Articolo di Francesco Caruso – Marzo 2018

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Da un Matteo all’altro.

“Vuole sapere di cosa muore il PD?Di negazionismo. Noi diciamo spaccio e loro non è vero. Diciamo degrado e loro non è vero. Alla fine la gente capisce che qualcuno vede e qualcuno non sa che fare” Nicola Lodi detto Naomo.

Scherzi del destino e dell’onomastica, la tornata elettorale nazionale di ieri ha un vincitore che porta lo stesso nome di battesimo di quello delle Europee del 2014. Al di là , infatti, dello scontato trionfo dei 5Stelle, primo partito in assoluto col il 32 per cento dei consensi, la vera sorpresa delle elezioni è stata risvegliarsi con la Lega quasi al 18 per cento, ad un punto solo di distacco dal PD. Un PD scioccato, messo all’angolo del ring elettorale, umiliato e offeso da una debacle di voti che in queste proporzioni francamente nessuno poteva  immaginare.
Matteo Salvini ha stravinto una sfida che pochi avevano capito. Considerato unanimemente (e stupidamente) niente più che un volgare imbonitore da fiera di paese, Salvini la sua campagna elettorale non l’ha mai giocata contro il PD o i 5 Stelle. Non erano quelli i suoi obiettivi. Ben consapevole che difficilmente la sua giovane Lega nazionale, quantunque così radicalmente diversa da quella delle ampolle, del dio Po e dei tricolori usati al posto della carta igienica, avrebbe potuto infastidire nelle urne la corazzata di Beppe Grillo, ha puntato tutto su un bersaglio molto più facile da colpire e affondare: Berlusconi.
Missione compiuta: Berlusconi e il suo partito da oggi non sono più la forza trainante del centro destra italiano ma i cugini poveri di un movimento che, al netto di ruspe e di altre amenità poco politically correct del suo leader, ha capito ed intercettato alcuni dei malesseri più profondi dell’elettorato italiano, sia moderato che progressista, in primis quello dell’immigrazione.
Per anni ci hanno intontito con la leggenda che la maggioranza del popolo italiano aveva un atteggiamento benevolo nei confronti dei barconi e della enorme (almeno per il nostro Paese) massa di profughi e presunti tali che abbiamo raccolto in mare dal 2011 ad oggi. Per anni politici, intellettuali e giornalisti di area ci hanno rintronato le orecchie con articoli, interviste e testimonianze che decantavano la bontà e la giustezza di una accoglienza senza limiti e senza “buratti” di alcun genere, a cominciare dai motivi della migrazione clandestina (che, se economica, è e rimane contra legem) e dalla fedina penale di chi emigra. E lo facevano con tanto fervore e convinzione da far sembrare, incredibile visu , molto più moderati e ragionevoli gli appelli all’accoglienza dei sacerdoti.
La migliore risposta a costoro sono i risultati elettorali di Macerata, dove la Lega è in testa alle preferenze. Macerata, non Varese, attenzione. Macerata, la città di Traini e quella dove la sinistra ha organizzato appena un paio di settimane fa una imponente manifestazione antirazzista che, nelle intenzioni degli organizzatori, avrebbe dovuto tastare il “polso” della cittadinanza nei confronti del problema. Macerata alla fine ha votato e votando ha fatto cortesemente sapere a lor signori che non è certo la città di Traini, quello no, ma la città di Pamela sì.
Ma se andiamo a scomporre regione per regione i risultati del partito di Salvini, scopriremo che la tanto vituperata Lega razzista, xenofoba e parafascista prende in genere tra il cinque (Sicilia) ed il sette per cento (Puglia) delle preferenze al sud Italia, ossia in posti dove in precedenza non aveva mai osato affacciarsi e dove una certa letteratura cartolinesca tanto gettonata quanto fasulla ci aveva fatto credere che lì vivono persone ben disposte ad accogliere gli ospiti sempre e comunque, a prescindere dal loro numero e dalla concreta possibilità che si trasformino rapidamente in padroni di casa.
In tutto ciò il PD e Forza Italia hanno continuato a non comprendere un beato obelisco di dove volesse andare a parare il furbo Matteo Felpa.
Il PD di Renzi, additato come il principale responsabile del vulnus di sicurezza e decoro che la gestione demenziale delle migrazioni africane ha determinato nella vita dei cittadini italiani, non ha saputo fare di meglio che continuare a sottostimare il problema, sbandierare le solite lagne buoniste e mandare a memoria la favola degli immigrati che ci pagano le pensioni (ma quali? Quelli regolari che non possono più venire in Italia da anni a causa dei barconi?). I partiti a sinistra del PD – LeU in prima fila – convinti che i mal di pancia del popolo progressista derivassero unicamente dallo scarso pedigree di sinistra del renzismo , sul fronte immigrazione e sicurezza hanno addirittura rincarato dose e toni, ottenendone come risultato la totale irrilevanza politica (qualcuno avvii al più presto le ricerche dei simpatizzanti di Boldrini, Grasso e co.). Ennesima prova che l’elettore medio di sinistra – se lo ficchino bene in testa una volta per tutte – rivuole sì l’art. 18 ma anche la via di casa sgombra di spacciatori e prostitute.
In risposta a queste inquietudini , fondate o meno che siano (ma i dati della cronaca di tutti i giorni avallano più la prima che la seconda ipotesi), Renzi mesi fa si è giocato la carta Minniti, l’unico uomo di sinistra ad aver compreso la gravità del problema e la necessità di porvi rimedio. Mossa azzeccata ma rimasta isolata: le iniziative prese dal neo ministro dell’Interno per arginare il fenomeno migratorio, pur avendo ottenuto l’insperato risultato di ridurre enormemente i flussi (si è passati da duemilacinque-cinquemila trasbordi a settimana a poche centinaia di unità), sono state fatte oggetto, all’interno dello stesso PD, di contumelie reiterate e vergognose, col titolare del Viminale dipinto quasi come una sorta di novello Farinacci, un finto sinistro in fez e camicia nera. Tali e tante sono state le accuse indecenti lanciate al suo indirizzo dalla sua area politica di appartenenza e dal mondo cattolico, che alla fine Minniti si è autocensurato, pesando le parole col bilancino ogni volta che veniva interpellato sull’argomento migranti. In tutto ciò Matteo Renzi, invece di regalargli le chiavi della segreteria del PD (questa sì una mossa che forse avrebbe potuto mettere una pezza più grossa del buco), non ha mai speso un sospiro in difesa del ministro, lasciandolo in balia dei Saviano e dei Gino Strada. La fine è nota.
Ma se a Rignano si piange, ad Arcore di certo non si ride. Al dioscuro ottantenne di Matteo Renzi stavolta il gioco di prestigio non è riuscito. Convinto di aver a che fare col solito leghista rompiballe in cerca di poltrone, non si è reso conto che il giovane virgulto padano voleva soltanto togliergli da sotto il sedere lo scanno di storico leader della coalizione di centrodestra. Qualcuno dentro il suo partito avrà certamente provato a spiegargli che con Salvini l’epoca delle canottiere e dei rutti liberatori dell’amico Umberto erano finiti e che non sarebbe bastato promettergli l’apertura di un altro parlamento del nord a Cassano d’Adda (per dire) per rabbonirlo, ma il Cavaliere, si sa, oltre alla passione per le donzelle, ne nutre un’altra, devastante, per il proprio ego e per l’incrollabile fiducia nella propria visione di uomini e cose. Anche qui la fine è nota.
E ora? Ora l’errore che non dovrebbe commettere Matteo Salvini (lo dico pro domo sua) è di abbandonare la linea nazionale per tornare a trincerarsi nelle classiche” ridotte della Valtellina” della Lega di bossiana memoria. E’ vero che la stragrande maggioranza dei voti l’ha presa al settentrione e  in alcune regioni centrali della Penisola, ma è pure vero che l’abbandono dell’antimeridionalismo e antipatriottismo da bettola che caratterizzava la versione 1.0 della Lega era sgradito anche a parecchi elettori moderati del nord, offesi nel loro affetto per l’inno di Mameli e per il nonno di Battipaglia.
Quegli elettori, che fino a sabato scorso votavano Forza Italia o la galassia ex Dc, ieri hanno votato Lega (non più solo Nord). Da qui a vedere Salvini assiso su una scrivania di noce col tricolore e la bandiera della Ue dietro le spalle (com’è è strano il destino degli uomini…) poco, quindi, ci potrebbe mancare. Magari solo il tempo che i Cinque Stelle deludano gli aficionados sul principale tema – calamita della loro campagna elettorale (siamo onesti) : il famigerato reddito di cittadinanza. Nel frattempo proseguirà imperterrito – ci possiamo scommettere fin da adesso – il consueto lancio di stracci a sinistra, con quella più a sinistra ad accusare l’altra di aver rinnegato i sacri dogmi della sinistra e la seconda ad accusare la prima di aver fatto la sfasciafamiglie. E via di questo passo fino al disastro prossimo venturo.

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