L’ ARCHIVIO DEL ROMPISCATOLE – dal blog di Francesco Caruso

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Questo articolo sui social e sul loro essere diventati la Suburra del confronto e del dibattito tra i cittadini  è stato pubblicato nel mese di giugno 2015. Umberto Eco e il suo tranciante giudizio  sul pessimo utilizzo di tali mezzi di comunicazione erano di là da venire. Tuttavia, l’inappellabile e provocatorio intervento e la recente scomparsa del suo autore a mio avviso  rendono lo scritto  nuovamente attuale e degno di riproposizione, tanto i social nel frattempo sono  pure peggiorati . Per non parlare della politica…

Vogliamo Barabba

Il cantante Jovanotti , invitato a parlare agli studenti universitari, esprime un’opinione sui giovani che lavorano gratis e scoppia il finimondo. Il magistrato Cantone, intervistato in proposito, esprime un’opinione sulla nota vicenda Bindi –De Luca e scoppia il finimondo. Gianni Morandi esprime su FB un’opinione sul problema delle migrazioni e scoppia il finimondo. Ormai si ha l’impressione che qualsiasi cosa dicano i personaggi pubblici, politici e non ,il ludibrio telematico e la gogna mediatica siano assicurati, complice il modo spesso subdolo con cui i giornalisti riportano le loro affermazioni. Premesso che chi scrive non condivide neppure la versione edulcorata delle idee di Jovanotti sul lavoro gratuito, è doveroso ricordare che il cantautore non ha propriamente tessuto l’elogio dello sfruttamento delle prestazioni d’opera altrui. Ha semplicemente ricordato come talvolta ai ragazzi da sempre capiti di offrirsi volontari per l’allestimento di sagre o altri eventi e di come ciò possa rappresentare per loro un importante bagaglio esperienziale. Solo questo. Identico ragionamento si potrebbe fare per Cantone, passato da un giorno all’altro dalle stelle dell’idolatria collettiva alle stalle dei commenti sprezzanti o indignati nella galassia dei social network. Cantone, fino a prova contraria, ha espresso giudizi di tipo giuridico, da tecnico qual è, auspicando-de iure condendo- una modifica della Severino che precluda lo svolgimento di incarichi istituzionali anche a chi si è reso responsabile di comportamenti, attualmente non considerati dalla legge, molto più gravi di un abuso d’ufficio. Tutto qui. Ancora più grave , se vogliamo , è infine l’aggressione becera, indecente, indegna di un Paese civile cui è sottoposto da settimane Gianni Morandi, reo agli occhi di migliaia di utenti di FB di aver paragonato i migranti che oggi approdano sulle nostre coste agli italiani che, nel secolo scorso, emigrarono in massa all’estero in cerca di lavoro e di migliori condizioni di vita. Personalmente non condivido tale parallelismo (gli italiani potevano mettere piede in Germania,Francia o Svizzera solo se muniti di un regolare contratto di lavoro, motivo per cui la clandestinità – al contrario di ciò che accade attualmente da noi – era un fenomeno sconosciuto o estremamente marginale), ma non mi sognerei mai per questo di insultare Morandi, di riempirgli la bacheca di villanie e epiteti irripetibili, di augurargli la morte o le peggiori sventure. Cosa stiamo diventando? O, peggio, cosa siamo sempre stati e non ce n’eravamo mai accorti?
Viviamo in un ‘epoca in cui le informazioni circolano a velocità supersonica. Per i bardi del web e di tutto ciò che interconnette e mette in rapporto persone, cose e continenti, questo è un fenomeno estremamente positivo, di cui dovremmo esser grati in modo imperituro a chi lo ha inventato . Ma come al solito, in queste analisi celebrative, leibniziane, da Dott. Pangloss e migliore dei mondi possibili, c’ è un rovescio della medaglia che si fa finta di non vedere. Questo rovescio si chiama talvolta superficialità, apprendimento parziale e giudizi tranciati con l’accetta a fronte di notizie veicolate a loro volta in maniera approssimativa o con titoli d’effetto; talaltra si chiama “sbobinamento incontrollato delle nevrosi”, un qualcosa che trasforma la Rete in un’immensa vasca di decantazione delle frustrazioni e delle insoddisfazioni personali. Basta andarsi a leggere i commenti che fioccano nelle versioni online dei maggiori quotidiani o dei blog più frequentati per rendersene conto. Un campionario rutilante e policromo di cinismi, volgarità , meschinità e cattiverie gratuite che fa venire la nostalgia delle lettere al direttore o della posta del cuore delle riviste femminili.
E’ in tali luoghi, celati dal comodo usbergo di una tastiera, che il popolo degli internauti si diverte ad esercitare il dileggio come forma anomala e distorcente di comunicazione. Il dileggio su tutto e tutti. Non c’è categoria professionale che vi sfugge, tutte sono ricettacolo di parassiti sovra-pagati o di incalliti evasori. Si è iniziato coi politici, si è proseguito con i pubblici dipendenti e ora l’ukase selvaggio dei cyber commentatori si accanisce indistintamente su ogni corpo sociale del Paese: professionisti, insegnanti, imprenditori, forze dell’ordine. Si salvano solo operai e disoccupati, ma soltanto perché, trovandosi in tempo di crisi nel sottoscala del grattacielo sociale, nessuno finora ha trovato il coraggio di parlarne male. Quando qualcuno lo troverà, state pur certi che non faticherà a trovare anche un buon numero di appassionati epigoni.
Così però si frantuma un Paese, così si mandano a ramengo decenni di sforzi per rendere coese le varietà – geografiche e di status – che lo compongono. Nessuno sembra darvi soverchia importanza, ma con questo imbarbarimento comunicativo, con questo messaggio che ridiventa mezzo nel senso più deteriore del termine, si corrono principalmente due rischi: il primo, quello di creare una pericolosa frattura tra le diverse componenti della società italiana. Se il professore è, a prescindere, un fannullone incompetente e il poliziotto, a prescindere,il feroce cane da guardia di un potere corrotto e corruttore, chi ci va di mezzo non sono gli esponenti di quelle categorie ma la convivenza civile nel suo complesso, lievito indispensabile di ogni democrazia degna di questo nome.
Il secondo rischio è quello di delegittimare non tanto i singoli politici, ma la politica nel suo complesso; la politica come strumento di composizione dei conflitti e di rappresentazione di istanze e bisogni. E’ il rischio che, dopo i guasti del ventennio berlusconiano, attualmente si divertono ad alimentare i Grillo, i Renzi e i Salvini.
Beppe Grillo questo deterioramento del dibattito politico, sotto la coltre della lotta al malaffare e agli sprechi, lo ha inaugurato e lo ha spudoratamente vellicato, con i suoi slogan ad effetto, con la studiata aggressività dei suoi “sermoni”, con lo sdoganamento dell’insulto e della sconcezza. E’ difficile credere che il comico genovese non si rendesse conto, nel momento in cui ha scoperchiato il vaso di Pandora delle insofferenze collettive, che così facendo il suo movimento avrebbe avuto un elettorato tenuto insieme più dal collante della rabbia che da quello della proposta, con le conseguenze che è facile immaginare sul livello della sua offerta politica .Perché in politica non basta vantare un buon ceto politico, servono anche i buoni elettori. Così come non basta vivere in eterno di antipolitica, specialmente se ci si presenta puntualmente alle elezioni smentendo , nei fatti, ciò che a chiacchiere si va sbandierando in ogni piazza: antipolitica e urna elettorale sono termini antipodici.
Renzi, a sua volta, ha fatto proprio un famoso concetto di Leonardo Sciascia (“il cretino di sinistra ha una spiccata tendenza verso tutto ciò che è difficile. Crede che la difficoltà sia profondità”), deformandolo, banalizzandolo, rendendolo indigesto pure a chi adora Sciascia e il pensiero sciasciano. Perché sarà pur vero che la sinistra italiana ha sempre avuto il difetto della complicazione affari semplici, ma da qui a inscatolare il messaggio politico in tweet e facezie da settimana enigmistica per poi venderlo un tanto al chilo su internet o in tv, ce ne corre. Anche nel caso di Renzi, dunque, si asseconda una moda popolare, si facilita un degrado della qualità del confronto politico per acquisire consenso a buon mercato e (nel suo caso) gestire indisturbati, da posizioni di potere, i mutamenti che l’attuale temperie socio-economica suggerisce o impone.
Salvini, infine, ha semplicemente tesaurizzato la lezione grillina , piegandola alle proprie esigenze. Ha preso due problemi reali e meritevoli di ben altro approccio – i massici flussi migratori che ci stanno investendo da qualche anno e l’insofferenza crescente verso le istituzioni europee e verso l’euro – e li ha trasformati in due autentiche “star” della televisione e di FB, due totem che si porta in processione senza sosta e tira fuori ad ogni occasione, come le ampolle sacre dei predicatori. Il tutto accompagnato da metaforici rutti e scoregge, ossia da un frasario tanto rozzo quanto efficace (pensiamo alle famigerate ruspe), capace di stimolare a dovere la pancia di un certo genere di elettore.
Il risultato finale di questa politica da taverna è un vuoto farneticare di soluzioni spicce e tabule rase, con le teste mozze del buon senso e della critica ragionata infilate sulla picca di un livore plebeo. “La rabbia degli schiavi ubriachi”, tanto temuta dal protagonista de La vergine delle rocce di D’Annunzio – l’ aristocratico decadente Claudio Cantelmo- oggi non è più la sacrosanta rivolta del Quarto Stato di Pellizza, bensì una ridicola secchia rapita, la fanfarona sommossa verbale di una moltitudine finto operaista e molto piccolo borghese di eroi da poltrona che baratta un giusto e meditato sdegno con i trenta denari di un facile vaffa digitato un secondo prima di andare a dormire, senza rendersi conto che così facendo salva sempre Barabba e manda sempre a morte Cristo.

Francesco Caruso

(articolo pubblicato il 4 giugno 2015)


Un tema sempre grande attualità in Italia e sicuro focolaio di polemiche incendiarie tra i cittadini e dentro le istituzioni è quello del pubblico impiego. Considerato da decenni la palla al piede della società e dell’economia nazionali, l’unica cura che la politica finora è riuscita a concepire per questo malato cronico è la cura da cavallo, ossia quella a base di licenziamenti facili, favorita in ciò dall’aperto sostegno della pubblica opinione (un fatto più unico che raro di sintonia tra piazza e palazzo) e dalle condotte riprovevoli di molti pubblici dipendenti (il riferimento è chiaramente ai cd. furbetti del badge). Perno centrale di ogni dibattito sull’argomento è stato, fin dai primi anni 90, il problema della cd. privatizzazione del rapporto di lavoro dei pubblici impiegati. Malgrado l’avvenuto varo di ben tre riforme in tal senso, infatti, per qualcuno di privatizzazione ce n’è sempre troppo poca all’interno degli uffici pubblici, ragion per cui i progetti di nuove riforme (o meglio: di riforme delle riforme) fioccano in continuazione sui tavoli del governo e del parlamento.
Nell’articolo che segue mi permetto tuttavia– da buon rompiscatole – di esprimere un’opinione in controtendenza rispetto alla vulgata predominante, essendo da sempre convinto, dal basso di trent’anni e oltre di servizio nella P.A., che il rimedio della privatizzazione si sia rivelato peggiore del male e che nella P.A. italiana più che il modello azienda si dovrebbe inseguire – con le debite cautele e garanzie- il modello caserma, a partire da un ripristino dei rapporti gerarchici intermedi tra le varie professionalità, smantellati nel 1980. Dunque più pubblico (e che pubblico), altro che privato.

La favola

Oltre vent’anni fa è stata raccontata una favola ai cittadini, che l’hanno ascoltata , l’hanno apprezzata e hanno atteso invaso che si traducesse in realtà. Quella favola non è mai diventata realtà e – anzi- negli ultimi tempi rischia di diventare un incubo per tutti coloro che sono chiamati a rapportarsi con la P.A. italiana. Quella favola si chiama “privatizzazione del rapporto di lavoro dei dipendenti delle pp.aa.” ed ha ancora un suono piacevole per la stragrande maggioranza degli italiani, perché evoca l’immagine di una P.A.snella, efficace, efficiente, tesa a fornire la migliore qualità dei servizi alla propria utenza. Come un’azienda privata. Meglio di un’azienda privata.
Purtroppo le cose non stanno così.
Viviamo in un’epoca in cui tutto ciò che odora di privato , grazie all’assordante battage pubblicitario messo in piedi fin dalla fine degli anni ottanta dalle sirene liberiste, sa di buono, di funzionante, di rapido , bene organizzato e produttivo. Anche questa- perdonateci l’ossimoro –è una falsa verità e basterebbe chiedere, per rendersene conto, a chi ha avuto qualche volta a che fare con le tante aziende che oggigiorno gestiscono servizi al cittadino. Eppure fu tanto forte, nei primi anni novanta, il richiamo di questo messaggio, che sembrò giusto a numerosi ed autorevoli giuslavoristi (molti dei quali in buonissima fede), spalleggiati dalle maggiori organizzazioni sindacali (che vedevano nel cambiamento la possibilità di aumentare considerevolmente il loro peso all’interno del settore pubblico), proporre la riforma al potere politico, che a sua volta la mandò in porto una prima volta nel 1993, per poi rivederla e correggerla nel 1998 e infine nel 2009.
Cos’è successo nel frattempo e cosa ha fatto in concreto naufragare – dati alla mano – l’adozione da parte degli uffici pubblici di mentalità e strumenti operativi tipici dell’imprenditoria privata? Sono tre, sostanzialmente, le ragioni della debacle: la natura stessa del lavoro pubblico italiano, le resistenze della politica e la scarsa propensione della dirigenza pubblica ad assumersi responsabilità manageriali. Il secondo e il terzo sono i motivi solitamente invocati da chi constata, amareggiato, il fallimento dell’operazione e non vuole ammettere – nemmeno a se stesso – che quello principale è il primo. Secondo tali autori (per tutti: Carlo D’Orta, L’organizzazione delle PA dal diritto pubblico al diritto privato: fallimento di una riforma), la politica separata dalla gestione è un esperimento sostanzialmente abortito fin dall’inizio, o quasi, per la pervicace refrattarietà del potere politico– soprattutto nelle regioni e negli ee.ll. -a rinunciare ad ingerirsi nella conduzione degli apparati amministrativi; la ritrosia della dirigenza, malgrado la legislazione speciale nel corso degli anni abbia progressivamente ampliato le sue prerogative nel governo degli enti pubblici, a farsi carico degli oneri tipici della parte datoriale privata avrebbe fatto il resto. Tutto ciò, sommato alla progressiva e inarrestabile fidelizzazione dei dirigenti (scelti dai politici non in base ai loro meriti e alle loro capacità ma unicamente in virtù di vincoli amicali, familistici o di partito) e al loro asservimento a colpi di retribuzioni e premi di risultato sfarzosi e slegati da qualsiasi seria verifica sull’effettivo raggiungimento degli obiettivi, avrebbe condotto al naufragio del “sogno” di equiparare le pp.aa. alle società private.
In tale ricostruzione, il primo motivo viene richiamato soltanto per riaffermarne l’inconsistenza, talvolta persino in spregio all’evidenza del contrario. Il perché di tanta ostinazione a non voler ammettere una volta per tutte che la pubblica amministrazione e i suoi operatori non possono essere assimilati – tranne che per taluni aspetti – al lavoro nel settore privato, sta nella paura di dover rinnegare un’intera stagione legislativa e interi volumi di ponderosi studi sull’argomento. Eppure proprio l’attuale versione del T.U. sul pubblico impiego contrattualizzato (D.Lgs. nr. 165 del 2001), quale uscita dalla “cura” Brunetta del 2009, è l’espressione più eclatante del sostanziale e silenzioso ritorno dell’organizzazione e della gestione del lavoro pubblico sotto l’egida del diritto amministrativo (ma mantenendo la formale “stola” privatistica, quale vuoto simulacro privo di contenuti): gli spazi della contrattazione collettiva e l’autonomia della stessa sono stati ridotti al lumicino; molta attività degli enti pubblici- territoriali e non- e dei ministeri, pur non essendo attività di diritto amministrativo, soggiace a obblighi motivazionali del tutto sconosciuti nel diritto comune, dove i motivi di un negozio giuridico sono in genere indifferenti all’ordinamento; continuano ad esercitarsi sugli atti della p.a. di organizzazione del lavoro e gestione del personale, nonché sulla stessa contrattazione collettiva, pervasivi controlli amministrativi e contabili (pensiamo a quelli della Corte dei conti) che fanno a pugni con la sbandierata natura privatistica degli stessi e con l’autonomia di cui dovrebbero godere ai sensi dell’ art. 1322 c.c.
La sostanziale marcia indietro del legislatore nazionale rispetto ad un indirizzo quasi ventennale è stata per caso l’effetto di una resa incondizionata alla burocrazia ed alla sua convinzione di essere figlia di un dio maggiore (e per ciò tale destinataria di immunità e privilegi sconosciuti ai comuni mortali)? Gli irriducibili “giapponesi” della privatizzazione del pubblico impiego e i fan scatenati del New Public Management risponderebbero di sì. Noi umilmente ci permettiamo invece di segnalare, per provare a trovare la risposta giusta, un libriccino di 139 articoli pubblicato nel 1948 e che va sotto il nome di Costituzione della Repubblica italiana. Questo libriccino, negli articoli che vi dedica, configura il servizio alle dipendenze della p.a. come finalizzato alla cura e al perseguimento dell’interesse pubblico, ossia di un interesse sovente conflittuale con quello dei singoli. E l’interesse pubblico, per quante acrobazie giuridiche la fantasia di studiosi e parlamenti possa inventarsi, in Italia si persegue meglio con gli strumenti forniti dal diritto amministrativo che con quelli del diritto civile, che è un diritto nato per tutt’altre esigenze e in special modo – con riferimento alla contrattualistica – per le esigenze di profitto del mercato. Voler a tutti i costi far indossare al secondo gli abiti del primo è solo un modo per favorire , all’interno della p.a., abusi, lentezze e storture, in palese contrasto, peraltro, proprio con i dichiarati scopi della contrattualizzazione.
In un tale contesto, il pericolo maggiore, una volta riportati di fatto organizzazione e gestione delle pp.aa. dentro la roccaforte della legislazione pubblicistica, è che restino effettivamente regolati (anzi , de-regolati) da norme privatistiche, e nel senso più deteriore del termine, soltanto i rapporti di lavoro singolarmente considerati, rendendoli volatili e soggetti agli umori e alle convenienze della dirigenza o della politica. L’estensione del jobs act ai dipendenti delle pp.aa. (tra l’altro ineccepibile, purtroppo, alla luce della legislazione vigente: v. art. 2 del D.Lgs. nr. 165 del 2001) risponde a questa logica, alla logica, cioè, della precarizzazione indiscriminata di tutti i lavoratori del pubblico impiego.
Posto che qui nessuno si sogna di difendere nullafacenti e incapaci, contro i quali peraltro la riforma del 2009 ha approntato un dettagliato pacchetto di misure di contrasto che aspetta solo di essere applicato, il rischio, allora, è di avere nell’immediato futuro un pubblico dipendente chiamato a rispondere del proprio operato non alla collettività e alle leggi ma ai desiderata di colui che ne tiene in mano i destini, potendo egli essere licenziato a prescindere da condotte colpevoli o precise responsabilità disciplinari. E’ il meccanismo perverso già visto all’opera con lo spoyl system selvaggio dell’alta dirigenza e che adesso si vorrebbe veder esteso perfino agli uscieri.
Di questo scempio, come abbiamo già accennato, ne pagheranno le conseguenze in primis i cittadini italiani, costretti a relazionarsi con una p.a. molto poco parziale e molto poco trasparente, serva del potere e degli interessi particolari anziché di coloro che essa dovrebbe rappresentare e che la finanziano con le proprie imposte. L’esatto contrario di ciò che afferma la nostra Costituzione.
Per sventare questo disegno , per prima cosa si dovrebbero riportare i rapporti di lavoro dei dipendenti pubblici nell’alveo della legge quadro nr. 93 del 1983, una cornice normativa che, attraverso gli accordi preliminari tra sindacati e parte pubblica, coniugava in modo equilibrato la necessità di dar voce, nelle politiche del personale, alle istanze e ai bisogni dei lavoratori con la cura dell’interesse collettivo, affidata al successivo provvedimento amministrativo di recepimento. Nessun comodo usbergo, dunque, per chi non compie il proprio dovere, ma soltanto garanzie di imparzialità per chi quotidianamente entra in contatto con i pubblici uffici e ha diritto di trovarli ogni giorno veramente pubblici.

Francesco Caruso

(articolo pubblicato il 24 marzo 2015)


L’articolo che segue è del maggio 2015 e nel suo genere è un po’ come l’ ultimo dei Mohicani. Il sottoscritto, infatti, da qualche tempo è in rotta di collisione con la politica italiana, locale o nazionale che sia, e ha conseguentemente deciso di non dedicarvi più neppure un rigo, dopo i fiumi di inchiostro elettronico spesi negli scorsi anni. Perché? Perché è inutile e forse anche controproducente. Inutile perché ormai non incide neppur minimamente (ovviamente mi riferisco allo scrivere di politica in generale, non alla miseria dei miei scritti) sugli orientamenti della pubblica opinione. Lo scandalismo dilagante nella carta stampata e nelle televisioni ha finito per agire sui mali che vorrebbe (apparentemente) curare come il vaccino sui batteri, ossia neutralizzandoli: la gente legge dell’ennesimo deputato o dell’ennesimo alto burocrate indagato per l’ennesima, presunta porcheria politico-amministrativa con lo stesso disincanto e la stessa indifferenza con cui legge le previsioni del tempo. Si chiama rigetto da assuefazione e qualche volta pure da assoluzione, vista la quantità sempre più consistente di indagini eccellenti che si chiudono con decreti di archiviazione e sentenze di assoluzione o di non doversi procedere, dopo titoli reboanti sparati in prima pagina per settimane e strali mediatici da incenerire una colonia di elefanti africani.
Ma scrivere di politica oggigiorno può essere anche controproducente, perché contribuisce ad alimentare quel diffuso sentimento di straniamento, di “cronache marziane”, che domina tra i cittadini italiani, molti dei quali al solo sentir la parola “politica” corrono in farmacia a comprare la pomata contro l’orticaria. Ed essere complici, seppur involontari, del distacco dei consociati dalla politica, in una democrazia – quantunque sommamente imperfetta  come la nostra -non è mai cosa di cui si possa menar vanto.
E’ giusto, è sbagliato? Non lo so, so soltanto che per ora, nell’ultimo scorcio dell’anno domini 2016, il sottoscritto sente di non aver proprio nulla da dire e meno che mai da scrivere sulla politica italiana, ragion per cui ha deciso di mettere il Frine dei poveri nella teca dei pezzi rari, ultimo esemplare di quella stirpe altera e stracciona che fu la politica secondo Francesco, offrendone al contempo copia ai lettori di NebroIdee, che si spera gradiscano.

Il Frine dei poveri

Certe volte ricorda Frine, l’etera greca che si salvò da una condanna esponendo il seno nudo davanti agli occhi dei suoi accusatori. Matteo Renzi ne è una versione maschile sicuramente meno affascinante ma ugualmente furba: ogni qualvolta viene messo sotto accusa per le sue spregiudicate “riforme” , prova a cavarsela cacciando fuori il “seno”, ovvero la patente di premier-schiacciasassi che si è appiccicato addosso e che la UE ha provveduto subitamente a bollinare con il proprio marchio di qualità, garanzia per i mercati e per la finanza internazionale di docile accondiscendenza verso le politiche economiche rigoriste di Bruxelles. Tutto il contrario dei monelli Varoufakis e Tsipras, due incorreggibili discoli perennemente e inutilmente spediti dietro la lavagna con addosso le orecchie d’asino.
Lui ovviamente – il nostro caro Matteo Caterpillar – questa etichetta di servo sciocco degli odiati mandarini comunitari non accetterà mai di indossarla, perché sarebbe come ammettere di non essere altro che un Monti più giovane, ossia la versione 3.0 di uno dei più detestati primi ministri della storia repubblicana. No, lui è “altro”, è la novità assoluta del panorama politico nazionale e forse pure europeo, è la modernità che scardina il tarlato portone di legno della sinistra italiana e dilaga nel palazzo delle cariatidi, spalancando finestre, spolverando tappeti, arieggiando le stanze. Lui è odore di fresco e di pulito. La lavanda al potere.
Odore di fresco: insomma. Malgrado le pose giovanilistiche e l’uso massivo di twitter, un certo olezzo di democrazia cristiana innegabilmente si sente dalle parti del renzismo. Certo non è la Dc dei dinosauri della prima repubblica e neppure quella riveduta e corretta di Monsignor Mastella da Ceppaloni, ma è innegabile che ci sia una irresistibile voglia di centro dietro i pensieri, le parole , le opere e le omissioni dell’attuale capo del governo. Ed è un centro, si badi bene, più vicino al movimento scoutistico parrocchiale che al classico liberalismo crociano o giolittiano.
Odore di pulito: qua non ci siamo proprio. A parte le confuse vicende paterne, mai chiarite completamente, l’azione politica di Matteo Renzi finora si è distinta per la totale indifferenza ai profili personali di collaboratori e alleati. Ne sono prova evidente le liste presentate dal PD per le elezioni in Campania, traboccanti di cosiddetti impresentabili nell’assoluto disinteresse della segreteria nazionale.
La verità è che il progetto renziano se ne impipa bellamente della questione morale. A Renzi importa raggiungere i suoi obiettivi senza guardar tanto per il sottile. Ieraticamente convinto di essere investito di una missione divina, per ottenere i risultati sperati deve agire in fretta (il suo famoso decisionismo, al cospetto del quale Craxi pare il Sor Tentenna) e senza badare più di tanto al pedigree dei compagni di cordata. Assomiglia un po’ , in questo, allo stile adottato da Enrico Mattei nel reclutare i suoi collaboratori, quando, chiamato alla guida dell’Eni, non esitò ad arruolare in squadra ingegneri compromessi col regime fascista, purché competenti. La differenza col grande tecnico della ricostruzione però sta proprio in questo: Mattei , ex partigiano, reclutava anche ex fascisti qualora “capaci e meritevoli”; nelle selezioni e negli arruolamenti renziani più che i trascorsi politici pare conti , invece, il casellario giudiziale dei neofiti: non dev’essere totalmente intonso. D’altronde per Renzi l’etica è il vecchio, così come sono il vecchio i sindacati, l’articolo 18, la scuola pubblica, il Parlamento. E’ tutto vecchio per lui: la moglie ha il terrore, quando torna a casa la sera, che emetta una fatwa tombale sul divano comprato due mesi prima o sulla lavatrice ancora in garanzia.
A parte tuttavia certe figure barbine che sta collezionando per colpa del twitterismo compulsivo di cui è gravemente affetto (ex multis : l’acquisizione di Indesit da parte dell’americana Whirpool, un grande evento da duemila licenziamenti), i sondaggi paiono dargli ragione: all’elettore moderato, orbato da poco del berlusconismo, Renzi piace. Anche tanto. Per il leader del più grande partito della sinistra italiana è indubbiamente un risultato sensazionale: meglio di così, neppure Frine. E senza manco bisogno di farsi installare le tette.

Francesco Caruso

(articolo del 21-05-2015)


Come ho ammesso implicitamente nell’introduzione all’articolo “Il Frine dei poveri”, prima di appendere la penna al chiodo per quel che concerne la politica interna, di politica interna ho scritto (male, per carità) tanto e per anni, all’inizio per affermare la mia astrale distanza da Silvio Berlusconi e dalla sua idea di Paese, poi per prendere le distanze, dopo un’iniziale atteggiamento di ascolto, anche da quel revival della DC in salsa tecnologica messo in atto da Renzi e dai renziani dal 2013 in poi. Con l’avvertenza, tuttavia, che di Renzi e renziani ho scritto, prima dello stop autoimpostomi, volutamente molto poco, non perché lo spumeggiante e straripante politico fiorentino non meritasse da me l’attenzione che altri gli riservano ossessivamente, ma semplicemente perché ritenevo e continuo a ritenere che dalla definitiva caduta di Berlusconi in poi la plancia di comando della nave Italia si trovi a Bruxelles e Berlino, non più a Roma.
Tuttavia, anche a volerla considerare una marionetta mossa da fili altrui, l’attuale classe politica italiana di governo non può assolversi dalle responsabilità per le scelte che compie, anche se sono scelte telecomandate. Una di queste, forse la più grave – ad avviso di chi scrive – per il presente e il futuro dei diritti dei lavoratori (quid quia ne dicano gli apologeti del renzismo), è stato quel provvedimento che si scrive job-act ma che si legge “demolizione dello Statuto dei lavoratori”. Al varo del quale (febbraio 2015) anch’io decisi che non si poteva tacere.

Gesuiti euclidei

“Gesuiti euclidei, vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori, della dinastia dei Ming.” Franco Battiato, Centro di gravità permanente.

L’approvazione dei decreti attuativi del job act, salutata (giustamente, dal suo punto di vista) in pompa magna da Matteo Renzi, e dal suo entourage, rappresenta un punto di snodo fondamentale di un disegno neocon dominante in Europa da decenni ma che da noi in Italia Silvio Berlusconi, fino a poco tempo fa naturale referente delle politiche di centro-destra, mai si sarebbe potuto sognare di realizzare.
“Figlia della troika” ha oggi definito la politica renziana Stefano Fassina, figlio a sua volta di quella corrente di sinistra del PD spiazzata dall’arrembaggio renziano alla tolda di una nave che fu (anche) di Togliatti e Berlinguer, dalla rapidità della conquista e ancor più dalla protervia con cui il conquistatore rimanda sprezzante al mittente ogni tentativo di mediazione e dialogo con le componenti minoritarie del partito. Un’orda unna che tutto travolge, aspettando un novello Ennio e dei Campi Catalaunici che al momento non si vedono all’orizzonte.
Nel frattempo, annichiliti dai devastanti colpi di mano dell’enfant prodige di Firenze, scioccati dalla convinta adesione al verbo renziano di personaggi fino a poco tempo fa molto più a sinistra di loro e sconcertati dall’alterigia e dal disprezzo con cui il renzismo tratta sindacati e settori importanti della società civile, i vari Fassina, Cuperlo , Civati e co. vagolano da una dichiarazione all’altra, passando dallo sdegno al possibilismo, dalle minacce alle blandizie e prospettando al mattino scissioni che puntualmente rientrano prima del tramonto.
Tutto inutile, tutto velleitario: la manovra a tenaglia del renzismo ha un padre e una madre al di fuori dei confini nazionali che si chiamano Unione europea e mercantilismo, e la potenza di fuoco di questi genitori putativi dell’effervescente bardo del liberismo in salsa tricolore è tale che nessuno oggi sarebbe in grado di contrastarla. Si è visto di recente con Syriza: partita lancia in resta per affondare l’Invicibile Armada delle istituzioni comunitarie e del rigorismo teutonico, ha riportato in patria quella che- al di là dei toni trionfalistici di facciata- è di fatto una sconfitta, un rientro precipitoso nei ranghi.
Ma la “revuelta” greca è stata in fondo soltanto una parentesi fastidiosa per il Consiglio d’amministrazione di Europa s.p.a.. Ai suoi azionisti di riferimento e ai suoi amministratori delegati interessava e interessa molto più lo smantellamento in Italia (nazione che , rispetto alla Grecia, nella loro visione geopolitica riveste un ‘importanza decisamente maggiore) di un bastione delle conquiste sindacali del secolo scorso come l’art. 18, una vera spina nel fianco per la definitiva restaurazione dello Stato liberale ottocentesco. L’obiettivo finale è chiaramente quello: riportare indietro di duecento anni l’orologio della Storia, sia nei rapporti sociali che in quelli economici. La parola magica (che però si guardano bene dall’evocare perché odora troppo di naftalina e lor signori ci tengono alla patina di modernismo farlocco con cui si aspergono ogni giorno) si chiama infatti Stato minimo: uno Stato che si occupa soltanto di difesa esterna, ordine pubblico interno e politica monetaria. Dei tre capisaldi di questa versione riveduta e corretta della forma statuale vagheggiata dal liberalismo europeo del XIX secolo il terzo, l’unione monetaria e quella delle banche centrali, è stato realizzato con la nascita prima della Bce e , successivamente, dell’euro. Ma pure la difesa “europea” e l’ordine pubblico “europeo” sono ormai dietro l’angolo: pare infatti che finalmente (per chi queste novità le auspica) qualcosa si muova, complice anche la crisi ucraina. Si fa più penetrante,dunque, l’afrore di Grande Fratello effuso dai palazzi di Bruxelles e Francoforte, con gli animali tutti uguali e i maiali più uguali degli altri. L’unico profilo che differenzia la giaculatoria liberista contemporanea dalla sua antenata in crinoline è l’insofferenza verso le entità nazionali e il favor per quelle sovranazionali. L’esatto contrario, quindi, di ciò che avvenne nell’ottocento, quando proprio le dottrine liberali contribuirono in modo determinante all’affermazione definitiva degli Stati nazionali e al crollo di secolari imperi multietnici come quello asburgico e quello ottomano.
E tutto il resto? Tutto il resto è mercato, ossia iniziativa privata lanciata a briglia sciolta, finanza speculativa, filibusteria libera e bella del moderno capitanato d’industria, a cui contrapporre una tutela dei lavoratori, dei consumatori e degli utenti dispersa nelle steppe caucasiche.
E’ un processo involutivo partito da lontano, dalla caduta del muro di Berlino e dalla prima, timida (se paragonata alla odierna), deregulation, ma che solo ora giunge a compimento. Nel nostro Paese, per limitare il campo d’indagine, uno dei passaggi centrali di questo progetto eversivo è stata, oltre alle pesanti limitazioni di sovranità a cui ci siamo assoggettati nel corso degli ultimi vent’anni , la privatizzazione e liberalizzazione dei servizi pubblici , seguita a ruota da quella del pubblico impiego. Due cd. riforme che, con il pretesto della concorrenza , dell’efficienza e dei risparmi di spesa, han fatto strame del diritto amministrativo italiano: l’una abbattendo controlli, vincoli e guarentigie, con continui e proditorii assalti alla diligenza del pubblico interesse; l’altra con martellanti campagne mediatiche denigratorie nei confronti di chi opera al servizio dello Stato e con interventi normativi tesi a precarizzare la categoria (ricordiamo le recenti e veementi prese di posizione di giuslavoristi a libro paga del liberismo come Ichino), sterilizzandola ed esponendola al ricatto occupazionale .
Una strategia predatoria raffinata e micidiale, dunque, che necessariamente, in un Paese come l’Italia dove la sinistra e il sindacato hanno un passato recente di conquiste e di forte condizionamento delle scelte della politica, non poteva che essere affidata, nelle sue fasi finali, ad un gesuita euclideo , ossia ad un uomo di destra che assumesse la guida di un partito di centro-sinistra, introducendosi- travisato- alla “corte degli imperatori”.

Francesco Caruso

(articolo del 20-02-2015)


Secondo e ultimo articolo su Renzi, di qualche mese più vecchio del  già pubblicato Frine dei poveri (qui siamo nel dicembre 2014). Renzi è già Renzi, nel bene e nel male, e l’articolo si limita a prenderne atto, elencando i motivi per cui, a giudizio del suo autore, l’operazione Renzi è una operazione fondamentalmente reazionaria, di destra borghese, coperta da una sottile glassa di sinistra. 

Equivoci amici

… uno fa calzoni, dai risvolti umani …” Lucio Battisti, Equivoci amici (album Don Giovanni,1986).

Lui si rivolge al popolo e naturalmente al popolo di sinistra visto che noi abbiamo aderito per sua iniziativa e come era giusto avvenisse al Partito socialista europeo. Dunque siamo socialisti. Dalle riforme fin qui annunciate (ma pochissimo eseguite) di socialismo non pare ci sia granché. Tant’è che mentre i sindacati battono i piedi e pensano al peggio il presidente della Confindustria è felice della situazione e non è il solo, ce ne sono molti altri come lui altrettanto felici.” Eugenio Scalfari, da La Repubblica del 5 ottobre 2014.

Come il suo antesignano duca di Camastra, impegnato nella ricostruzione dei territori della Sicilia orientale devastati dal terremoto del 1683, così Matteo Renzi prosegue con piglio da caterpillar nell’opera indefessa di demolizione di impalcature fatiscenti (la forma partito), nobili ruderi (la minoranza progressista del PD) e simboli ammuffiti (l’art. 18). Implacabile e spietato, pianifica le sue pulizie etniche e seppellisce i cadaveri che lascia copiosi sul suo trionfale cammino irridendo beffardo scettici, critici e lirici, ossia coloro che invocano il rispetto delle Sacre Scritture del verbo progressista.
Ma Matteo Renzi da Firenze, si sa, non ha tempo da perdere con i bi e con i ba. Ha capito prima di altri che l’elettorato di sinistra è da tempo stufo di discorsi arzigogolati, di nebbie agli irti colli, di benaltrismi in saldo prendi tre paghi due e di interminabili discussioni sul sesso degli angeli.
E pensare che tra il popolo progressista erano molto amati, in passato, i “dibattiti” stile “corazzata Potemkin”, tanto che la voce dissenziente di Moretti nel film Ecce Bombo è rimasta per lungo tempo una vox clamans in deserto. Cos’è successo nel frattempo? E’ esondato il fiume della crisi e ha trascinato con sé, insieme alle vite e ai risparmi degli italiani, pure la loro disponibilità, la loro fiducia nel primato della politica, la convinzione che il sistema avrebbe trovato da solo i propri anticorpi riuscendo a curare le parti incancrenite.
Siamo diventati, in definitiva, più poveri e più cattivi negli ultimi sei anni e i poveri incattiviti notoriamente non hanno molta pazienza. La voglia di tabula rasa in questi frangenti cresce parallelamente a quella di “uomini del destino”, di personaggi carismatici e dai modi spicci capaci di recidere i nodi gordiani senza troppe esitazioni. E’ questa una tradizione tutta italiana che ciclicamente si ripete: alla fine della prima guerra mondiale con Mussolini, dopo il rapimento Moro con Craxi, dopo Tangentopoli con Berlusconi, dopo la crisi dei mutui subprime con Renzi. Al culmine di ogni periodo turbolento della storia nazionale o internazionale, tra l’elettorato italiano comincia a serpeggiare la voglia di soluzioni drastiche e asserti ultimativi.
La novità di Renzi dunque non sta tanto nel parlar chiaro e nel proporre ricette semplici, perché già altri prima di lui hanno intrapreso la stessa strada; la novità di Renzi sta nel dichiararsi di sinistra e perseguire al contempo una strategia comunicativa che da noi è sempre stata appannaggio della destra. La sinistra in Italia ha sempre dato infatti l’impressione di essere innamorata più dei problemi che della loro soluzione: il primo blandito, coccolato, vellicato e messo dentro una teca; la seconda puntualmente celata sotto una morbida coltre di costrutti, perifrasi e citazioni. Neppure Craxi, decisionista come l’ex sindaco e responsabile dello slittamento a destra del PSI negli anni ottanta, aveva rinnegato l’abitudine tipica del progressismo italiano a indulgere nelle analisi complesse e nel vedere sempre le questioni sotto forma di poliedri dalle molteplici sfaccettature.
In più, Renzi è consapevole che ciò che dice, oltre al modo in cui lo dice, piace anche a destra. Il che è il mix vincente per zittire gli avversari e accodare i dubbiosi al carro del vincitore, la pietra filosofale che garantisce plebisciti bulgari se si tornasse a breve a votare.
Ma davvero agli italiani gradiscono esser governati da qualcuno che fa una cosa di sinistra (gli ottanta euro, il tetto agli stipendi d’oro della dirigenza pubblica ecc.) e ne annuncia cinquanta di destra? Parrebbe di sì: l’elettore di sinistra è stanco di perdere e ha voglia di vittorie a tutti i costi; l’elettore di destra a sua volta è stanco del berlusconismo e pensa di aver trovato in Renzi l’evoluzione della specie: un Silvio più giovane, tutto casa e famiglia (al contrario dell’originale), senza apparenti conflitti di interesse, senza pendenze con la giustizia, che però si fa carico di riproporre al malato Italia, in salsa “watsapp”, i medesimi rimedi del predecessore.
Parecchi commentatori in questi mesi si sono affannati a spiegare il fenomeno Renzi dandone svariate interpretazioni, dalla più grossolana (Renzi che resuscita la Dc) alla più ardita (Renzi emissario della Troika, del Bildelberg ecc.). Chi scrive personalmente invece ritiene che con Renzi siamo di fronte ad un qualcosa di estremamente nuovo e diverso: la nascita di una nuova classe dirigente, di nuovi poteri forti il cui obiettivo principale non è tanto fare a pezzi quel poco che resta di welfare State quanto far cadere dal piedistallo i vecchi poteri forti, quell’inossidabile mandarinato che guida gli affari italiani da almeno un cinquantennio.
Il primo ad aver intuito che forse dietro Renzi c’è il progetto “eversivo” di un gruppo di giovani turchi delle nuove leve economico-finanziarie è stato il Corriere della Sera, passato dall’ oggi al domani dagli elogi all’ articolo di fuoco di De Bortoli, una dichiarazione di guerra in piena regola. Il secondo è stato Della Valle, che di recente in tv ha sparato ad alzo zero la propria artiglieria contro l’ex amico dopo averlo sostenuto per mesi. Il terzo è stato Eugenio Scalfari, anch’egli traghettato, con gli ultimi fondi apparsi su Repubblica, sulla sponda degli avversari dell’attuale premier. Tutti e tre hanno giustificato il cambio di passo e di atteggiamento con la disapprovazione verso la presunta “annuncite” di Renzi, ma resta il forte dubbio che dietro un mutamento d’umori così repentino ci sia ben altro.
Che sia così o meno, però, la carta d’identità del renzismo non cambia: è una opzione politica moderata, “di destra” o al massimo “bustrofedica”. Prova ne sia che Confindustria plaude e la CGIL pesta i piedi , come ha rilevato, con la consueta sagacia, quella penna di lungo corso del nostro giornalismo che è il fondatore di Repubblica.

Francesco Caruso

(articolo del 29-12-2014)


Questo articolo, apparso nel luglio dello scorso anno, fa parte di un gruppo di tre articoli dedicati alla sinistra. O meglio, ai passi claudicanti della sinistra, a quelle zoppie, cioè, che ne complicano il cammino e rendono più faticoso il raggiungimento delle mete naturali: il miglioramento pacifico e democratico della società, la giustizia sociale, la lotta allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
La prima zoppia è la claudicanza da sinistra impossibile, da sinistra che ormai non riesce più a affermare i propri valori, ingabbiata com’è dentro quella tela di ragno d’acciaio e amianto – dunque praticamente indistruttibile – imposta dalle politiche neoliberiste predominanti in Europa da almeno tre decenni. Politiche che non solo sono riuscite ad addomesticare i partiti storici della sinistra socialdemocratica, oggi irriconoscibili nel loro voler perseguire – di fatto – i medesimi obiettivi del liberismo (da cui si differenziano unicamente per un approccio più ipocrita nella sistematica demolizione del welfare continentale), ma che riescono con facilità, ricorrendo al ricatto economico, a tarpare ali e unghie anche alla sinistra cd. radicale, quella apparentemente intransigente e ardua da domare. Emblematica, al riguardo, la vicenda ai limiti del grottesco di Alexis Tsipras e di Syriza , che nell’estate del 2015 ha appassionato e  diviso la pubblica opinione europea.

Tsipras, la sinistra impossibile e le chiavi della cassa

La sintesi perfetta della tragicommedia greca andata in onda nei giorni scorsi l’ha fatta Eugenio Scalfari in una intervista all’Huffington Post: “A poker con la Germania non puoi giocare, perché la Germania non ti consente il bluff, va a vedere ogni puntata; tu puoi rilanciare, e quella rilancia ancora di più.” Tuttavia ridurre l’enormità di ciò che è accaduto nell’Eurogruppo del 13 luglio scorso alla dabbenaggine di un maldestro biscazziere pare riduttivo ai molti che ancora scommettono sulla statura politica del premier ellenico, ragion per cui da giorni è tutto un intenso fiorire di tesi e analisi sia sui social che sugli organi di informazione. C’è chi addirittura è arrivato a ipotizzare stringenti pressioni americane su Tsipras tese ad evitare che la Grecia, uscendo dall’euro, si gettasse nelle braccia di Putin. Teoria tanto affascinante quanto indimostrabile, a meno che il concusso di turno- ossia il primo ministro greco – non si decida ad ammetterlo pubblicamente. Cosa la cui verificazione pare piuttosto difficile da realizzarsi. Salutando le scie chimiche e rientrando sulla Terra, chi scrive è dell’opinione che Tsipras molto più semplicemente abbia sottovalutato i suoi avversari. Meglio ancora: abbia sottovalutato gli avversari e sopravvalutato i possibili aiuti che gli amici dell’ultima ora (Russia e Cina) erano disposti (a chiacchiere) a fornirgli. Da qui una catena ininterrotta di errori di valutazione: quando rifiuti un accordo che – alla luce dei successivi eventi – era il Paradiso di Milton, indici un referendum, stravinci il referendum, elabori un piano alternativo più rigoroso di quello rifiutato, lo presenti e i tuoi interlocutori ti ridono in faccia o quasi e ti rispondono che se ti va bene si prendono pure le mutande dei greci e se non ti va bene là c’è la porta, una qualche riflessione sulla tua sagacia forse sarebbe il caso di farla. Viceversa Alexis Tsipras, con una sconcertante disinvoltura e mostrando una abilità scenica da far invidia ad Arturo Brachetti, si è limitato soltanto a mettersi finalmente una (ideale) cravatta, ossia ad assumere pose e toni da classico politico socialdemocratico europeo, di quel socialismo democratico sollo e dolorosamente (per i popoli) subalterno nei confronti dello strapotere neo-liberista di cui francamente abbiamo da tempo piene le scatole e che è ben compendiato nella vita e nelle opere di Martin Schultz , ma che nei documenti ufficiali viene definito “responsabile” e “realistico”. E dunque anche per lui, per il Masaniello pentito e rientrato nelle grazie del vicerè, è arrivato il momento del cilicio, del “non è un buon accordo, ma non avevamo scelta”, de “l’alternativa era la catastrofe” (ma come, per mesi hai detto che non saresti arretrato di un millimetro e ora ingoi persino il possibile ri-licenziamento di migliaia di lavoratori pubblici?). L’unico successo, se così si può chiamare, che può sbandierare e che in effetti sbandiera in ogni occasione è l’aver evitato tagli a pensioni e stipendi. Dimenticando, però, che tagliare in Grecia stipendi e pensioni più di quanto siano stati già tagliati sarebbe stata ribalderia che forse avrebbe ripugnato persino a Schaeuble. A tutto ciò aggiungiamo quello che poteva fare e che decenza – prima ancora della trojka- avrebbe voluto facesse e non ha fatto: la lotta ad un fenomeno criminale che in Grecia da sempre raggiunge livelli intollerabili come l’ evasione fiscale, la fine del regime fiscale di favore per gli armatori, l’abolizione delle baby pensioni (anche se in quest’ultimo caso pare piuttosto strano che non vi abbiano già provveduto i governi precedenti, così proni verso la trojka).
La sommatoria di velleità non traducibili in azioni concrete – perché alla dracma , prima ancora che Tsipras, non ci vogliono tornare i cittadini greci – di ottusa rigidità luterana della Germania (rimasta ancora, nel suo atteggiamento verso i Paesi dell’Europa mediterranea, al viaggio a Roma di fra’Martino nel 1511 e alla pessima impressione che ne riportò) e di irritante inconsistenza delle altre nazioni europee (in primis la Francia, ex rivale storica della Germania, addirittura perché ancora scioccata da Sedan, a sentire lo storico dell’economia Giulio Sapelli) hanno condotto ad un risultato che è la morte dell’Unione Europea, perlomeno di quel concetto ragionieristico di Unione Europea figlio di Maastricht e Lisbona e che tanti lutti ha addotto non solo agli achei.
I liberisti e gli europeisti convinti, dopo l’accordo-capestro raggiunto lunedì scorso, hanno invece intonato i peana della vittoria, affrettandosi a seppellire i cadaveri dei nemici e ammonendo gli euroscettici irriducibili sulle nefaste conseguenze che ne potrebbero derivare per loro se continueranno a propalare certe perniciose opinioni. Al contrario, se c’è qualcosa di cui Tsipras può andare veramente fiero (e magari in futuro scopriremo che era stato fin dall’inizio il suo vero obiettivo) è di aver smascherato la vera natura aridamente contabile della Ue, la quale, tolti lustrini e paillettes e spediti in soffitta i manifesti di Ventotene, oggi altro non sembra che una scorbutica locandiera di campagna, di quelle obese e col grembiule macchiato ma che non ti tolgono nemmeno un centesimo dal conto. Dopo lunedì, insomma, passerà parecchio tempo prima che qualcuno si azzardi a proporre – come continua insulsamente a predicare da noi l’ala renziana del PD, alla quale qualcuno dovrebbe spiegare correttamente la trama del film che credono di aver visto- più Europa e maggiori cessioni di sovranità da parte degli Stati dell’Unione. Perché se star dentro le padelle è brutto, saltar dentro la brace lo è ancor di più.
Tornando a Tsipras e concludendo, la lezione principale che dovrebbe aver ricavato da tutta questa vicenda, a parte ogni altra considerazione, non è la santità del rigore e la necessità di deificarlo in ogni momento della giornata, come piacerebbe ai fan della Ue a trazione teutonica, ma, più banalmente, l’assoluta inutilità di citare ai tedeschi i filosofi antichi: se infatti la Grecia è la patria della filosofia antica, la Germania lo è di quella moderna e contemporanea. La differenza è che in Grecia andava di moda l’atarassia e in Germania l’imperativo categorico.

 Francesco Caruso

(articolo del 17 luglio 2015)


Seconda parte del viaggio negli inciampi della sinistra dovuti a deambulazione difettosa. L’ideale cannocchiale del Jack Aubrey di Master e Commander stavolta lo puntiamo su un difetto che è figlio della sinistra impossibile di cui al precedente articolo. In soldoni: se fare la sinistra è diventato impossibile perché il nemico (il liberismo) è troppo forte e ce lo impedisce, facciamo finta che per dirsi di sinistra bastino un paio di altre cose sulle quali il nemico sicuramente non avrà nulla da obiettare. Anzi. E’ così che nasce la sinistra minima, quella che fa la socialista mandando in soffitta i ritratti di Marx e Proudhon per sostituirli con Madre Teresa e Jeremy Bentham.

La sinistra minima

Il trucco è semplice, un vero uovo di Colombo: si riduce il programma ideale di un partito storico della sinistra a pochi obiettivi, di grande impatto emotivo ma tali da non rischiare di far impantanare la forza politica in questione nelle sabbie mobili di battaglie reputate di retroguardia. Questi obiettivi inoffensivi la socialdemocrazia annacquata a cui siamo abituati in Europa da Blair in poi li ha individuati da tempo nella regolazione giuridica delle convivenze, nell’immigrazione , nell’ambiente e nella lotta all’omofobia. Oggi basta dirsi favorevole al matrimonio gay, all’accoglienza incondizionata e alla riduzione dei gas serra per ottenere un plauso unanime e poter esibire a pieno titolo le stimmate del progressismo.
E i diritti dei lavoratori? La lotta contro le povertà e le diseguaglianze? La moralizzazione della vita pubblica? Lì il moderno partito di sinistra ci va coi piedi di piombo, perché c’è sempre il pericolo di essere tacciati di passatismo sterile. Niente di peggio, ad urne in vista (e in un modo o nell’altro, specie in Italia, ci sono sempre urne in vista), di essere additati come nostalgici dell’eskimo. Roba vecchia, il mondo è cambiato, c’è stata la globalizzazione. Il mantra è noto , anche perché ripetuto fino allo sfinimento ad una pubblica opinione col cervello lavato in continuazione da messaggi come “pubblico è brutto, privato è bello”,“scordatevi il posto fisso”, “la spesa pubblica è il male assoluto”. Certi rigurgiti di vetero marxismo ammuffito meglio lasciarli allora ai partiti della sinistra radicale, quelli dello zero virgola, ma il cui appoggio può sempre tornar utile al grande partito della sinistra (cosiddetta) riformista quando si parla di unioni civili, di migranti o di difesa dell’ambiente.
E’,in pratica, il cerchiobottismo dei valori. Come non averci pensato prima. Quando c’è da convincere i cittadini che duecentomila immigrati in più da alloggiare e da nutrire ogni anno e di cui quasi sempre l’Italia sconosce nazionalità, status (profugo o migrante economico) e intenzioni (persona perbene o malandrino), sono cosa buona e giusta, sono una “risorsa”, ci pagano le pensioni e fanno schizzare alle stelle il Pil, il grande partito (cosiddetto) riformista volge il proprio sguardo ai reperti archeologici della gauche classica; quando invece c’è da ridurre le tutele dei lavoratori o tagliare i servizi ai cittadini, si può voltare tranquillamente verso destra, sicuro di trovare solida sponda.
Tra l’altro, mentre nel primo caso il partito (cosiddetto) riformista confida nella dabbenaggine della sinistra radicale, la quale non si rende conto che, assecondando una immigrazione incontrollata, si fa un favore grosso quanto un grattacielo alle politiche di desertificazione salariale del peggior capitalismo di rapina, nel secondo la corrispondenza di amorosi sensi con le strategie thatcheriane della destra borghese è salda come roccia.
Nella sostanza, infatti, le ricette economiche dei (cosiddetti) progressisti e dei liberali sono identiche. Le differenze si giocano quasi tutte nel campo dei diritti civili e dell’accoglienza. La destra, a parte timide aperture sulle convivenze more uxorio tra eterosessuali, brandisce ancora i paletti di frassino quando si parla di unioni gay mentre sull’immigrazione, a parte gli eccessi xenofobi della sua ala populista, ha posizioni un po’ meno“buoniste” dei colleghi del fronte opposto. Tutto qui. Per il resto, grande concordia sotto il cielo, tant’è che oggi Alfano può affermare senza tema di smentita che tutte le riforme del governo Renzi sono state scritte con la mano destra. Ma la stessa cosa potrebbe dire la Merkel in Germania con riferimento alla Spd o i gollisti in Francia con riferimento all’esecutivo Valls.
E’ così che le dominanti dottrine neoliberiste da quasi trent’anni vincono anche quando (apparentemente) perdono: hanno trasformato l’avversario di sempre, ossia il socialismo democratico europeo, in un loro clone più accattivante, nel poliziotto buono che manda fuori dalla stanza degli interrogatori quello cattivo e cerca di convincere il sospettato con modi molto più gentili di quelli del collega. L’osmosi è ormai giunta ad un tale stato di avanzamento che l’elezione di un socialista vecchio stampo come Corbyn alla guida del partito laburista inglese ha scandalizzato più gli esponenti europei della sinistra minima (tra cui il nostro ineffabile primo ministro, sempre in prima linea quando c’è da marcare le distanze tra il PD attuale e il socialismo dei padri nobili) che i leader conservatori. Per la serie: ”Non c’è più mondo: un socialista alla guida di un partito socialista… Dove andremo a finire di questo passo?”

Francesco Caruso
(articolo pubblicato il 28 settembre 2015)


Con l’articolo che segue completiamo la rassegna dei Tre Dolori del progressismo italiano: dopo Mater Paralizzata e Mater Accorciata ecco a voi Mater Inadeguata, ossia la sinistra che pensa di risolvere i classici problemi di un qualsiasi quartiere difficile delle nostre metropoli (sporcizia, degrado, delinquenza, dispersione scolastica, spaccio di droghe, prostituzione ecc.) inaugurando in piazza una rassegna di film cecoslovacchi con sottotitoli in tedesco (citazione fantozziana). Per carità, magari serve pure quello (hai visto mai?) ma il problema della sinistra inadeguata è che pensa che basti e avanzi solo quello …
Nota a margine: prima di accingermi a scrivere il pezzo mi misi alla ideale ricerca di un personaggio pubblico che incarnasse degnamente il tipo umano del sinistro inadeguato. Vista la nota propensione di molti politici e intellettuali di sinistra a eleggere residenza sulla Luna, sarebbe stata una ricerca più semplice del rinvenimento di una station wagon in un pagliaio. Tuttavia non fu necessario neppure iniziarla, con un certo (ex) sindaco di Roma a portata di mano…

La sinistra inadeguata

“Marino non è un pesce fuor d’acqua, è un totano sparato nell’iperspazio” Maurizio Crozza

Sgombriamo il campo innanzitutto da un equivoco: Ignazio Marino non è né un furbo matricolato travestito da boccalone , né un moderno Celestino V della politica, un ingenuo Pietro da Morrone costretto però al gran rifiuto non dall’opprimente peso delle responsabilità – come il meteorico pontefice del XIII secolo- ma da violente pressioni esterne. Ignazio Marino è stato ed è semplicemente un ottimo medico inadatto al ruolo che si era voluto ritagliare, ossia quello di redentore laico della Città eterna. Inadatto per una serie di ragioni, alcune endogene ed altre esterne al personaggio.
Cominciamo dalle seconde. La prima e principale di esse è l’evidente impossibilità, per un Forrest Gump della politica come lui, di poter gestire una situazione ormai caotica e fuori controllo come quella romana. Roma è una città-monstre, almeno per i canoni italiani, sviluppatasi nel corso dei decenni in modo a dir poco eccentrico e disordinato. Basti pensare che il suo territorio è il doppio di quello di Milano e che Ostia, un luogo popolato da ben 300 mila esseri umani, è ancora un semplice quartiere della Capitale e non un comune a sé stante, come logica e buon senso imporrebbero che fosse.
Come si fa ad amministrare decentemente una Babele del genere? E’ ovvio che in un tale contesto canati e sultanati locali , più o meno leciti, più o meno embricati col malaffare o con la malavita organizzata, abbiano preso piede e si siano incistati profondamente nel tessuto sociale cittadino, stante anche l’assoluta inutilità , o quasi, di istituti di decentramento come i Municipi. Se a ciò aggiungiamo poi fenomeni di genesi più o meno recente, come il cronico stato di abbandono delle periferie, il degrado del centro storico (invaso da commercianti abusivi, centurioni di cartapesta e piccoli truffatori o eletto a dormitorio dagli immigrati clandestini), il malfunzionamento di servizi essenziali come i trasporti o la raccolta dei rifiuti, il risultato che ne viene fuori alla fine avrebbe dovuto scoraggiare persino il più scafato dei politici, figuriamoci un absolute beginner come Marino.
Eppure Ignazio il Magnifico, infilatosi sua sponte dentro un incandescente”Toro di Falaride” che avrebbe incenerito chiunque, non ha inanellato solo gaffe e passi falsi. Sarebbe ingeneroso e disonesto non riconoscergli la volontà, quantunque intermittente e talvolta perfino velleitaria, di portare ordine nel caos, di demolire alcune cattive abitudini (chiamiamole così) della elefantiaca e indolente burocrazia comunale, di recidere i legami graveolenti tra apparati amministrativi e consorterie criminali, di provare ad intaccare interessi consolidati e consolidate rendite di posizione, di liberare la città da quelle concrezioni di menefreghismo o di malgoverno responsabili della patente di invivibilità che gli viene assegnata da tempo da osservatori italiani e stranieri.
E tuttavia resta difficile scacciare l’impressione che Marino, malgrado gli sforzi e malgrado l’ottima e volenterosa squadra di cui si è circondato (Sabella su tutti), non avesse all’inizio ben chiara la situazione, quale poi si è mostrata in tutta la sua percolante verminosità con l’esplosione dello scandalo di Mafia Capitale. Forse perché convinto di poter consolidare, dopo la trionfale elezione, il suo consenso presso l’elettorato capitolino soltanto con gesti di grande impatto mediatico e da sempre fortemente attrattivi per una certa opinione pubblica di sinistra (la celebrazione dei matrimoni gay , l’uso della bicicletta per recarsi al lavoro), lasciando ad altri il compito di sporcarsi le mani con vili questioni come la pulizia delle strade e l’efficienza del trasporto pubblico, ha dimenticato che una delle conseguenze nefaste – per i diretti interessati – della tanto celebrata elezione diretta del sindaco è l’imputazione anch’essa diretta al primo cittadino, della piccola come della grande città, di tutto ciò che va o non va nel buon funzionamento della macchina comunale. Ubi commoda ibi incommoda, dicevano i latini: il rovescio della medaglia degli onori sono gli oneri, tanto più gravosi quanto più concentrati su una persona sola. Marino ha sottovalutato questo aspetto, certo che fossero altri i metri di giudizio del suo livello di gradimento presso la cittadinanza.
Questo è stato il limite più evidente dell’ex sindaco di Roma, un limite caratteriale tra l’altro difficilmente spiegabile con la professione svolta fuori dalla politica, che anzi avrebbe dovuto indurlo ad una grande attenzione verso le questioni pratiche,verso le famose “finestre rotte” dei sociologi americani Wilson e Kelling . Finestre che (giusto o sbagliato che sia) nell’attuale temperie politico-istituzionale vogliono essere riparate dal sindaco e solo da lui, anche se poi materialmente il merito della riparazione va- si sa- attribuito ad altri. Insomma il mezzo è il messaggio, e non l’inverso, e un sindaco che dà invece l’idea di trascurare fognature intasate, autobus fantasma e strade rotte trasmette una fastidiosa sensazione di distanza dai problemi quotidiani dei suoi amministrati.
Ma è stata solo l’incosciente vaporosità (vera o percepita) dell’ultimo inquilino del Campidoglio nell’affrontare le impreteribili e ben note grane della Capitale a provocare la frattura tra una larga parte dei romani e la sua sindacatura? Ovviamente no. Di sicuro la vaporosità (mirabilmente sintetizzata da Crozza nello sketch dove Marino- impersonato dal comico- propone di debellare la piaga del pizzo collocando fioriere nei negozi) e una certa fanciullesca improntitudine nel volersi andare ad impantanare in limi dai quali i suoi colleghi cercano da qualche tempo di girare accuratamente al largo (le cene con la carta di credito del Comune, la Panda parcheggiata in zona vietata) hanno fornito sufficiente polvere da sparo ai suoi numerosi nemici, dentro e fuori il Palazzo, a cominciare dai renziani e dagli orfani di Gianni Alemanno e del suo zoo di tagliagole di borgata e picchiatori neofascisti riciclati.
Ma dietro le aggressioni al sindaco Pd c’è stata anche tanta strumentalità e tanta malafede, inutile negarlo: provare a ripulire un prato gravato da decenni di deiezioni di mandrie al pascolo è fatica che di certo non può incontrare i favori di chi quelle deiezioni le utilizza per concimare i propri affari. Così come provare a pestare i calli a poteri millenari che hanno da sempre l’abitudine (o il malvezzo, a seconda delle opinioni) di metter becco nelle vicende romane. Il riferimento al Vaticano è puramente casuale. Ecco dunque spiegata la ragione per cui ogni crepitus ventris di Marino è diventato una bomba H, anche quando mancava totalmente di carica esplosiva, come nel caso dei famigerati funerali di Vittorio Casamonica, dove tutti gli hanno dato addosso pur sapendo benissimo (o così almeno si spera) che l’unica autorità che per legge può vietare un funerale è il Questore.
Marino cade, dunque, per la propria inadeguatezza in combinato disposto con la ribalderia altrui.
La querelle che attualmente infuoca i dibattiti sui social e sui talk show televisivi se sia meglio un amministratore incapace ma onesto rispetto ad uno capace ma mariuolo è francamente senza senso. Personalmente credo che l’unica ipotesi percorribile, benché vana o utopica per qualcuno, resti quella della pervicace ricerca di politici in egual misura capaci e onesti. Osservo solo, tuttavia, che la gestione dell’incapace può rivelarsi talora più nociva di quella del mascalzone. Non fosse altro perché,dopo l’incapace, è quasi legge di natura che ritorni puntualmente il mascalzone. E per restare a lungo: hic manebimus optime.

Francesco Caruso

(articolo pubblicato il 15 ottobre 2015)


I prossimi due articoli sono dedicati alla nostra cara Unione Europea e alla gravissima crisi, di identità e consenso, che sta attraversando. Lo snodo cruciale della questione sta tutto nell’equivoco sulla sua natura: ci hanno fatto credere per anni che fosse una confraternità di frati francescani, abbiamo scoperto con la crisi del 2008 che era una congrega di speculatori di borsa e di banchieri. Tuttavia, prima ancora di scoprire i dentoni al lupo travestito da nonnina, gli indizi per capire che la UE era una sonora fregatura li avevamo tutti sotto gli occhi. Il primo e più consistente si chiama Storia: bastava dargli una ripassata, per capire che non esiste e non esisterà mai Continente meno unificabile dell’Europa. Questo non vuol dire, come frignano puntualmente gli eurolatri, che si anela a tornare all’Europa dei massacri, degli odi secolari e dei campi di battaglia ricoperti di cadaveri, ma semplicemente che bisogna accontentarsi, quando si parla di Europa, di un patto tra gentiluomini – rectius: tra popoli e governi – che assicuri pace, cooperazione e solidarietà tra le nazioni, senza forzature federaliste, senza sovrastrutture burocratiche costose e arroganti, senza scippi di sovranità. Perché la sovranità nazionale- cosa ben diversa dal nazionalismo- è un valore ancora fortemente avvertito dai cittadini del vecchio Continente e va rispettato. Irriderlo e svilirlo, come si è fatto e si continua a fare da vent’anni a questa parte, è strada che ha un solo sbocco: la frantumazione definitiva delle istituzioni comunitarie e dell’idea stessa di Europa.

Ascesa e caduta di una pessima idea

Prendendo a prestito una delle più dozzinali battute da commedia cinematografica low coast, possiamo affermare che la giornata di ieri ha portato nel mondo una notizia buona e una cattiva: la notizia buona è il travolgente successo di Podemos alle amministrative iberiche, quella cattiva l’altrettanto robusta vittoria in Polonia di un presidente nazionalista e russofobo. Il tratto comune di entrambe le notizie però è che sia Podemos sia i nazionalisti polacchi hanno posizioni fortemente euroscettiche. Il che vuol dire che siamo già a tre: prima la Grecia, ora la Polonia e la Spagna. Con tutto il rispetto, è evidente che non stiamo parlando di Andorra e Lussemburgo. Di conseguenza, fossi nei panni di Juncker e co. comincerei seriamente a preoccuparmi.
Il perché è molto semplice e manifesto persino al più distratto spettatore di vicende europee. Sta franando un sistema di potere messo in piedi all’indomani della caduta del muro di Berlino. Un sistema di potere basato sul controllo degli Stati nazionali e teso ad esautorare la politica e i politici eletti democraticamente in quegli Stati nazionali , attraverso la ridefinizione del loro ruolo in termini di ancillare vassallaggio ad organismi sovranazionali non eletti da nessuno ed espressione di grandi potentati economico-finanziari.
Per attuare in pieno questo progetto si rese necessaria all’epoca una ridefinizione anche della Comunità europea, dei suoi compiti e delle sue finalità, andando oltre ciò che si erano proposti negli anni cinquanta i padri fondatori. E’ risaputo che la Cee è nata per un motivo occulto ed uno palese. Quello palese si può ricondurre alla necessità di stimolare la collaborazione tra le economie dei Paesi aderenti per migliorare la competitività e la circolazione delle merci. Quello occulto (ma in fondo neppure tanto) si può invece compendiare nella frase: “mai più guerre in Europa tra Francia e Germania”.
Entrambi gli obiettivi sono stati pienamente raggiunti dalla vecchia Cee, la quale avrebbe potuto continuare senza problemi o scossoni ad essere quello che era, risparmiandosi le mutazioni genetiche avvenute dal 1992 in poi, se nel 1989 non fossero crollati come castelli di carta tutti i regimi comunisti dell’Europa dell’est.
A quel punto, infatti, l’ingordigia del capitalismo corsaro ha prevalso sul raziocinio e sull’esigenza di non impoverire le popolazioni europee perseguendo strategie economiche indecentemente liberiste. Del resto, gli esempi della reaganomics in America , con la sua deregulation selvaggia, e del lungo premierato della Thatcher in Inghilterra, erano troppo ghiotti per non provare a mutuarli anche nel resto dell’ Europa occidentale. Ma fino al 1989 non si erano ancora verificate le condizioni per mettere in atto questo cambio di rotta radicale rispetto ai sistemi di welfare seguiti fino ad allora nel Continente da quasi tutti i governi , compresi quelli conservatori. Col muro di Berlino e la successiva conferenza del WTO cambia tutto: ad est si spalancano praterie di facile profitto. Un mercato enorme, con milioni di persone ansiose di testare i modelli occidentali, spedendo in soffitta il dirigismo dei vecchi regimi, e milioni di lavoratori conseguentemente disposti, volenti o nolenti, ad accettare retribuzioni decisamente inferiori a quelle- frutto di anni di lotte sindacali- percepite dai loro colleghi occidentali , si consegna così armi e bagagli alla scuola di Chicago e ai suoi aedi. Per i santuari europei della ricchezza è una vera e propria gallina dalla uova d’oro, che ha dato l’opportunità di moltiplicare all’infinito le rendite, delocalizzando i centri di produzione laddove l’operaio costava meno, i sindacati erano inesistenti o comunque fortemente anestetizzati, i nuovi governanti liberali proni ai voleri e ai capricci del capitanato d’industria e dei banchieri suoi mandanti.
La famosa conferenza sulla globalizzazione dieci anni dopo ha poi fornito l’indispensabile patente ideologica alla trasformazione della Cee in una loggia massonica in mano a pochi “gran maestri”: la rinunzia alla sovranità nazionale e la contestuale delega alle cupole tecnocratiche era indispensabile – dissero – per consentire all’Europa di affrontare nel miglior modo le sfide della globalizzazione e l’ agguerrita concorrenza delle rampanti economie asiatiche e sudamericane. Una colossale boutade, smentita in seguito da fior di economisti non allineati al pensiero unico dei sacerdoti del culto della Dea UE.
C’era a quel punto solo un ostacolo che si frapponeva al disegno eversivo neocon delle destre borghesi eurocentriche: la democrazia. La cara, vecchia , malandata e maltrattata democrazia. L’altra figlia, insieme al libero mercato, della cultura liberale. Quella ribelle.
In tutti i Paesi occidentali , le democrazie parlamentari erano infatti da decenni le uniche forme di governo esistenti, accettate e largamente collaudate. Un bel problema per chi a fine anni ottanta si è proposto di addomesticare il consenso e spuntare gli artigli della volontà popolare. Un problema risolto con l’invenzione truffaldina dell’Unione europea, ossia di un più stringente vincolo tra i soggetti- vecchi e nuovi – aderenti alla Comunità che – con la scusa di una forte integrazione economica prodromica ad una integrazione politica- condizionasse pesantemente le scelte dei singoli Paesi, costringendoli a smantellare le voci solidaristiche dei propri bilanci, a ridurre pesantemente gli apparati pubblici , a privatizzare i servizi alla collettività, a tagliare stipendi e salari, a liberalizzare le attività economiche sottraendole a controlli e verifiche degli organi statuali.
Chi ha progettato e messo in atto questo disegno contava probabilmente su due fattori per la sua piena riuscita: la fragilità della classe politica, soprattutto quella dei Paesi dell’Europa mediterranea, e la venerazione che suscitava fino a poco tempo fa il nome Europa. Una venerazione che ha fatto digerire di tutto agli elettori del Continente: dalla chiamata alle urne per l’elezione di un organismo comunitario pletorico e sostanzialmente inutile (perché del tutto incapace di incidere nelle scelte di quelli esecutivi) come il Parlamento europeo alle strigliate di Commissioni e troike varie nei confronti di ogni iniziativa nazionale che non fosse pienamente allineata con i loro dogmi di bilancio; dall’imposizione alle attività imprenditoriali e commerciali dei singoli Paesi di lacci e lacciuoli spesso francamente ridicoli, quando non palesemente rivolti a favorire una particolare economia rispetto alle altre, all’ingresso quasi forzato nella moneta unica, deciso senza consultare minimamente coloro che la moneta unica l’avrebbero usata e subita: i cittadini europei.
Ma fino al 2008 ai boiardi del complotto eurocratico e ai loro scherani è andato bene tutto o quasi. Le forze politiche critiche verso la costruzione europea si contavano sulla punta delle dita e ideologicamente erano tutte riconducibili alla destra xenofoba e nazionalista. La musica è cambiata con la crisi dei mutui subprime. A quel punto, i visitor della confraternita creditizio-borsistica, insieme all’unico Stato che ha sempre e davvero beneficiato del processo di integrazione europea (la Germania), hanno gettato la maschera e si sono rivelati per quello che erano sempre stati: rettili. Pure parecchio pericolosi.
Da allora, però, è anche iniziato quel processo inverso di ribellione e di riaffermazione dal basso della sovranità nazionale che ha condotto al trionfo di Tsipras in Grecia e di Podemos in Spagna. Insomma, la vecchia, cara, malandata e maltrattata democrazia si è ripresa la scena e pare intenzionata a non lasciarla più. A questo punto gli strozzini sono avvisati: gli usurati hanno perso la pazienza. Sarà forse il caso di rivedere quella criminale idea di trasformare l’Europa in una riedizione del Sud America degli anni settanta, prima che in ogni Paese vadano al governo movimenti e partiti che vedono questa Europa come il fumo negli occhi. Anche perché non è detto che sarebbero tutti parenti di Podemos…

Francesco Caruso

(articolo pubblicato il 25 maggio 2015)


In questo secondo e ultimo  intervento del 2015 su UE e crisi Greca , oltre a ribadire il concetto di una Ue a trazione mercantile si vuole focalizzare l’attenzione del lettore su uno degli aspetti più sconcertanti dell’ attuale politica europea: l’assoluta ostilità degli organismi comunitari verso gli istituti di democrazia diretta dei singoli Stati dell’Unione. Ne abbiamo avuto prova l’anno scorso  in occasione dell’inutile referendum ellenico e ne abbiamo avuto conferma quest’anno con gli attacchi violenti e livorosi lanciati da autorevoli esponenti eurolatri contro l’esecutivo britannico, colpevole di aver indetto il referendum sulla Brexit. E’ questa la cartina al tornasole, a mio avviso, della natura profondamente oligarchica della Ue formato Maastricht, una novella repubblica di Platone con i fondi d’investimento al posto dei filosofi.

Graecia capta

Colpisce, in questi giorni di via crucis per il futuro della Grecia e della UE, non tanto l’esito di una eventuale Grexit (per quanto drammatico potrebbe essere, e non solo per i diretti interessati) e neppure l’inusuale asprezza del braccio di ferro tra Brussel Group (o Troika, come preferite) e governo greco, bensì lo stupore e il fastidio che l’indizione del referendum da parte di Syriza ha provocato nei santuari della governance comunitaria. A guardarne le facce, sembrano tutti quanti appena caduti dal pero, come se il coinvolgere il cittadino elettore in faccende che hanno conseguenze dirette sulla sua vita quotidiana fosse una abnormità figlia di lontane ere geologiche.
A questo punto è lecito chiedersi quale concetto di democrazia alberghi in pianta stabile negli uffici dei vari Juncker, Dijsselbloem e co. E, più in generale, quale concetto di democrazia oggi guidi gli intendimenti e le azioni di organismi come la Commissione europea. Ce lo dobbiamo chiedere e dobbiamo provare a darci una risposta non per puro amore di fuffa populista antieuro-come direbbero i moderni fan di Von Hajek- ma semplicemente perché un responso che non comprendesse, nell’idea di democrazia oggi imperante dentro gli scintillanti grattacieli comunitari, il coinvolgimento popolare, confermerebbe tutti i dubbi che si nutrono sulla reale natura di ciò che vent’anni fa fu forgiato con la creta di Maastricht.
Che la Ue degli ultimi due decenni non fosse un modello specchiato di pluralismo, partecipazione dal basso e attenzione ai bisogni delle fasce deboli della popolazione, lo avevamo già fortemente sospettato in base alla tecnica adottata per approvare i vari trattati che concorrono a formare il vigente diritto comunitario. Nessun interpello popolare, linguaggio criptico, ricadute negative dell’applicazione di certe regole scoperte solo a danno compiuto. Lo ha ammesso anche Amato tempo fa in una intervista: “il linguaggio dei trattati europei è volutamente oscuro” disse. Oscuro perché teso ad evitare polemiche nei parlamenti e rivolte nelle piazze. Questa UE, in pratica, ha il passo felpato del felino: la vittima si accorge del morso quando è ormai troppo tardi. Le elite economico- finanziarie che dirigono la baracca comunitaria tramite i loro emissari politici non gradiscono, infatti, il chiasso, la confusione, la dialettica dello scontro tipica dei regimi democratici. Hanno uno stile che assomiglia a quello del gruppo Bildelberg (col quale probabilmente si identificano): riunioni segrete, chiacchiere ridotte all’osso o silenzi carichi di significati, luci soffuse e patti siglati tra pochi e selezionati gentiluomini. E poco importa se tali patti poi cozzano sul groppone di tutti quanti, se hanno, cioè, valenza erga omnes. Hanno agito così persino per l’adozione della moneta unica, probabilmente perché spaventati dall’ esito per loro negativo dell’ unico referendum sull’ euro tenutosi in Europa, quello svedese.
Fatto sta che la creatura nata nel 1992 sull’onda della caduta del Muro e della riunificazione tedesca non è affatto quel consesso di popoli fratelli che ci hanno spacciato per anni. Assomiglia piuttosto ad una s.p.a., con tanto di consiglio d’amministrazione e amministratori delegati, dove le scelte che contano vengono decise ai piani alti e sottoposte a quelli bassi a titoli di mera divulgazione. Una presa d’atto, insomma. Più o meno come fa la direzione di una azienda.
Pertanto qua siamo oltre il ritorno dei fascismi, talvolta evocato, a proposito di Ue, da quella innamorata delusa e ferita che è la sinistra dei Paesi mediterranei, fino a poco tempo fa la più accanita sostenitrice dell’integrazione europea, sempre pronta a difendere a spada tratta anche le decisioni più indigeste per l’orgoglio nazionale. Qua siamo oltre perché i fascismi, come tutte le dittature, cercavano e cercano, nel perseguimento dei loro aberranti disegni, il consenso dell’opinione pubblica. Pur essendo i mallevadori dei privilegi dei ceti dominanti, inevitabilmente le autocrazie hanno bisogno infatti di nutrirsi anche del placet delle masse. No, qua forse è pure peggio. Qua siamo di fronte ad un feudalesimo di ritorno, con tanto di vassalli e servitù della gleba, che adopera la leva economico-finanziaria ( i cordoni della borsa, tanto per intenderci) per tenere la politica nazionale al guinzaglio, concedendole solo quel minimo spazio di manovra imposto dalla necessità di rispettare le forme esteriori del gioco democratico. Siamo di fronte, cioè, ad una nobiltà di censo più spocchiosa e arrogante di quella con parrucca e tricorno, che nutre un’ ubbia profonda per parole come “sovranità popolare”, convinta com’è che le merci e il denaro debbano sempre prevalere sugli esseri umani, e che ritiene il lavoro e i lavoratori semplici pedine da muovere a piacimento sullo scacchiere dei profitti. E dunque, passi che ogni tanto si debba votare – perché purtroppo per loro l’Europa del XXI secolo non è il Sudamerica degli anni 70 – l’importante è che il voto non cambi gli equilibri. Ma i referendum sulle scelte economiche della UE no, mai. Il referendum è pericolosissimo, è uno strumento incontrollabile. Non puoi mettere un Renzi o un Monti a vigilare sul suo corretto esito. Le normali elezioni – a parte la Grecia, ma stanno provvedendo – sì, quelle le puoi controllare benissimo, e così pure la formazione dei governi. Ma i referendum no: per l’eurocrazia dei poteri forti sono quasi un male assoluto e il Paese debitore che s’azzardasse a indirli un paria da ostracizzare e mettere ai margini del consesso comunitario.
Siccome però ogni tanto la Storia ritorna, come diceva un tizio nato a Napoli nella seconda metà del seicento, non è un caso che a sfidare il Leviatano europeo oggi sia la piccola Grecia, culla di democrazia e civiltà (Graecia capta ferum victorem cepit); la stessa Grecia che duemilacinquecento anni fa per difendere la propria libertà non esitò ad affrontare e sconfiggere un impero immenso, dotato di un esercito di centinaia di migliaia di soldati.
Non so voi, ma io se fossi Juncker o la Merkel, condottieri dei nuovi barbari che bussano alle porte dell’Ellade, una ripassatina alla cronaca della battaglia di Maratona gliela darei.

 Francesco Caruso

(articolo pubblicato il 5 luglio 2015)


Ogni studente di legge lo sa benissimo (almeno si spera…): in Italia esiste una Costituzione formale e una Costituzione materiale. La prima è quella consacrata nel documento solenne approvato dall’Assemblea costituente nel 1948: è rigida , in quanto modificabile solo con il procedimento aggravato di cui all’art. 138; lunga, perché non si limita a disciplinare l’ordinamento dello Stato; votata, perché non è stata concessa graziosamente da un sovrano come lo Statuto albertino. La seconda è quella introdotta dalla prassi costituzionale e dalle leggi ordinarie, quella che valica il significato letterale  e acquista ugualmente dignità di norma costituzionale, applicata e osservata da tutti in aggiunta o addirittura in sostituzione della regola scritta.
Le disposizioni della Costituzione materiale in genere migliorano e adeguano al mutare dei tempi e delle necessità i precetti scritti della Carta fondamentale. Ma capita anche che li rivedano in peius.

E giustizia per (quasi) tutti

I cinquantenni lo ricorderanno sicuramente ma anche i più giovani dovrebbero conoscerlo, non foss’altro perché viene riproposto di frequente in televisione, specie sulle reti locali. Parliamo di un bel film americano del 1979 con protagonista, nei panni di un avvocato di Baltimora, un immenso Al Pacino: E giustizia per tutti. E’ uno dei film preferiti dal sottoscritto, con quel titolo che evoca, dall’antica Grecia in poi, uno dei capisaldi delle istituzioni democratiche: la possibilità per tutti i consociati di rivolgersi al proprio “giudice naturale precostituito per legge” (come recita la nostra Costituzione) ed ottenere giustizia, o perlomeno provarci. Senza limiti di censo , di razza, di religione o di categoria sociale. Un principio nobilissimo che si rispettava perfino negli Stati assoluti, posto che anche al più umile dei contadini era consentito appellarsi a Sua Maestà, solitamente per chiedere tutela contro i soprusi dei nobili. E’ famosa, in proposito, la storia del mugnaio di Potsdam, che nella seconda metà del 700 riuscì ad arrivare fino a Federico II di Prussia (“Ci sarà pure un giudice a Berlino!”). Questo principio – cardine dei moderni ordinamenti giuridici è compendiato nella celeberrima frase “La legge è uguale per tutti “ , che campeggia nelle aule di tutti i nostri tribunali, monito perenne per chi intendesse diversamente la funzione giudiziaria , ritenendo di poterla manovrare a proprio vantaggio in virtù di posizioni di supremazia economica, politica o sociale.
Sappiamo benissimo che nella pratica talvolta i protagonisti del “palcoscenico processuale” (giudici , avvocati, pm etc.) questo principio se lo son messo e continuano a metterselo bellamente sotto le scarpe, basti pensare all’affidamento ai servizi sociali di un noto ex primo ministro, condanna che inspiegabilmente tarda ad essere eseguita e ancora non si sa quando e come sarà eseguita. Però un conto è la deviazione dal principio nel caso concreto ( e, si spera sempre, isolato), un altro la sua sconfessione ex lege.
E’ quanto di fatto sta avvenendo oggi nel mondo giudiziario italiano dopo che l’entrata in vigore della legge di stabilità 2014 ha portato a cifre francamente eccessive, almeno per le tasche medie degli italiani, il cd. contributo unificato, in particolare per quanto concerne i ricorsi amministrativi.
Il contributo unificato, come si sa, è una somma di denaro – di entità commisurata al valore della causa – al cui pagamento è soggetta la proposizione delle domande giudiziali. Istituito nel 1999, trova attualmente la sua disciplina nel T.U. delle disposizioni in materia di giustizia di cui al D.P.R. nr. 115 del 30-05-2002. La ratio della nascita di questo balzello va ricercata nella sempre maggior esigenza, per le casse dello Stato, di reperire le risorse finanziarie indispensabili ad assicurare la prestazione di determinati servizi pubblici. A questa ragione, tuttavia, nel corso del tempo se n’è affiancata un’altra, avente finalità deflattive dell’enorme contenzioso di cui sono gravati i nostri uffici giudiziari e realizzata introducendo – per mezzo della leva tributaria (la natura tributaria del contributo unificato è ormai pacifica: Cassazione ,SS.UU., sentenza nr. 9840 del 05-05-2011 ) – un freno alle liti cd. temerarie.
Fin qui nulla quaestio: un aggravio contenuto dei costi della giustizia in fondo ci potrebbe anche stare e non susciterebbe dubbi di costituzionalità , perché se è vero, da un lato, che la lettera dell’art. 24 Cost. è tassativa nel prescrivere che “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi”, dall’altro è altrettanto vero che nell’animo degli italiani alberga da sempre un diavoletto attaccabrighe pronto a far causa all’universo mondo per i più futili motivi (ricordate il personaggio di Don Lollo’, il permaloso possidente protagonista della novella La giara di Pirandello, pronto a correre dall’avvocato per ogni inezia?) ed è pertanto sacrosanto che il “sistema” questo spiritello provi a scoraggiarlo in ogni modo.
Il problema, tuttavia, non sta nella legittimità in sé dell’ istituto, ma nell’asticella e nell’altezza alla quale la si vuole fissare. Esiste nel nostro Paese una platea sterminata di cittadini che , sebbene non facenti parte strictu sensu della schiera degli indigenti, vivono in una condizione economica tutt’altro che florida . Costoro certe cifre, pur possedendole, in genere non possono permettersi di sprecarle per un contributo unificato, perché necessarie a soddisfare altri bisogni, individuali e familiari: tasse, bollette, spese universitarie dei figli etc. Eppure a questa massa enorme di individui con l’ultima legge di stabilità lo Stato ha mandato un messaggio rivoltante, indegno di un Paese civile: da oggi non potrete più – di fatto – far valere in giudizio le vostre ragioni, perché c’è uno spartiacque pecuniario che ve lo impedirà.
L’esempio più eclatante di questo sonoro ceffone del legislatore alla Carta fondamentale sono i seicentocinquanta euro che dal gennaio di quest’anno dovranno sborsare tutti coloro che vorranno presentare un ricorso straordinario al Capo dello Stato, fino a pochi mesi fa gratuito e praticabile senza l’obbligo del legale. Ma è tutto l’insieme delle azioni giudiziali in materia amministrativa che pare ormai divenuto territorio off limits per i meno abbienti, partendo dai trecento euro richiesti per l’ ottemperanza al giudicato, l’accesso agli atti e il silenzio-inadempimento per finire ai seimila necessari per le cause di valore superiore ad un milione di euro.
E’ pur vero che quando parliamo di gravami pendenti presso il giudice amministrativo parliamo di una tipologia di contenzioso solitamente appannaggio dei ceti benestanti, principalmente perché i cd. amministrativisti, ossia gli avvocati del ramo, sono pochi e molto costosi. Ragion per cui un aumento, anche consistente, del contributo in tale ambito teoricamente non dovrebbe incidere più di tanto né sulla qualità, né sulla quantità dei fruitori del pianeta giustizia. Fanno eccezione, tuttavia e come già accennato, quei pochi ricorsi che nel nostro ordinamento il cittadino poteva e può ancora proporre senza doversi sobbarcare il peso dell’ onerosa assistenza di un giureconsulto.
La Corte costituzionale, chiamata a pronunziarsi sulla legittimità costituzionale del contributo per violazione del principio di uguaglianza dei cittadini e del disposto del citato art.24, non vi ha riscontrato motivi di censura (ordinanza 23 marzo 2012 nr. 69), ma è patente che gravare, ad esempio, un ricorso come quello straordinario, parallelo e alternativo a quello davanti al T.A.R., di un pedaggio di ben 650 euro, significa costringere chi afferma la illegittimità, l’incompetenza o l’ eccesso di potere di un atto della pubblica amministrazione lesivo di un proprio diritto o interesse legittimo e non ha il denaro per affidarsi ad un professionista, a rinunziare alla pretesa e a subire in silenzio quello che potrebbe anche rivelarsi, qualora venisse sottoposto al vaglio giurisdizionale, un vero e proprio sopruso.
Un obbrobrio classista di sconfinata iniquità, capace di far rivoltare nella tomba persino Federico II Hohenzollern.

Francesco Caruso

(articolo pubblicato nel 2014)


Oceani di pilu, che l’Archivio propone oggi ai lettori, è un articolo fortemente datato, sotto certi aspetti, ma di straordinaria attualità sotto altri. E’ datato innanzitutto perché la sua pubblicazione risale alla prima metà del 2014  e  fa riferimento a momenti ed episodi della cronaca e della politica nazionali che ormai non sarebbe capace di richiamare alla memoria neppure Pico della Mirandola. E’ attuale perché il leit motiv di fondo è sempre lo stesso: la politica-spettacolo – con le sottocategorie della politica-selfie, politica -slogan e politica-tweet- e i suoi aedi, primo tra tutti il successore, per legge Salica oseremmo dire, di Silvio Berlusconi, ossia l’attuale premier. 

Oceani di pilu

Lo ammetto, ci stavamo cominciando seriamente a preoccupare. Dopo il tramonto mediatico della stella di Berlusconi, tutti quelli che- come il sottoscritto- trovano linfa vitale per le loro bagatelle scrittorie nelle pagliacciate e nelle fanfaronate di certi personaggi della politica nazionale, cominciavano a temere seriamente di ritrovarsi con la vena prosciugata.
Invece gli imperscrutabili disegni divini ci sono subito venuti in soccorso, spiattellandoci, dopo vent’anni di circo equestre berlusconiano, un sequel di tutto rispetto come Matteo Renzi da Firenze. Signori, questo si chiama culo.
Tra l’altro Renzi per certi aspetti (e ai fini che qui interessano) è pure meglio di nonno Silvio. E’ giovane, è tecnologico- touch screen, oseremmo dire- è veloce (anzi , è “Turbo-Renzi”, come la striscia che Disegni e Caviglia gli dedicano sul FQ), è dinamico ma soprattutto è un ballista sopraffino, persino superiore al suo indiscusso mentore.
E’ quest’ultima, ne siamo consapevoli, un’affermazione che rischia di scatenare gli anatemi e le ire funeste del devoto popolo di adoratori di Re Silvio, ma basti riflettere sulla improntitudine con cui Renzi condisce le sue balle per convincersi che-incredibile visu- l’allievo ha superato il maestro. Il programma che ha esposto alle Camere in occasione del varo del suo esecutivo non è, infatti, il libro dei sogni, è Harry Potter. Al confronto ,i comizi di Berlusconi sembrano squallide televendite di pentolame d’infima qualità.
Eppure la gente, la mitica gente alla quale anche lui, come ogni buon tribuno che si rispetti, si è voluto appellare, pare volergli dar credito. Ma come – dirà qualcuno – dopo l’esperienza di Sua Emittenza c’è ancora chi crede alle promesse dei politici-spettacolo? Ebbene sì, i sondaggi stanno lì a confermarlo. Sarà una tara di noi italiani, sarà che le persone sono ormai talmente terga a terra che s’aggrappano a qualsiasi ipotesi di speranza, sarà che Renzi come politico è “giovane” e dunque gode di quella paterna e materna indulgenza verso le nuove generazioni tipica dei popoli mediterranei. Che dire. Fatto sta che , malgrado uno sgambetto allo scialbo predecessore indegno di una democrazia occidentale, malgrado un esecutivo che pare la fotocopia del governo Letta- a parte qualche altro “giovane” oculatamente piazzato in posti dove non potrà far danni- e malgrado (o forse proprio per) la diffidenza e la malcelata ostilità del “Palazzo” nei confronti dell’alieno venuto da Firenze, per ora Matteo va.
Ad occhio tuttavia, tenuto conto anche che è un seguace convinto di Zygmunt Bauman e dei suoi saggi sulla frenesia della società liquida, la benzina dovrebbe finirgli entro un mese, ossia quando il Magnifico si accorgerà (si fa per dire, lo sa benissimo già adesso) che in cassa non c’è l’ombra di un euro.
Per fare, infatti, appena la metà delle cose che ha promesso, Saetta McQueen-Renzi dovrebbe licenziare tutti i tre milioni di pubblici dipendenti senza pensione e liquidazione oppure sfornare una patrimoniale (mobiliare ed immobiliare) da far tremare i vetri di palazzo Visconti -Ajmi, storica sede di Mediobanca. Poiché non potrà fare e non farà né l’una e né l’altra, gli oceani di pilu che ha promesso agli italiani, per giunta senza neppure metterci quella faccia da Joker tipica del Berlusconi versione imbonitore – quella che faceva capire a chi voleva capire che non era una cosa seria- ridiventeranno piccole pozze di acqua maleodorante, mirabile sintesi infografica di un Paese in putrefazione da decenni, avariato e verminoso peggio di un formaggio andato a male.
Per adesso, comunque, il ragazzo sta ancora in luna di miele. Ucraina e grana-Gentile permettendo, ha davanti ancora qualche giorno di relax, “selfie” con le fan e battute su twitter. Il bello arriverà quando il suo panificio in riva all’Arno sfornerà il cd. job act e il taglio del cuneo fiscale. Se la montagna partorirà, come è lecito attendersi, il solito sorcetto rachitico, la prima pernacchia potrebbe sfondargli l’udito.

Francesco Caruso

(articolo pubblicato nel 2014)


Lo confesso: Giorgio Napolitano non è mai stato nella hit parade dei politici preferiti dal sottoscritto. I modi paludati, l’ incedere ieratico, la retorica da politico ottocentesco che ha sempre contraddistinto i suoi discorsi, sono aspetti della sua personalità che non ho mai digerito. Ma quello determinante per la sua collocazione nella bacheca degli antipatici è stata la sua naturale predisposizione a schierarsi sempre con il lato vincente della barricata, quale che esso fosse. Contrariamente ai tanti- giornalisti e avversari politici- che in questi anni ne hanno sempre fatto un ritratto a tinte fosche, chi scrive non ne ha mai messo in discussione la rettitudine quanto piuttosto la mancanza di coraggio e la prona condiscendenza verso l’assetto di poteri dominante pro tempore. L’articolo che proponiamo oggi prende spunto dalle rivelazioni che nel 2014 confermarono ciò che si sospettava da tempo, ossia che dietro la fragorosa caduta di Berlusconi c’era una congiura di Palazzo ordita a Bruxelles ed eseguita dalle stanze del Quirinale. Al di là della attendibilità o meno di simili accuse, la singolarità della faccenda sta nel fatto che con un altro Capo dello Stato esse sarebbero state gettate nel cestino della carta straccia un secondo dopo la loro formulazione. Con Napolitano questo non è accaduto ed è dunque lecito chiedersi perlomeno il perché.

Un favore così grande, un favore così

Stupisce sinceramente, in queste ore, lo stupore di chi si scandalizza per gli incontri preliminari di Napolitano con Monti nel giugno 2011. Chi lo fa evidentemente non conosce bene Giorgio Napolitano e soprattutto non conosce quella che è la sua filosofia di vita, la stella cometa che lo ha sempre guidato nel corso della sua lunga carriera politica: la ricerca spasmodica di un epicureo quieto vivere. Ragion per cui va di moda oggigiorno immaginare un Napolitano losco tessitore di trame e complotti per mettere questo o quello alla guida del governo o per impedire a una determinata forza politica di entrare nell’esecutivo, quando l’unica cosa che lo spinge ad alzare la cornetta del telefono è il puro e semplice timore che una tempesta politica (una qualsiasi tempesta politica) possa turbare la tranquillità delle sue meningi. La sua nota ostilità verso il bipolarismo e la perniciosa passione per le larghe intese non nascono pertanto da una analisi e una successiva scelta ma da mero calcolo opportunistico: col bipolarismo le istituzioni vivrebbero una situazione di perenne conflitto e questo il Capo dello Stato proprio non riesce ad accettarlo. Meglio , dunque, la palude immota dei governissimi, dove inciucio non è più una brutta parola e il do ut des si fa alla luce del sole. Insomma, è ecumenico Napolitano, ad onta del dichiarato laicismo. Vagli a spiegare che la contrapposizione – anche aspra – tra una maggioranza ed una minoranza non è il male assoluto ma si chiama semplicemente “democrazia”. Data anche la veneranda età, è difficile che riuscirebbe a capirlo.
In ogni caso Napolitano fin dagli esordi ha dato l’impressione di voler seguire due regole fondamentali: non inimicarsi il più forte del momento e cercar di navigare in acque chete. Per far ciò, nel 1956 si è ben guardato dal criticare l’invasione sovietica dell’Ungheria mentre agli inizi degli anni ottanta è stato l’unico nel PCI a censurare Berlinguer sulla questione morale e poi a risultar gradito a Craxi, all’epoca in cui quest’ultimo raccoglieva a piene mani potere, successi e pubblica estimazione. Addirittura, da Ministro dell’Interno si narra che rimise immediatamente sui loro scanni alcuni burosauri che la breve gestione Maroni (parliamo del 1994-1995) aveva spedito in soffitta, tant’è che i boiardi del Viminale, all’inizio terrorizzati dall’arrivo del primo ministro dell’Interno comunista dell’Italia repubblicana, dopo un paio di giorni ballavano felici per i corridoi cantando “quant’è bello sto ministro, quant’è bravo sto ministro”.
Da ultimo sono arrivate la UE, la troika e compagnia danzante . Napo a quel punto ha capito che ormai , con la Germania locomotiva d’Europa, bisognava cominciare a lustrare scarpe teutoniche e così, nel 2011, vista la scarsissima considerazione che Frau Merkel nutriva per Berlusconi, dietro probabile input berlinese ha iniziato a sondare il terreno per liberarsi del Caimano. Caimano di fronte al quale, tuttavia, negli anni d’oro del berlusconismo rampante aveva frequentemente (e talvolta indecentemente) detto di sì, approvando l’inapprovabile e cercando di evitare a ogni costo lo scontro con le corazzate Mediaset. A conferma di ciò e benché spiaccia dar ragione ai Brunetta e alle Santanchè, va ricordato che la corsa folle dello spread prese avvio – guarda caso – proprio quell’estate, con la vendita massiccia di titoli italiani da parte delle banche tedesche
Ora è un tutto un coro stonato di sorprese e sconcerti, a parte i soliti , irriducibili fan del Quirinale (Repubblica, larga parte del PD e via discorrendo), mentre l’unico che dovrebbe davvero indignarsi si chiama Pierluigi Bersani ed è un signore che , senza il congelamento elettorale voluto dal Colle nel 2011, a quest’ora sarebbe saldamente alla guida di una compagine governativa di centro-sinistra. Invece si indignano – cose da pazzi – Berlusconi, i suoi giannizzeri e le sue baiadere, ai quali Napolitano – seppure involontariamente – ha fatto un favore grande come l’Empire State Building.

Francesco Caruso

(articolo pubblicato nel 2014)


Le posizioni del sottoscritto in tema di migranti, tasse e difesa personale espresse in questo articolo potrebbero indurre molti lettori ad incasellarlo tra i simpatizzanti del centro-destra. E’ una classificazione frutto di una lettura manichea e superficiale di ciò che è destra e di ciò che è sinistra che respingo immediatamente all’ipotetico mittente: la mia storia personale e familiare resta una storia di sinistra. Sinistra democratica, sinistra riformista (ma riformista per davvero, perché oggi per riformismo  s’intende il complice dar di gomito al neoliberismo), sinistra socialdemocratica (anche in questo caso nel senso in auge fino a tutti gli anni settanta) ma sinistra. Ed è proprio perché vorrei evitare di vedere tra non molto la destra xenofoba vincere le elezioni che ritengo ormai necessario e indifferibile un deciso cambio di passo in tema di immigrazione. L’accoglienza è credibile nella misura in cui è compatibile: coi numeri, con l’impatto sui territori, con la capacità di integrazione, con la capacità di garantire decoro, sicurezza e ordine pubblico. La nostra accoglienza allo stato attuale è tutto meno che compatibile e aumentare ogni settimana di alcune migliaia il numero delle persone accolte non aiuta certo a migliorare la situazione.  Al tema dell’immigrazione è poi strettamente legato, a mio avviso, quello della legittima difesa, visto nelle carceri italiane pare che ben il 40 per cento dei detenuti sia di origine straniera: uno Stato che vara in continuazione leggi finalizzate ad evitare la detenzione a chi delinque non può poi accanirsi contro il cittadino che difende la propria incolumità e quella dei propri cari da una criminalità comune sempre più spavalda e priva di scrupoli. Lo Stato ricominci ad esercitare adeguatamente la propria potestà punitiva e potremo ridiscutere e criticare certe proposte legislative tese a rendere al singolo più semplice e immune da conseguenze l’esercizio dell’autodifesa. Sulla flat tax, invece, ammetto che la mia adesione nasce da una resa e non da una intima convinzione: pretendere di recuperare 200 miliardi di evasione è pura illusione, meglio pertanto rendere l’evasione poco conveniente attraverso un meccanismo certamente meno equo della progressività ma in grado di assicurare un gettito completo e (quasi) certo, magari prevedendo due aliquote al posto dell’aliquota secca proposta dalla Lega Nord.

Nuvole e marciapiedi

A guardare i risultati di un interessante sondaggio lanciato un paio di mesi addietro dalla redazione del Populista sulle “pietanze” salviniane maggiormente gradite ai lettori, balzava subito agli occhi un difetto di quella consultazione online: troppo limitata la scelta secca, ossia la preferenza unica, perché risulta francamente difficile credere, nell’attuale temperie socio-economica e ben conoscendo gli umori sempre più foschi degli nostri connazionali, che “piatti prelibati” come, ad esempio, la revisione dei trattati europei, lo sgombero dei campi rom, l’abolizione dell’eccesso di legittima difesa e il taglio delle superpensioni raccolgano consensi percentualmente così modesti. La verità è che questi argomenti stanno in cima ai desiderata degli italiani allo stesso modo e con la stessa intensità dei due big del questionario, ossia l’introduzione della flat tax e l’espulsione dei clandestini.
Il che ci pone di fronte ad una domanda: l’Italia è dunque diventato un Paese insensibile, chiuso e ostile alla povertà e alla diversità? No, assolutamente no. L’Italia è e rimane una nazione dove la pietas, intesa in senso cristiano e non latino (per gli antichi romani essa era soltanto l’amore per la patria e il rispetto per gli anziani), domina ancora le menti e gli animi della maggioranza delle persone. Vivendo in un territorio che è stato per secoli teatro di guerre, invasioni ed epidemie, con tutto il cascame di miserie e sofferenze che queste si portano appresso, gli italiani più di altri sanno entrare in empatia con il prossimo, ne comprendono dolori e difficoltà, ne introiettano speranze e aspettative. In un’epoca dove, se cadi per terra a New York (per dire) , la gente spesso si limita semplicemente a scavalcarti e tirare avanti, da noi c’è ancora qualcuno che si ferma per chiederti almeno come stai . E questo a Milano come a Roma, a Torino come a Napoli o Palermo.
Qualcosa però nel frattempo dev’essere successo se, sondaggio del Populista a parte, la proposta di legge dell’IDV per la sostanziale abolizione del reato di eccesso di legittima difesa ha già raccolto in tutto il Paese un milione di firme e se poco tempo fa nella Capitale nessuno ha osato fermarsi per soccorrere una ragazza che alle tre di notte chiedeva aiuto e che poi sappiamo bene la fine che ha fatto. Questo qualcosa il pensiero cattolico e il mondialismo di sinistra lo liquidano sbrigativamente come imbarbarimento della società. Chi invece non vive sulle nuvole come il Socrate di Aristofane e col “marciapiede” – al contrario delle anime belle cresciute a slogan e libro Cuore- ci parla tutti i giorni, lo chiama più correttamente presa d’atto dell’incapacità delle istituzioni di assicurare un minimale livello di decoro e convivenza civile.
Salvare migranti è cosa buona e giusta, tenerli in albergo per 5 anni a spese nostre per poi, nella maggior parte dei casi, rifiutargli (giustamente, perché la maggior parte non sono affatto profughi) il diritto d’asilo e mandarli in strada, in balia del caporalato o dei circuiti criminali, è una sesquipedale scempiaggine. Il “marciapiede” la soluzione ce l’avrebbe (impedire le partenze e selezionare in Africa chi ha diritto alla protezione e chi no) ma la “nuvola” continua a baloccarsi beata dietro una sua personale ed edificante visione del fenomeno, fatta solo di bimbi salvati dalle acque e “risorse” che ci pagano le pensioni. Mai una parola, invece, sugli innumerevoli episodi poco commendevoli (proteste violente per la pasta scotta o il wifi che non funziona, aggressioni, abusivismo commerciale etc.), di cui quotidianamente le “risorse” si rendono protagoniste in ogni angolo d’Italia. Ragion per cui il “marciapiede” si ribella.
Pagare le tasse è cosa giusta, strozzare gli utenti con balzelli esosi oltre ogni ragionevole dubbio e che rendono praticamente impossibile a molti rispettare l’obbligazione tributaria nei confronti dell’Erario, è roba da gabellieri dell’anno mille o da taglieggiatori delle foreste, di quelli che lasciavano i viandanti in mutande, quando andava bene. Ma con Ghino di Tacco e la Rocca di Radicofani non può crescere alcuna economia, anche perché il problema in Italia non è tanto il livello elevato della pressione fiscale, quanto il fatto che gli italiani non hanno ancora capito dove finisca l’enorme massa di denaro che ogni anno passa dalle tasche dei cittadini alle casse dello Stato. Di sicuro non in servizi efficienti e a costi sostenibili. Il “marciapiede” invoca pertanto un abbassamento radicale delle imposte, con contestuale inasprimento delle sanzioni per chi si ostinasse a non voler pagare neppure una flat tax al 15 per cento; la “nuvola” continua ad illudersi che solo con una lotta serrata all’evasione fiscale si potrà far pagare di meno a chi oggi paga troppo.
Ma il confronto “marciapiede” –“nuvola” tiene banco anche in tutti gli altri argomenti oggetto del sondaggio: è innegabile, infatti, che il primo abbia una visione più realistica, anche se più cruda, dell’Unione Europea (non foss’altro perché – ad onta delle sue stimmate popolari – conosce bene la Storia e sa che non esiste Continente meno unificabile dell’Europa), mentre la seconda –povera illusa- è ancora ferma a Ventotene e Spinelli; così come più realistica, e dunque più vicina ai bisogni concreti delle persone, è la posizione del marciapiede in materia di legittima difesa e di rom.
La “nuvola” tuttavia non arretra di un millimetro , anche a costo di coprirsi di ridicolo, forte delle nutrite falangi di appassionati sostenitori, soprattutto tra l’ intellighentia alto-borghese di sinistra, che da sempre ne divulgano e difendono il credo. Il problema è che c’è stato un matrimonio mefitico, negli anni successivi al 68, tra il pietismo cattolico e la versione anarchico-libertaria del marxismo, e noi di questo sposalizio contro-natura (che si separa temporaneamente solo in materia di diritti civili) paghiamo ancora le conseguenze. Prima di allora, infatti, il trinariciuto e monolitico PCI post-togliattiano e un PSI libertario sì ma fesso no avevano della sicurezza dei cittadini (l’immigrazione dall’estero all’epoca di certo non era ancora un problema) un’opinione ben diversa da quella minimalista (“ si semina paura ingiustificata”, “i reati sono diminuiti”) o da aspersorio (“la vita umana è sempre sacra”) che domina oggi nei salotti radical –chic o negli studi televisivi. La conseguenza di tutto questo è che invece di inasprire le pene per i furti e la rapine in appartamento e, soprattutto, di renderle effettive, la nuvola e i suoi derivati (Associazione Antigone etc.) continuano imperterriti a sfornare o suggerire riforme (per modo di dire) che rendono praticamente impossibile mandare in galera i lestofanti. Il risultato è che il “marciapiede” anche in questo caso si ribella e appone un milione di firme su una proposta di legge che dovrebbe rendere altamente rischioso per un ladro violare il domicilio altrui con intenti canaglieschi.
“Volete il far-west! “ urla la nuvola, non rendendosi conto che il “marciapiede” vuole soltanto il “minimo sindacale” del patto tra consociati: uno Stato di diritto.

(articolo del 5 agosto 2016)