Articolo di Francesco Caruso – Gennaio/Febbraio 2019

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Bagattelle per un diploma

Per l’articolo di questo bimestre potevo pescare l’argomento – come sono solito fare- da quel pozzo di San Patrizio che sono le beghe, le sconcezze, le camilleriane minchiate, le indignazioni tartufesche e i voltafaccia indecorosi di cui da sempre la politica italiana è generosa cornucopia, ma per una volta ho deciso di resistere alla tentazione. Le ammalianti sirene del commento politico mi sussurrano in continuazione: “scrivi del premier trattato come uno zerbino a Strasburgo”, “scrivi dell’amore-odio M5-Lega”, “scrivi dell’autorizzazione a procedere per Salvini” “scrivi delle elezioni in Abruzzo” ecc., ma io come Leonida alle Termopili o le armate italiane sul Piave, non arretro. Segnalo soltanto che Calenda si sta rivelando per svariate ragioni, da uomo di idee sostanzialmente conservatrici, l’unico in grado di resuscitare un partito di sedicente sinistra (il PD), non ultimo per il fatto che sia stato l’unico esponente dell’opposizione cd. progressista (risate in sottofondo) a biasimare l’insulto rivolto da un parlamentare olandese al presidente del Consiglio Conte (“burattino”), mentre la fascinosa deputata Morani non ha trovato niente di meglio da dire, per controbattere, che ricordare gli insulti di Salvini a Renzi in occasione delle comparsate di quest’ultimo in Europa.
Comprendendo bene che sarebbe difficile spiegare all’ inappuntabile pasdaran renziana in tacchi a spillo la differenza tra un’offesa fatta da un politico italiano ad un altro politico italiano e un’offesa fatta da un politico straniero al capo del governo italiano e per giunta in presa diretta, passo oltre. Come pure passo oltre, invocando il salvacondotto della carità di patria, sul surreale dibattito dell’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno, col PD che dopo aver sottratto al giudizio della magistratura fior di onorevoli mascalzoni, con ampia varietà di scelta tra corrotti e grassatori, indossa la tonaca di Bernardo Gui per una vicenda che odora a miglia di distanza di atto squisitamente politico e per giunta condiviso da tutto l’esecutivo gialloverde, Conte, Di Maio e Toninelli in testa.
Non sarà vano ricordare, a tale proposito, che se gli atti politici (rectius, le persone fisiche che li adottano) non sfuggono ovviamente all’occhio del giudice penale, di converso sono sottratti per legge a quello del giudice amministrativo (art. 31 R.D. 1054/1924, cd. TU Leggi Consiglio di Stato ,art. 7, c.1, Codice del processo amministrativo), a testimonianza della loro peculiare singolarità nel panorama delle vicende di diritto pubblico. E’scontato che il sequestro di esseri umani non potrà mai sottrarsi alla scure del codice Rocco, ma l’impedire per ragioni di ordine pubblico lo sbarco di stranieri irregolarmente approdati sul suolo italiano, a modestissimo parere di chi scrive sì, purché siano assicurati (cosa regolarmente avvenuta sulla Diciotti) l’assistenza medica, i generi alimentari e i presidi di igiene e benessere della persona. Ci si dimentica infatti sempre, in casi come questi, che per regola generale gli stranieri che si presentano ai valichi di frontiera privi dei requisiti richiesti dal T.U. Immigrazione per l’ingresso nel territorio dello Stato, per l’art. 10, co. 1, del medesimo T.U. (norma esistente fin dalla sua versione Turco-Napolitano) dovrebbero essere respinti immediatamente, cosa che da qualche anno non avviene praticamente mai grazie all’illuminato escamotage del “sono profugo”, in combinato disposto con la proverbiale capacità italica di mandare in vacca persino l’organizzazione di una pesca di beneficenza (ogni riferimento alla premiata ditta Buzzi&Carminati è fermamente voluto).
Ma lasciamo Matteo Salvini nel giardino di casa, impegnato nella costruzione dell’edicola votiva dei santi Letta e Renzi ( dove li trova altri due avversari politici che gli regalano il primo posto permanente nella hit parade del gradimento popolare?), e veniamo all’esimio Dott. Alberto Forchielli.
Chi è Alberto Forchielli? Chi segue le trasmissioni televisive di Giletti lo conosce bene, per tutti gli altri spieghiamo brevemente che è un dioscuro di Oscar Farinetti, ossia un imprenditore che pontifica di economia dall’alto delle sue indubbie competenze e del suo successo imprenditoriale, distribuendo gratis in tv pillole di erudizione finanziaria. E fin qui niente male, Forchielli è personaggio davvero di successo nel suo ramo, con conoscenze e apprezzamenti internazionali di alto livello. Quello che si obietta al Dott. Forchielli è la sua entusiastica adesione, rivelata all’universo mondo nel corso di una delle ultime puntate di Non è l’Arena, a quella congrega liberista, francamente ormai alquanto barbogia e pedante, che pretende di risolvere i problemi occupazionali dei giovani italiani spedendoli tutti a studiare discipline tecniche e scientifiche. E’ noto infatti agli spettatori della 7 e non solo , anche per l’eco mediatica che ha avuto l’episodio nei giorni successivi, la reazione scomposta e per molti versi comica del guru in questione alla notizia che una delle ospiti in studio, una ragazza disoccupata, possedeva – horrendum auditu –una indecorosa laurea col massimo dei voti in scienze politiche, per giunta aggravata da master e specializzazioni varie con cui la giovane, evidentemente incapace di redimersi con le sue sole forze, ha voluto lardellarla. Alla notizia, il bel faccione emiliano di Forchielli è infatti letteralmente esploso, o quasi. Ha cominciato ad agitarsi sulla sedia, col viso deformato dal dolore come se tenesse un pipistrello nelle mutande e con entrambe le mani – mute e sgomenti spettatrici della tragedia – sui capelli che non ha, emettendo infine, sconsolato e affranto, la voce rotta dall’emozione, il suo insindacabile editto bulgaro sulla povera facoltà di Scienze politiche: “E’ da una vita che vado ripetendo che studiare Scienze politiche e Giurisprudenza non serve a niente”.
Cancellava così, con un colpo di spugna e per fermarci al cortile di casa, la nobile schiatta di scienziati della politica che hanno segnato la Storia d’Italia dal rinascimento ad oggi: Machiavelli, Guicciardini, Sarpi, Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Norberto Bobbio … Tutti perdigiorno che avrebbero impiegato meglio il loro tempo andando dietro a turbine idrauliche, ponti sospesi, algoritmi e diagrammi macroeconomici, invece di scassare i cabbasisi con elucubrazioni cervellotiche sulle migliori forme di governo. Per non parlare poi di quegli azzeccagarbugli spacca capello dei giuristi, che Dio ce ne scampi.
Di contro, nemmeno un cenno a letterati, storici e filosofi, fino a poco tempo addietro i preferiti dagli strali dei santoni della scuola-azienda: quelli Forchielli li ha già seppelliti da un pezzo e ormai ne parla solo a tavola con gli amici quando il discorso cade sull’archeologia.
Sorge il legittimo sospetto, a questo punto, che la società sognata dai Forchielli e dai loro proseliti non si discosti poi molto delle società evocate nei romanzi distopici di scrittori come Aldous Huxley, George Orwell e Ray Bradbury. Soprattutto il primo, il visionario autore del Mondo nuovo, con quel modello di consorzio umano dove l’automobile e il suo inventore sono elevati a religione di Stato, sembra il nume tutelare del forchiellismo, il faro nella notte che illumina il cammino di chi vorrebbe davvero ridurre l’individuo a ciò che mangia e niente più. Un essere riportato agli albori della sua evoluzione e ridotto a primate di produzione e riproduzione, infallibile nel progettare una fusione societaria ma incapace di distinguere una crosta da un capolavoro di Rembrandt e il verso di un poetastro da una lirica di Gozzano.
Ma mettendo da parte per un attimo pianti e alti lai per la scarsa considerazione di cui oggi gode la conoscenza umanistica, sarebbe curioso sapere dal profeta della scuola utile se avrebbe il coraggio di iscrivere a ingegneria elettronica un figlio che al liceo prende quattro in matematica e nove in italiano. Perché sa, Forchielli, tra le debolezze umane che le sue infallibili ricette economiche e di strategia industriale non riusciranno mai a domare, ne esistono un paio più ostinatamente refrattarie al telecomando: le attitudini e le passioni.

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Articolo di Francesco Caruso- Novembre/Dicembre 2018

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Il principe e il povero

La vulgata corrente degli orfani del BelTempoCheFu (da non confondere col CheTempoCheFa di faziana noia e origine), orbati da mesi dal piacere tattile e voluttuoso (velluto sulla pelle, oseremmo dire) di parlamenti e governi a guida PD o FI e pertanto pericolosamente vicini alla crisi d’astinenza, è quella – tra le altre perle di adamantina e lirica saggezza, sfornate soprattutto da quella fucina instancabile di talenti puzzonariciti che è Repubblica- che vuole l’esecutivo pentastellato, oltre che brutto, sporco, cattivo e sofferente di bromidrosi (plantare, ascellare e inguinale), anche composto da una masnada disordinata e chiassosa di ciarlatani incompetenti, grezzi e sguaiati, buoni soltanto a cimentarsi nelle gare di rutti e peti delle fiere di paese.
In effetti, a giudicare da certe sortite improvvide dei nostri prodi ministri e dalle gaffe epocali di certi vice-primi ministri (l’uomo composto al novanta per cento di acqua è una roba da targa commemorativa: “qui giacciono cinquanta secoli di studi anatomici”), tanto torto agli ottimati non si potrebbe dare. Ammettiamolo, se le elezioni le vincessero le compagini più fighe, quelle col ciuffo ribelle e lo sguardo assassino, non ci sarebbe partita: gli illustri esponenti dell’ordine equestre e senatoriale dinnanzi a tanto scoreggiar di plebe vincerebbero già prima del fischio d’inizio.
Ma le elezioni , nei Paesi democratici dell’Europa MastroLinda, così diversa (si nota l’ironia?) dai volgari e cisposi despoti che comandano la Russia Putinata e l’America Trumpata, purtroppo per il patriziato colto e raffinato delle conventicole boldrino-renziate e olgettino-papistiche talvolta le vincono le armate brancaleone dei villici e degli straccioni, ragion per cui le fregnacce, come direbbero a Roma, da mesi nel cielo, più che volare, saettano e c’è chi sussurra che stiano addirittura preparando una missione su Marte.
Però il qui scrivente, figuro di indole malmostosa, umbratile e agnostica, alle verità rivelate crede poco da sempre, specialmente quando tali verità vengono spiattellate con burbanza cicisbea da chi, dati alla mano, in passato non è che abbia fatto fruttare più di tanto, pro bono Italia, tutto quel popo’ di sapienza e competenza che millanta in continuazione da quando è stato sloggiato dalla stanza dei bottoni. Pertanto, muovendo dall’assunto che ognuno di noi deve intestarsi un obiettivo nella vita e perseguirlo, il suddetto ha deciso di “far le pulci”, come si suol dire, alla tanto decantata perizia accademica di lor signori, portando alla luce, novello Schliemann, la necropoli delle boiate sertomunite.
Dovendo necessariamente limitare il campo di ricerca alle discipline giuridiche e, dunque, all’attività legislativa, mi aspettavo – fuorviato dalle grancasse assordanti della propaganda anti-populista ed eurodulica — una ricerca ostica, mesi e mesi di studio matto e disperatissimo, occhi consumati a tentar di scovare l’ inciampo, la svista, il refuso manigoldo, la sdrucciolata traditrice che per colpevole infingardaggine viola inopinata la divina perfezione di incisi, lemmi, commi, paragrafi e capoversi.
Vai a sapere che invece bastava andarsi a leggere le stime dell’ultima manovra economica dei pedanti per rendersi conto che i peracottari erano già tra noi. Vai a sapere che bastava andarsi a leggere quel capolavoro insuperato di scelleratezza giuridica che è il decreto legislativo n. 7 del 2016 (quello che ha trasformato numerosi reati in illeciti civili, costringendo le vittime a pagarsi un avvocato e ad intentare una causa presso un giudice civile per veder riconosciute dopo almeno 8 anni, se va bene, le proprie ragioni) per capire che forse abbiamo avuto a che fare con politici laureati alla Radio Elettra. Vai a sapere che bastava andarsi a ripassare la Via Crucis di tutte le scempiaggini e le furberie cenciose (l’abolizione nel settore privato dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori su tutte, per il sommo gaudio del padrone o del manager ansioso di portarsi a letto la segretaria recalcitrante) “evacuate” da mister Renzi e dai suoi contubernali in tre anni di governo con la benedizione della Commissione europea, quella stessa che fino a ieri ha fatto la vestale profanata per la manovra dell’esecutivo in carica. 
E va bene, obietterà qualcuno , questo è quello che ci hanno lasciato in eredità i “principi”, ma i “poveri” attualmente al potere finora non sono stati da meno in quanto a figuracce, approssimazioni, dilettantismo e sciupio della (poca) materia cerebrale in dotazione. Può darsi, però ieri alla Camera, per limitarci alle novità dell’ultima ora, è stata approvata una legge anticorruzione che ha fatto imbufalire Berlusconi (notizia che per la stragrande maggioranza degli italiani equivale ad una vittoria della nazionale ai campionati del mondo di calcio) e stamane il premier Conte e il ministro Tria, considerati da intellettuali e organi di informazione nulla più che proiezioni olografiche, hanno ottenuto il via libera dei cerberi di Bruxelles ad una legge di bilancio che originariamente doveva fermarsi all’1,6 di deficit e che, grazie al bluff pokeristico del 2,4, è riuscita a salire fino al 2 per cento senza intaccare nella sostanza i provvedimenti-bandiera dei due partiti della coalizione.
Se questi sono i dilettanti, i professionisti per me possono essere ceduti in massa e senza rimpianti alle formazioni della Amstel Ligue, massima divisione calcistica del Burundi.

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Articolo di Francesco Caruso – Ottobre 2018

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Un carrello in meno , un po’ di dignità in più

Scrive Carlo Marx che la voracità del capitale, vampiro assetato del sangue vivo del lavoro umano, è tale da non conoscere confini. Se il capitale non viene limitato con le lotte e con le leggi, si prende tutto, fino all’ultima cellula del corpo, fino all’ultimo minuto della giornata lavorativa.Diego Fusaro

Leggo sempre con piacere gli articoli che il giovane filosofo Diego Fusaro scrive sul FQ e ne condivido quasi sempre i contenuti. Fusaro in Italia è il massimo esponente, insieme a Bagnai, di quell’intellettualità di sinistra che ha abbracciato un’idea di sovranismo distante anni luce, malgrado le maldicenze dei detrattori, dall’orbanismo salviniano e che trova la propria sponda politica (fatta eccezione per Bagnai, eletto con la Lega) nel movimento di Beppe Grillo.
Il professore torinese recentemente si è inserito, con un articolo sul quotidiano diretto da Marco Travaglio, sulla vexata quaestio, innescata dal governo gialloverde, dell’apertura domenicale e notturna degli esercizi commerciali, ovviamente esprimendo, da buon marxista ortodosso, punti di vista nettamente favorevoli ad una limitazione della liberalizzazione selvaggia del settore in atto fin dal 2012 grazie ad un provvedimento dell’esecutivo Monti. Il governo Conte infatti pare fermamente intenzionato a varare, entro la fine dell’anno, norme che ripristinino quantomeno la turnazione tra gli esercizi, restituendo ai lavoratori il riposo settimanale domenicale e la fruizione delle altre giornate festive. Insomma, l’ennesimo colpo di piccone dell’esecutivo in carica a quell’ ordo iuris affermatosi negli ultimi trent’anni che ha elevato il mercato a misura di tutte le cose.
E fino a qui nulla di nuovo: il governo dei populisti, come viene spregiativamente definita l’alleanza Lega-M5S, per distinguersi nettamente da chi lo ha preceduto deve necessariamente adottare politiche di natura diametralmente opposta. D’altronde, il consenso larghissimo di cui gode tuttora (ma più che di mero consenso dovremmo parlare di vera e propria egemonia, nel senso gramsciano del termine) si fonda proprio sulle aspettative di radicale cambiamento rispetto al passato nutrite da una vasta parte della pubblica opinione. Da ciò, con riferimento a quelli già emanati o in gestazione, i provvedimenti contro l’immigrazione, per lo smantellamento dei consolidati rapporti simbiotici – e troppo spesso anche fetidi – tra potere politico e grandi gruppi industriali (il caso Morandi), per il contrasto al precariato o in materia di sicurezza e legittima difesa.
Quello che personalmente mi sorprende, casomai, non sono tanto le scelte di Conte e dei due vice premier, quanto la reazione irruente e scapigliata di una certa opposizione di sinistra (o presunta tale) a riforme che di sinistra, ictu oculi, invece ne contengono parecchia. Posso capire che la gauche da sacrestia che ci ritroviamo, sortita dal brodo primordiale seguito alla caduta del muro di Berlino e dal conseguente smarrimento delle bussole ideologiche, alzi gli scudi di fronte ai comportamenti dell’attuale maggioranza su temi come immigrazione e sicurezza. Comprendo invece molto meno il pollice verso sul decreto dignità o sull’emanando disegno di legge che dovrebbe contenere le aperture domenicali dei negozi.
Limitandoci a quest’ultimo argomento di polemica politica, fa una certa impressione sentire esponenti del PD difendere a spada tratta leggi che di fatto- basterebbe indire una seria consultazione tra gli interessati per rendersene conto-hanno tranciato diritti e dignità a tantissimi lavoratori, tra l’altro in nome di una aprioristica difesa del consumatore che, se è cosa buona e giusta quando le legittime prerogative di costui vengono lese o minacciate dalla protervia delle aziende, non lo è certamente quando viene sbandierata per perpetuare i soprusi della parte datoriale su una categoria di salariati già contrattualmente fragile ed esposta qual è quella degli addetti alle vendite di supermercati e centri commerciali.
L’infanzia, l’adolescenza e la gioventù di chi scrive sono state vissute in una società dove i negozi di notte e nei festivi rimanevano chiusi a doppia mandata e tuttavia la cronaca non ha mai registrato manifestazioni di piazza e pubbliche petizioni contro l’impossibilità di comprare il detersivo per i piatti o il surgelato appena finita la messa, forse anche perché all’epoca non c’era bisogno di spiegare al popolo che il trasporto pubblico e gli altri servizi pubblici essenziali (così come bar e ristoranti) sono cosa ben diversa dal parmigiano h24. L’uzzolo irresistibile di tenere perennemente alzate (o quasi) le saracinesche è figlio, come sottolinea giustamente Fusaro, del delirio consumistico innescato dall’idolatria neocapitalista dei nostri tempi.
Niente di male, in fondo, se all’apertura indiscriminata dei negozi avessero almeno fatto da contrappeso una turnazione decorosa tra i lavoratori e un sostanzioso aumento delle indennità nei notturni e nei festivi. Ma nulla di tutto ciò è accaduto: l’occupazione – al contrario di ciò che da giorni vanno cianciando le imprese del settore – in questi ultimi anni non ha subito significativi incrementi (casomai il contrario…) e pertanto la turnazione tra i lavoratori è rimasta praticamente lettera morta mentre le ore lavorate nei festivi e nei notturni, contrariamente a quanto si verifica nei servizi pubblici essenziali, sono state semplicemente “spalmate” nella retribuzione ordinaria.
Il risultato finale è stato una spaventosa licenza di sfruttare confezionata dallo Stato a favore di società commerciali e di multinazionali che non avevano certo bisogno di ulteriori regalie per impinguare utili di per sé già abbastanza ghiotti. L’obiezione, avanzata da chi vorrebbe mantenere l’attuale sistema di orari, che basterebbe contrastare con le armi del diritto eventuali abusi e speculazioni sulla pelle dei lavoratori, cozza miserevolmente con la comprensibile refrattarietà di questi ultimi – per motivi che neppure vale la pena di ricordare – a denunziare le soperchierie padronali. A questo punto, dunque, meglio un obbligo di legge obiettivamente accertabile e sanzionabile dai pubblici ufficiali senza la necessità di ricorrere a testimonianze di supporto, quale può essere quello di chiudere l’esercizio in certi orari e certe giornate. Senza contare che, volendo, in fin dei conti si potrebbe anche varare una riforma a due velocità, raggiungendo il duplice scopo di restituire alle famiglie e al riposo i dipendenti delle grandi e medie strutture di vendita riducendo al contempo la forbice dei profitti tra queste ultime e le piccole botteghe a conduzione familiare: turni per le grandi e medie strutture, libertà assoluta di apertura per il negozio sotto casa.
Un carrello in meno di spesa per noi e un briciolo di dignità in più per i contraenti deboli di un rapporto di lavoro: in certi casi non ci vuole poi molto a far cose di sinistra.

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