Articolo di Francesco Caruso – Settembre 2017

La derrota

Io lo dico da sempre: per fortuna che c’è Eupalla, la breriana dea del calcio, destinataria di un culto idolatra che ottunde le menti, le distoglie da  altre cure ed affanni e qualche volta toglie pure le castagne dal fuoco. Perché dico questo? Perché per l’articolo di Settembre il qui scrivente aveva un cruccio: trattare per l’ennesima volta il tema della inguaribile peracottaggine di certa sinistra radical-pretesca in tema di immigrazione oppure trattare per l’ennesima volta della inguaribile furfanteria della politica siciliana, che per sudice ragioni di consenso elettorale e/o rispetto di patti scellerati ante delictum manda a casa un sindaco (Cambiano) avente l’unica colpa di provare a far rispettare la legge ?
Opzione estremamente avvilente nell’un caso e nell’altro, perché com’è del tutto inutile tentare di far capire alla gauche dell’aspersorio in salsa Che che non possiamo accogliere tutta l’Africa in Italia e che senza l’intervento manu militari del gen.le Minniti in un altro paio d’anni di sbarchi saremmo arrivati agli scontri armati interetnici (al netto di ogni altra considerazione su dumping salariale, degrado urbano e sicurezza), è altrettanto inutile far capire ai nostri corregionali e ai loro politici di riferimento che gli abusi edilizi sono l’equivalente, per un territorio, delle violenze carnali e che costruire abusivamente è una condotta che spesso mette a rischio non solo l’ambiente ma anche la sicurezza delle persone. Magari proprio di quei figli per i quali si è costruito abusivamente.
E allora meno male che sabato scorso c’è stata la partita Spagna-Italia, valida per le qualificazioni al mondiale russo dell’anno prossimo, una Caporetto calcistica (una delle tante della storia del nostro calcio) che ha provocato – com’era facile immaginare – ripetuti e devastanti tsunami di critiche e veleni all’indirizzo di squadra e Ct.  Potevo io, da appassionato di calcio e tifoso degli azzurri, lasciarmi sfuggire l’occasione di togliermi dalle ambasce e di gettarmi a corpo morto su quanto di più deliziosamente inutile ci sia al mondo, ossia il commento di una partita di futbol ? Assolutamente no. E dunque Italia-Spagna (purché se magna) sia.
Un sociologo anni fa disse che il calcio è il surrogato incruento delle guerre. Secondo questa tesi le nazioni più forti ed evolute (il cd. primo mondo) dopo secoli di scannamenti reciproci avrebbero dirottato sul pallone le proprie insopprimibili brame di egemonia, in un crescendo di pulsioni imperialiste che troverebbero sfogo nei due tornei principali: la coppa continentale e quella del mondo. Vincere il campionato del mondo equivarrebbe dunque a dominare su regni dove non tramonta mai il sole . Chi sale sul tetto calcistico del pianeta viene ricevuto con tutti gli onori dalle più alte cariche dello Stato, riceve onorificenze solitamente riservate ad altre categorie professionali, si gode trionfi tra ali di folla plaudente degni degli imperatori romani. E tutto grazie ad un pallone spinto dentro una rete.
Con queste premesse, pensare che una sconfitta decisiva per il passaggio del turno e l’approdo a Russia 2018 potesse passare inosservata o quasi significa non aver ancora capito che il soccer – come lo chiamano negli U.S.A. – da noi conta più della legge di stabilità, nonostante quest’ultima, al contrario del calcio, possa fare molto male alle tasche e alle terga dei consociati.
Sabato, poi, si è celebrata una tragedia laica: la nostra amata nazionale presa a sberle da undici hidalgo. Ma più del rotondo 3 a 0 con il quale i sudditi di re Felipe ci hanno rispedito a casa, quel che davvero ha fatto male al tifoso tricolore credo siano stati il tunnel ed il sombrero di Isco ai danni di Verratti. Si sa, l’italiano le sconfitte le sa accettare, è figlio di una nazione che nei secoli alla sconfitta ci ha dovuto fare il callo. Quello che l’italiano non accetta è l’umiliazione, l’essere dileggiato dal vincitore. L’italiano in questo si identifica col fante Gassman de “La grande guerra”, quello che nel capolavoro di Monicelli, catturato dal nemico, è pronto a rivelargli la posizione delle nostre truppe ma che si ferma quando, punto nell’orgoglio, capisce che l’ufficiale austriaco sta irridendo il coraggio degli italiani.
Nella partita di sabato i panni di quell’ufficiale asburgico li ha indossati Isco, un funambolico ed inafferrabile centrocampista spagnolo che – continuando di questo passo – rischia di far dimenticare Maradona, ma nessuno dei nostri ha indossato i panni di Gassman. Tutti però obtorto collo hanno dovuto indossare per 90 interminabili minuti quelli delle vittime sacrificali.
Ovvio che, con queste premesse, dopo il liberatorio fischio finale si sia scatenata sui giornali e nei social la suburra del biasimo e dell’indignazione. Ce n’è stato per tutti: per Ventura, reo di aver scriteriatamente mandato allo sbaraglio contro i compatrioti del conte di Bivar una formazione eccessivamente offensiva; per i calciatori, giudicati o logori se avanti con gli anni (Buffon, Barzagli) o scadenti e sopravvalutati se giovani (Verratti, Insigne); per il presidente federale Tavecchio, accusato di aver scelto un allenatore che prima dell’Italia non aveva mai allenato compagini di un certo livello.
Andiamo con ordine partendo dall’ultimo dei rimproveri, quello della scelta di Ventura come successore di Conte. A parte che i Ct vincenti della nazionale italiana di calcio, fatta eccezione per il Lippi del 2006, sono sempre state persone fisse a libro paga della Federazione peggio di un ministeriale (Valcareggi, Bearzot), sarebbe curioso sapere dove un Tavecchio reduce dal lauto stipendio di Conte avrebbe trovato i fondi per onorare i principeschi contratti di gente come Ancelotti, Allegri o Mancini.
Veniamo ora ai calciatori. Tutti giovani ronzini e purosangue a fine corsa? Sui brocchi ci sarebbe parecchio da ridire (i nostri ragazzi non saranno certo dei fenomeni ma nemmeno sportivi degni della versione calcistica della Coppa Cobram), su Villa Arzilla invece chiedere ad un certo Antonio Conte, per gli amici Grande Capo Bellicapelli. Doveva iniziare lui lo svecchiamento di una nazionale già avanti con gli anni ai tempi di Prandelli e invece, sia per la nota allergia verso gli atleti con meno di 26 anni sia per la pazza idea di voler vincere a tutti i costi gli europei, ha continuato imperterrito a convocare più o meno gli stessi nomi della gestione precedente. Poteva Ventura, con un girone di qualificazione infernale come quello toccato in sorte all’Italia, giocare alla chioccia mandando in campo l’asilo nido? Il poveretto ha dovuto optare necessariamente per una via di mezzo, iniziando a chiamare giovani promesse e nel contempo confermando alcuni senatori, tra cui i tre centrali della Juve.
Il terzo motivo di risentimento di critica e tifosi è, infine, anche quello che ha i maggiori fondamenti di giustezza. Pensare di poter affrontare il Lunapark delle Meraviglie di Lopetegui con il 4-2-4 denota o una perniciosa propensione all’abuso di sostanze alcoliche o una incoscienza che sfiora il sublime. Scartata l’ipotesi di un Ventura prossimo a bussare alla porta dell’Anonima Alcolisti, resta quella del Ventura ingenuo sognatore, convinto di poter scalare l’Everest a mani nude. A prescindere dalla scelta di un modulo folle, con il quale anche squadre più forti della nostra si sarebbero sfracellate contro i cinque stupor mundi del centrocampo spagnolo, quello che Ventura ancora non ha capito è che l’Italia- sempre per citare il Maestro Brera- è e sempre resterà, con grande scorno di sacchiani e zemaniani, una squadra “femmina”, che subisce le angherie e le prepotenze del bruto di turno con lo stiletto dietro le spalle pronto a colpire. In contropiede, naturalmente.
Ci aveva già provato l’Arrigo nazionale a tentar di cambiare mentalità all’Italia con le sue ripartenze e i suoi elastici e in tutta la sua gestione l’unica partita nella quale si sono si sono visti elastici e ripartenze è stata la semifinale di U.S.A. 94 contro la Bulgaria. Ma se non c’è riuscito il mago Sacchi a convertire il calcio italiano al credo offensivista, pur avendo a disposizione campioni come Baggio, Baresi e Maldini, ci potrebbe mai riuscire il povero Ventura con gli Immobile, gli Insigne e i Verratti? Non scherziamo,via.
E poi, diciamocelo, perché mai dovrebbe riuscirci? Al tifoso italiano, pure a quello che conciona al bar di calcio – champagne e altre amenità, sotto sotto la nazionale piace femmina. Primo, perché come ogni buon esemplare maschio di razza latina è innamorato delle donne (si celia, ovviamente); secondo, perché l’Italia (del calcio e non) non è mai stata e mai sarà (per fortuna) quella che sfonda le Maginot e spezza reni alla Grecia. L’Italia è Garibaldi all’assedio di Roma, gli studenti toscani a Curtatone e Montanara, le armate di Diaz sulla linea del Piave. L’Italia è tanto sangue e merda prima e tanta gloria (forse) dopo. E la gloria, quando arriva, è ancor più dolce perché conquistata dopo aver ballato a lungo sul bordo del baratro. Se i tricampeones del 1982 avessero preteso di giocare con due centrocampisti e quattro attaccanti contro il Brasile stellare di Falcao e Cerezo, non sarebbe bastato un Tir di pallottolieri per calcolare i gol dei verdeoro, Forse sarebbe allora il caso di prestare a Ventura qualche cassetta delle partite giocate dall’Italia tra il 1968 e il 1990, chissà che magari non si ravveda. E con lui tutti quelli che blaterano di “tempi che sono cambiati”. I tempi nel calcio sono sempre gli stessi: una palla che rotola e 22 tizi in mutande che le corrono dietro.

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