italia già legge poco, è il ragionamento che probabilmente hanno fatto gli editori, se ci mettiamo pure a fare i difficili,  storcendo il muso davanti ai loro gusti e bollandoli come “dozzinali”, la baracca dell’editoria nazionale potrebbe chiudere domani mattina. E dunque, col nobile pretesto della diffusione della lettura (e della sopravvivenza di librai e case editrici), ecco che da anni assistiamo ad un proliferare incontrollato di marescialli, ispettori, commissari, avvocati, giudici, detective privati. Tutti bravissimi, tutti infallibili. Tutti desolatamente uguali, o quasi, ognuno incasellato nella sua categoria: lo sbirro-sbirro, lo sbirro-psicologo, lo sbirro filosofo, quello svagato, quello capitato per caso e via discorrendo. Parliamo al maschile per comodità espositiva, perché l’universo del giallo mondiale è sì pieno di sbirri, ma pure di tostissime sbirre.
Ovviamente ci sono sempre le eccezioni, quelle che fanno fare oh ai bambini (e non solo), ovverosia ci sono romanzi gialli che si leggono ugualmente con piacere pure se già dalla fine del primo capitolo si capisce chi è o chi sono gli assassini. Ci sono gialli, cioè, dove il delitto e la ricerca del colpevole sono semplici vettori di cui si serve l’autore per veicolare un prodotto letterario di alto livello, che però senza la foglia di fico del mistery rischierebbe di rimanere incollato allo scaffale. I nomi? Tanti. Due su tutti: Maurizio De Giovanni e Marco Vichi. Dico De Giovanni e Vichi perché i due commissari protagonisti dei loro romanzi – il napoletano Ricciardi e il toscano Bordelli – sono antipodici quanto a indole, umori e metodi investigativi, eppure entrambi, anche se per motivi diversi, ugualmente affascinanti.
Bordelli è un poliziotto cinquantenne e piuttosto anticonformista, eroe della Resistenza, che indaga sui crimini della Firenze dei primi anni sessanta; Ricciardi è di vent’anni più giovane, ma agisce nella Napoli fascista degli anni trenta. Tanto quest’ultimo è una summa vivente di pudori e ritrosie, estremamente sensibile (percepisce le ultime parole pronunziate dai morti) ed introverso, parco di parole ed incapace di esternare le proprie emozioni (dunque lontano anni luce dagli stereotipi di certa napoletanità cartolinesca), quanto Bordelli è – appunto – un po’ bordeline, come suggerisce il suo cognome, che comunque evoca anche luoghi e situazioni di tutt’altro genere. E’ bordeline, trattandosi di un questurino (e dei primi anni 60 per giunta…), perché non si preoccupa di annoverare tra i suoi amici e di frequentare una umanità disperata di piccoli malfattori “di necessità”; è bordeline perché non è ambizioso, avverte in modo lacerante la mancanza di una compagna al suo fianco (anche se non l’ammetterà mai) e indulge sempre più spesso, con l’avanzare dell’età, nei ricordi (e nei rimpianti) di gioventù o di guerra. Tutto l’opposto, pertanto, dell’eroe solitario senza macchia e senza paura… E’ bordeline, però, soprattutto perché fermamente convinto che la giustizia sia un fatto sostanziale, più che di rispetto di regole e precetti astrusi. Ricciardi, al contrario, la legge si limita ad applicarla, seppur con tutta la moderazione ed il buon senso che i tempi consentono. Ma non frequenterebbe mai prostitute e ladri come fa Bordelli e meno che mai cenerebbe in loro compagnia.
Chi preferire tra i due? Il personaggio di De Giovanni è melanconico e un po’ ingessato in un certo perbenismo borghese a cui tuttavia suppliscono mirabilmente sia la perfezione del fondale che l’autore gli ricostruisce alle spalle (la Napoli anteguerra, aristocratica e scugnizza insieme, con il Vomero ancora in aperta campagna…), sia la vivida caratterizzazione dei comprimari che si muovono intorno a lui, a cominciare dal medico legale antifascista Bruno Modo e dal sanguigno brigadiere Maione.
Bordelli al contrario, oltre che protagonista, è egli stesso un “personaggio”, al pari degli altri che colorano i romanzi di Vichi. Ha combattuto i nazisti nelle file del ricostituito esercito sabaudo e nel romanzo “Il Commissario Bordelli”, che inaugura la serie, si ritrova a lavorare a fianco di un giovane poliziotto sardo di fresca nomina, Piras, figlio di un suo carissimo compagno d’armi. Insieme cercheranno di scoprire gli assassini di una anziana nobildonna fiorentina con un fratello un po’ strambo (tanto che- manco a dirlo- con Bordelli sarà simpatia al primo incontro) e due nipoti un po’ avidi.
Tutt’attorno la calura opprimente di una estate dei primi anni sessanta (di quelle, tanto per capirci, senza condizionatori d’aria e con le mosche padrone incontrastate di strade e case) e l’atmosfera particolare di quel periodo, a cavallo tra ricostruzione, boom economico e contestazione giovanile. Un periodo di transizione, anche traumatica a volte, dall’Italia contadina a quella industriale e metropolitana a suo tempo descritto magistralmente da intellettuali come Bianciardi e che rivive nitido nella Firenze di Vichi. Lì, nell’anno domini 1963, tra una spruzzata mortifera di DDT e l’accensione di zampironi anti-zanzare tanto scenografici quanto inutili, tra un Punt-e-Mes con gli amici al bar e 24milabaci di Celentano alla radio, un poliziotto in odor di comunismo indaga e risolve delitti atroci. Per la gioia degli affezionati lettori e soprattutto di chi – come il qui presente – quegli anni li ha vissuti davvero e grazie a lui riesce a richiamarli meglio alla mente, insieme al ricordo di un certo bambino con un cappottino grigio e un paio di calzoni corti, un “mottarello” in una mano e la mano di mamma nell’altra.


RECENSIONE 

La morte e la fanciulla, di Ariel Dorfman. Recensione a cura di Francesco Caruso
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978880617104medHanna Arendt nel suo famoso saggio ci ha ricordato la banalità del male. Ariel Dorfman , nella sua piece teatrale (di cui Hollywood ha tratto una versione cinematografica) “La morte e la fanciulla”, ci ricorda invece che il male, oltre che banale, può essere anche qualcosa di terribilmente accidentale, un risvolto dell’animo umano che risale puntualmente alla superficie laddove le circostanze lo consentono, talvolta indipendentemente dall’indole dei singoli.
In un Paese appena uscito da una feroce dittatura militare (che si può intuitivamente identificare col Cile), un uomo,Gerardo, oppositore del passato regime, ha appena avuto l’incarico di presiedere una commissione d’inchiesta governativa sui crimini dei generali e dei loro complici. La moglie di Gerardo, Paulina, torturata e violentata ripetutamente vent’anni prima , porta ancora addosso i segni di quella terribile esperienza. I due alloggiano per le vacanze in una casa sul mare ed una sera Gerardo, rimasto in panne con la macchina, viene aiutato da un medico di passaggio, Roberto, che successivamente si presenta a casa sua e viene invitato a trattenersi per la notte. Paulina, non vista, riconosce nella voce del medico quella di uno dei suoi aguzzini. Durante gli interrogatori, infatti, era rimasta bendata per tutto il tempo e dei suoi torturatori può riconoscere soltanto la voce.
Inizia da qui, in un crescendo drammatico, una discesa dei tre personaggi nell’inferno del dolore inferto e subito, con la donna che sequestra e lega il medico minacciandolo con una pistola e obbligando il marito riluttante a condividere la sua personalissima vendetta.
Ma non c’è appagamento per la vittima né espiazione per il suo persecutore. C’è solo una profonda ferita nel costato di un Paese e dei suoi cittadini che nessun castigo postumo potrà mai rimarginare. Paulina è certa di aver davanti il dottore che aveva attivamente e sadicamente partecipato alle sevizie ed è decisa a farlo confessare. Gerardo, che all’epoca evitò l’arresto proprio grazie al silenzio di Paulina, prova in tutti i modi a riportarla alla ragione, ma sconta, agli occhi della moglie, il peccato originale di non aver subito ciò che aveva dovuto subire lei.
Roberto, il medico, nega con tutte le sue forze di essere la persona che aveva infierito sul corpo di Paulina, ma poi, convinto a farlo da Gerando, rilascia una confessione troppo dettagliata per essere falsa. Eppure il dubbio resta ed è bravissimo Dorfmann a confondere nel lettore i ruoli del colpevole e della sua vittima, rendendolo incerto sulle reali colpe dell’uno e sulle ferree convinzioni dell’altra.
Ma soprattutto è abile lo scrittore nel far emergere quel grumo nero di ferocia che alberga dormiente in ogni essere umano e che rivede puntualmente la luce ogni qualvolta va in onda il sonno della ragione: Roberto nella confessione sostiene che egli inizialmente aveva offerto il proprio supporto professionale agli interrogatori proprio per tentare di alleviare le sofferenze degli arrestati. Poi, però, l’assuefazione alla violenza l’aveva contagiato, facendogli provare l’ebbrezza di infierire impunemente su un essere umano indifeso.
Non si tratta di disumanità, sembra dirci l’autore, ma anzi del nucleo primigenio dell’umanità, quello sepolto sotto una spessa coltre di secolari regole di adattamento e convivenza, che sortisce fuori in tutta la sua sconvolgente ferinità, spazzando via certezze e valori. La vocazione al male è dietro l’angolo, dunque, e nessuno può credersene immune. Nei dialoghi affilati e rabbiosi dei protagonisti, nell’atmosfera buia e claustrale di un luogo che pare ai confini del mondo ritorna così l’irrisolto dilemma dell’uomo, la sua irrisolta e tragica solitudine di essere vivente eternamente in bilico tra le bestie e gli dei.


RECENSIONE 

Doppia ombra , di Roberta Gallego. Recensione a cura di Francesco Caruso
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9788850231300_doppia_ombraCosa chiede solitamente il lettore ad un romanzo giallo? Una trama avvincente e possibilmente “labirintica”, dialoghi serrati, investigatori con caratteristiche fisiche e/o caratteriali marcate, finali a sorpresa. Al contrario, le digressioni narrative, gli innesti, nell’asse principale del racconto, di episodi e personaggi ad esso estranei , in genere non attirano molto i fan della letteratura poliziesca e tanto meno gli autori. Ecco perché stupisce piacevolmente un libro come Doppia ombra, della bravissima Roberta Gallego,che nella vita i morti ammazzati purtroppo li vede davvero, facendo di professione il magistrato. Stupisce perché inizia con un delitto granguignolesco commesso all’interno di una villa signorile della provincia del profondo nord della Penisola e continua inframmezzando il dipanarsi dell’indagine con deliziosi capitoli che nulla hanno a che vedere con essa, fino alla svolta finale e all’arresto del colpevole.
A questo punto bisogna anche spiegare a chi legge che libri come Doppia ombra non hanno per protagonisti né un fatto criminoso, né un singolo personaggio o una coppia di personaggi. Hanno per protagonista piuttosto un ambiente, di vita o di lavoro, che può essere un luogo, una famiglia, uno studio professionale, un’azienda o un ufficio. Nel caso della Gallego, l’ambiente è ovviamente quello di una Procura , la Procura dell’ immaginaria città di Ardese, ameno borgo sulle rive di un non meglio specificato lago. Qui una policroma e affannata umanità di magistrati, cancellieri, poliziotti, carabinieri e avvocati cerca ogni giorno di mandare avanti la pericolante baracca della giustizia italiana, con esiti a volte felici e a volte no e con le inevitabili ricadute, per qualcuno, sulla qualità della vita privata.
Ma siccome la dottoressa Gallego non è tipo da sviolinate celebrative o peggio ancora retoriche per descrivere con la fantasia quello che nella realtà è il suo habitat professionale, nel suo romanzo c’è tanto spazio anche per l’autoironia e la comicità. Ragion per cui accanto ai procuratori coscienziosi e ligi al dovere troviamo il collega beatamente digiuno di diritto e che usa senza alcun rossore i biglietti omaggio offerti dagli indagati, quello più impegnato sul fronte delle conquiste femminili che sul fronte della lotta alla criminalità, il magistrato donna in crisi coniugale che si concede una tantum un bacio appassionato con un collega consolatore, quello che parte in vacanza portandosi dietro distrattamente un importantissimo fascicolo e, per finire, il pm che festeggia in aula con una torta la maggiore età di un processo per maltrattamenti in famiglia giunto – rinvio dopo rinvio- alla diciottesima udienza…
E’ ovvio che lo spunto per queste scene di ordinaria vita di Procura alla Gallego gliel’abbia fornito la nuda e cruda quotidianità lavorativa, ma l’abilità della scrittrice sta nel confezionarli per il lettore con un periodare piacevolissimo, scorrevole ed estremamente curato nella forma- semplice ed elegante al contempo, con un sobrio e avveduto utilizzo di vocaboli ricercati – il che, in un panorama letterario nazionale dominato dal piattume stilistico alla Fabio Volo, oggigiorno non è affatto possibile dar per scontato in uno scrittore.
Ma la gradevolezza del libro non sta tanto nel fraseggiare raffinato dell’autrice quanto nell’abile tessitura di una storia dove la nota di colore, se non addirittura umoristica, si sposa perfettamente con il dramma, dove dietro un cadavere con decine di coltellate si nasconde un colluvium familiare torbido e caliginoso, dove il lettore segue col medesimo interesse la ricerca dell’assassino e quella di un fascicolo smarritosi nei meandri del palazzo di giustizia e dove soprattutto – e finalmente – gli articoli di legge sono richiamati in modo corretto, così come in modo corretto (dopo decenni di ricostruzioni assai poco fedeli al diritto vigente) sono indicati ruoli degli investigatori e protocolli d’indagine.
Il risultato finale è una sagace mistura di ortodosso rispetto delle regole del noir e arguto bozzettismo , di dramma e di commedia , che non toglie nulla alla appassionante e tenace ricerca del bandolo della matassa, allo squarcio del velo che cela il movente di un delitto raccapricciante. In definitiva, un romanzo godibilissimo e una scrittrice alla quale si può promettere ad alta voce e con la massima sincerità che Doppia ombra non resterà di certo l’unico suo “parto” narrativo ad essere oggetto di acquisto e contestuale avida lettura.


RECENSIONE 

Il desiderio di essere come tutti , di Francesco Piccolo. Recensione a cura di Francesco Caruso

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Faccio una premessa che ritengo imprescindibile: non si compra Il desiderio di essere come tutti se non si appartiene alla medesima koinè umana, valoriale e culturale a cui appartiene l’autore, perché in caso contrario potrebbe rivelarsi un acquisto inutile e persino irritante. In Italia la stragrande maggioranza dei cittadini – elettori ha infatti orientamenti politici di centro destra (compreso un buon 50 per cento di grillini), motivo per cui acquistare un libro come quello dello scrittore casertano per costoro potrebbe significare soltanto aver sprecato denaro e fatto provviste di nervosismo per tutto l’inverno. E dico questo pur nella consapevolezza che il romanzo autobiografico di Piccolo è tutto meno che un testo imbevuto di faziosità, furori ideologici e legnosità dogmatiche; in ogni caso, però, racconta una storia con la s minuscola (la sua) ed una con la S maiuscola (quella dell’Italia dalla metà degli anni settanta ad oggi e della coeva evoluzione –involuzione del PCI) che solo chi si è trovato su un certo lato della barricata può comprendere fino in fondo e apprezzare fino in fondo.
Chi scrive questa appartenenza al medesimo campo da gioco dell’autore l’ha avvertita profondamente, anche se, a stretto rigore, non ha militato sotto le sue stesse bandiere: Piccolo è stato un simpatizzante comunista “innamorato” di Berlinguer; l’estensore di queste note è stato invece un pertiniano senza tessere ostile a qualsiasi spostamento a destra del socialismo democratico (la famigerata “mutazione genetica” denunziata a suo tempo da Riccardo Lombardi) ma anche parecchio distante (politicamente) da comunismi e comunisti. Il punto d’incontro? L’antipatia per Craxi ed il craxismo e, dopo, per la sua naturale conseguenza: il berlusconismo.
Per il comunista Piccolo Craxi ha rappresentato, a torto o a ragione, l’elemento di disturbo che, dopo il rapimento e l’omicidio di Moro, ha affossato definitivamente il compromesso storico, ponendosi come interlocutore privilegiato della Dc e condannando all’opposizione il PCI di Enrico Berlinguer; per il qui scrivente Craxi – pose illiberali e derive tangentistiche a parte – è stato semplicemente il necroforo di una certa idea di socialismo e l’artefice di un’altra – tuttora purtroppo in auge – che con i principi del socialismo classico ha poco o nulla da spartire.
Ma il libro di Piccolo, attenzione, non è né un nostalgico e sterile “come eravamo” (malgrado il famoso film con Redford e la Streisand venga richiamato più volte nel corso della narrazione) e nemmeno un isterico e livoroso “cosa siamo diventati”. E’ semplicemente la storia di un percorso – umano, ideale e professionale – che parte dalla Reggia di Caserta e da un bambino di 9 anni che ruba gelati e arriva quasi ai giorni nostri, passando per i mondiali di calcio del 1972, il colera di Napoli del 1973, l’assassinio di Aldo Moro e della scorta, il terremoto dell’Irpinia, l’ascesa di Craxi, la morte di Berlinguer, Tangentopoli e l’avvento della seconda repubblica, la parentesi ulivista e il ventennio berlusconiano.
Inframmezzati agli eventi e alle persone pubblici, “di tutti”, gli eventi e le persone della sfera privata: il padre di simpatie conservatrici, lo zio democristiano, la zia comunista, la compagna di banco militante della sinistra extraparlamentare, una moglie dall’indole atarassica (soprannominata non a caso “Chesaramai”). Ognuno di loro è un tassello fondamentale del mosaico di vita e di opere creato dallo scrittore, senza il quale si perderebbe il senso del tutto. Così come fondamentali si rivelano, dissipando subito nel lettore il dubbio sulla loro congruenza , i riferimenti letterari e cinematografici di cui è infarcito il libro: il già ricordato film di Sydney Pollack , il capolavoro “America” di Altman e il racconto di Raymond Carver che lo ha ispirato, la “Terrazza” di Ettore Scola, quell’inarrivabile vertice della letteratura europea che è “La promessa” di Durrenmatt e, soprattutto, Max Weber e la sua distinzione tra l’etica dei principi e l’etica delle responsabilità.
Con il filosofo tedesco, infatti, si arriva allo snodo centrale della narrazione, senza il quale non si può comprendere lo sguardo disincantato sulle proprie “viscere” di uomo di sinistra che Piccolo – contrariamente a tanti altri- ha avuto il coraggio di gettare.
Piccolo innanzitutto ha distinto il suo lavoro in due parti : la prima parte si intitola “La vita pura: io e Berlinguer”; la seconda parte “La vita impura: io e Berlusconi”. Detta così, potrebbe sembrare che tutta l’opera sia un inno alla vita pura e un continuo ripudio di quella impura. Niente di più sbagliato: il ragionamento di Piccolo è molto più complesso e intelligente e tocca corde profonde e abissi insondati delle vicende del riformismo italiano.
E’ qua, tra l’altro, che entra in gioco Weber e la sua etica a due velocità: con Berlinguer prima e poi col Bertinotti del divorzio dal governo Prodi del 1998, Piccolo e tanti altri come lui hanno sposato senza tentennamenti l’etica dei principi, orgogliosi della propria diversità, della propria minorità, del far parte di una schiatta nobile e perdente. Ma chi l’ha detto che è sempre questa la marcia giusta da ingranare davanti agli incroci della Storia ? Se Berlinguer, dopo il fallimento del compromesso storico, ha avuto i suoi buoni motivi per arroccarsi nella ridotta della Valtellina della questione morale e di un PCI altezzosamente diverso e migliore della diarchia craxiano-democristiana, la Valtellina di Bertinotti ha regalato il Paese al predominio ventennale delle destre e per motivazioni dall’importanza inversamente proporzionale alle conseguenze dello strappo.
D’altro canto, fa capire Piccolo, la successiva, sofferta adesione, nel corso del nuovo millennio, del popolo di sinistra all’etica delle responsabilità a scapito dell’etica dei principi (il che, tradotto, vuol dire semplicemente una sinistra che si sporca le mani con la fatica del governare), è stato sì un passaggio indispensabile per un elettorato e una classe politica che aspiravano a diventare forza motrice del Paese, ma anche la rivelazione per molti di una alterità mancata, uno scoprirsi maledettamente simili per certi aspetti al nemico, perfino a quel nemico incarnato da Silvio Berlusconi, sintesi iconica del peggio nazionale, perché, in definitiva: “Berlusconi è meglio se perde, però – cavoli – se vince mi sano il soppalco…”
Affresco d’epoca e testimonianza di un sentire individuale e collettivo che ha marcato una sofferta stagione del nostro Paese, il libro-confessione di Piccolo tuttavia non fa sconti ai sentimenti e scava nel meandri inesplorati delle velleità e dei desideri della generazione del pugno chiuso mettendone a nudo dubbi e contraddizioni, debolezze e lacerazioni. Una radiografia impietosa e complice al contempo che solo ai militanti di sinistra, chissà perché, riesce sempre bene.


RECENSIONE 

L’orlo argenteo delle nuvole, di Matthew Quick . Recensione a cura di Francesco Caruso

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Pat Peobles è convinto che la sua vita sia un film.
Una prefazione che esordisce così dovrebbe indurre il lettore alla massima circospezione. Invece lo sventuralatoto risponde e va avanti. Ossia legge tutto il romanzo. Che nello specifico si intitola “L’orlo argenteo delle nuvole” (anche se Salani lo pubblica col nome del film che ha ispirato: Il lato positivo), è stato scritto da Matthew Quick, un professore americano giramondo, e- come già accennato- ha davvero fornito lo spunto per un film, campione d’incassi lo scorso anno.
Ora, l’estensore di queste note non è certo un nemico del romanzo americano contemporaneo, tuttavia è un dato di fatto che ormai la distanza tra la società nordamericana e quella europea è diventata siderale. Le problematiche sono (in parte) profondamente diverse, gli umori sono diversi, i rapporti interpersonali diversi, l’atmosfera è diversa. Tutto è diverso.O perlomeno questa è l’impressione che oggi si ricava leggendo le opere dei più gettonati scrittori made in U.S.A.
Se tutti noi, critici e lettori, abbiamo avvertito una profonda sintonia col novecento letterario americano, con le sue tematiche, con i suoi eroi, con le sue vittime e i suoi carnefici, altrettanto non possiamo dire per gli eroi, le vittime e i carnefici della contemporaneità narrativa statunitense; se tutti quanti non abbiamo mai avuto alcuna difficoltà a “decriptare” il messaggio dei Fitzgerald, degli Steinbeck, dei Caldwell, dei Dos Passos, dei Fante, la stessa operazione credo oggi ci risulti molto più difficile con i McEwan, gli Auster, i Franzen. Specialmente quest’ultimo, poi, è un vero e proprio simbolo vivente di quella sorta di dottrina Monroe applicata alla letteratura che ci rende attualmente così ostici e distanti i parti letterari dell’intellighenzia di oltre oceano. Ci sono capitoli interi di Libertà o de Le correzioni dove si ha l’impressione che l’autore parli di uomini e donne di un altro pianeta, di alieni insomma, tanto incomprensibili risultano i loro comportamenti e i loro problemi. Eppure gli americani vi si riconoscono in pieno e celebrano Franzen come il bardo dell’american way of life dell’era Obama, un po’ quello che è stato Whitman per l’America dei pionieri e della frontiera.
Matthew Quick non sfugge alla regola del libro americano per gli americani e infatti il suo lato positivo è fin troppo americano.
Il protagonista è un trentacinquenne che è stato appena dimesso dall’ospedale psichiatrico. Tornato a vivere con una madre dolcissima e fragile ed un padre scontroso, solitario e parco d’affetti e di parole, concentra tutti i suoi sforzi nella riconquista della moglie Nikki e per raggiungere questo scopo si sottopone ogni giorno a massacranti esercizi fisici. Non conserva ricordo di ciò che è accaduto tra lui e Nikki e neppure di quanto tempo ha trascorso dentro la casa di cura. In famiglia tutti quanti evitano accuratamente di parlarne e addirittura gli nascondono le foto del matrimonio. Tutto ciò non fa altro che incoraggiare il suo ottimismo sconsiderato , convincendolo sempre più – ad onta dell’evidenza- che il periodo trascorso nel “postaccio” (così chiama la clinica per malattie mentali in cui è stato rinchiuso ) è stato molto breve e che la lontananza da Nikki è destinata a finire in tempi ancor più brevi. Sarà dura rendersi conto che così non è ed in questa sua faticosa risalita dalla caverna risulterà determinante l’aiuto di Tiffany, la sorella della moglie del suo migliore amico, anche lei reduce da problemi psichici di tutto rispetto.
C’è altro? Francamente no. A parte la grande simpatia suscitata dal personaggio di Cliff, il suo analista indiano, i siparietti sportivi fatti di “Aahhh”, maglie di campioni di football della squadra del cuore (gli Eagles di Filadelfia), grigliate con il fratello Jack e gli amici dentro il parcheggio dello stadio in attesa della partita e coretti idioti al grido di E-A-G-L-E-S , E-A-G-L-E-S, non c’è altro. Sì, c’è la prevedibile, anche se lenta, presa di coscienza , da parte di Pat, della dura realtà, di ciò che ha provocato il suo internamento in un manicomio e dell’impossibilità di una ricostituzione della sua unione coniugale. E ovviamente c’è il prevedibilissimo lieto fine della sua contrastata amicizia con Tiffany. Ma in definitiva: sostanza non pervenuta. Altro che ” tra Nick Hornby e Forrest Gump”, come promette la copertina dell’edizione italiana. Se una storia simile l’avesse scritta un romanziere italiano, non sarebbero bastati tutti gli ortaggi dei mercati generali di Roma. Siccome è il parto della penna di un giovane scrittore americano, è un libro che non può mancare nel nostro scaffale. Invece il qui presente vi dice in tutta onestà che il vostro scaffale può benissimo farne a meno. Magari il film sarà una gran figata (non sarebbe la prima volta che da un libro mediocre si riesce a cavare un’opera cinematografica di spessore), ma il romanzo, per dirla con Fantozzi, appare imparentato, seppur alla lontana, con le cagate pazzesche.


RECENSIONE 

Viaggio al termine di una stanza, di Tibor Fischer. Recensione a cura di Francesco Caruso

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_viaggio-1379858594Leggere un libro di Tibor Fisher è come prendersi una pausa dalla normalità. Se ne astengano tassativamente gli appassionati di letteratura “borghese” , gli amanti delle storie cinematografiche alla Nora Ephron e tutti coloro che credono fermamente nei lumi della ragione. Con Fisher il mondo diventa una palla impazzita che ruota vorticosamente senza un’orbita prefissata. Saltella qua e là nell’universo facendo una visitina un po’ a tutti. I personaggi che vivono dentro questo ottovolante fuori controllo non sono da meno del mezzo che li trasporta: trasgressivi fino alla paranoia, schizofrenici, perennemente alla ricerca di qualcosa che dia un senso alla propria vita. Di più: perennemente alla ricerca di qualcosa che li confermi nel loro essere in vita.
Prendiamo un romanzo agorafobico come Viaggio al termine di una stanza: la protagonista principale, Oceane, è una trentenne diventata improvvisamente benestante grazie ai proventi della sua attività di grafica per una casa di videogiochi giapponese. Non era quello che avrebbe voluto fare nella vita, nutrendo inappagate ambizioni di ballerina, ma è ciò che ora le permette di essere proprietaria di due appartamenti, uno dei quali sfitto, e di un buon conto in banca. Già qui, però, sorgono le prime perplessità, perche Oceane è sì economicamente abbiente ma si ostina a vivere in un palazzo che sorge in uno dei quartieri più malfamati di Londra e ad avere per coinquilini personaggi che sarebbe anche troppo edulcorato definire stravaganti e eccessivi. Di positivo per Oceane c’è , però, che i drogati, gli schizzati, gli sbandati e i morti di fame cronici che transitano negli altri appartamenti solitamente ci vivono per pochi mesi, al massimo qualche anno. E’ così che la donna si ritrova tra le mani, ogni volta che scende a prelevare la posta, le tracce di vite ormai sbiadite e lontane, i cui pallidi ricordi tornano faticosamente alla memoria nei minacciosi avvisi delle agenzie di recupero crediti e nei depliant pubblicitari. Tra la tanta paccottiglia epistolare, propria e altrui, che Oceane si porta a casa e apre, ce n’è un giorno una però che la riguarda e la riporta indietro negli anni, in un tempo in cui giovanissima aveva trovato lavoro in un locale porno di Barcellona e lì intensamente praticato, insieme ad altre donne e uomini della più varia e sbrindellata umanità, sesso dal vivo per la gioia degli spettatori paganti. Oceane a quel punto ingaggia un improbabile incaricato di recupero crediti, ex mercenario in Iugoslavia, e lo spedisce in un isolotto sperduto della Micronesia alla ricerca dell’uomo che le ha inviato la lettera.
Tutto questo, però, senza spostarsi mai di un millimetro dal proprio appartamento, che diventa così il vero fulcro della vicenda, al tempo stesso covo rassicurante e singolare telescopio per osservare una realtà urbana e una società che sembrano aver definitivamente smarrito le bussole della logica e del corretto ordito dei rapporti umani, frantumati e dispersi nei mille rivoli dell’egoismo, della competizione e dell’incomunicabilità.
Siamo di fronte, dunque, ad un’opera letteraria indissolubilmente legata alla contemporaneità, a quella modernità stranita e centrifuga che caratterizza le esistenze di un’epoca priva di certezze e di ideali come la nostra, dove la tecnologia ha ibernato le relazioni e la frenesia dell’apparenza e della sopravvivenza si è sostituita alla faticosa costruzione e affermazione dell’io.
Al di là dell’originalità ed effervescenza dei dialoghi e delle situazioni descritte, che vagamente ricordano, per la vena di surreale e feroce pessimismo che li pervade, il miglior Celine (il titolo stesso è un omaggio ad uno dei più celebri romanzi dello scrittore francese) e lo Swift della modesta proposta, Fischer squaderna agli occhi del lettore un pianeta Terra dove Platone, Cartesio e Kant non hanno mai messo piede, dove il caos primigenio del big bang non si è mai acquietato e gli atomi di Democrito continuano a cozzare disordinatamente gli uni sugli altri, incontrandosi, lasciandosi, amandosi e detestandosi.
Se non avessero sembianze umane, pare suggerirci lo scrittore, potremmo davvero scambiarli per particelle di materia, tanto insensato e meccanico appare il loro moto perpetuo.