Articolo di Francesco Caruso – Giugno 2018

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Il nemico alle porte (o forse no).

“Stava lì nel suo sorriso a guardar passare i tram, vecchia pista da elefanti stesa sopra al macadam” Paolo Conte, Sparring Partner

Manca solo l’evocazione della peste nera, il flagello di proporzioni bibliche che colpì l’Europa del 300. Per il resto, opinionisti, uomini politici e intellettuali d’area non si sono fatti mancare niente. A memoria d’uomo, non si ricorda una tale coesione trasversale come quella che ha affratellato la sinistra riformista (Pd) e la destra liberale (Forza Italia) nelle critiche, spesso veementi e scomposte, al governo giallo-verde nato la scorsa settimana. La più scontata e banale: quella dei barbari alle frontiere della civiltà, con l’invocazione a rintracciare al più presto un novello Caio Mario. La più inquietante: quella che ha idealmente messo sulla testa di Di Maio e Salvini lo Stahlhelm, il caratteristico elmetto in acciaio delle truppe tedesche dei due conflitti mondiali.

Diciamocela tutta, c’è da giorni un coro starnazzante e fastidioso di oche antropomorfe che corrono freneticamente  dentro il cortile Italia per avvertire il fattore dell’arrivo di chissà quale calamità.  Bisognava aspettare  il governo Conte per vedere la redenzione del millenarismo medievale…Tuttavia si ha l’impressione che  più s’affannano a mettere in guardia contro il baubau  e più cresce nella pubblica opinione la simpatia verso lo strano ircocervo messo in piedi dai segretari di Lega e Cinquestelle.

Perché? La risposta è semplice: il Salvimaio, per quanto possa sembrare un’accozzaglia  barricadera e sguaiata di personaggi e idee antipodiche, risponde attualmente ai bisogni della stragrande maggioranza degli elettori e rappresenta quella sintesi di politiche di sinistra e politiche di destra che tantissimi cittadini italiani chiedono da tempo.

La sinistra e Matteo Renzi oggi scontano innanzitutto gli esiti nefasti di una “mutazione genetica” (per dirla con Riccardo Lombardi) iniziata nei primi anni 90 ma che soltanto nell’ultimo decennio ha avuto una accelerazione inarrestabile e travolgente: accantonata e messa  in stand by la difesa dei diritti sociali, tremebondo e pusillanime  il fronte progressista si è arreso senza colpo ferire  alla narrazione neoliberista, perseguendo politiche di rigore e  di  demolizione del welfare che, senza apportare benefici sostanziali alla tenuta dei conti pubblici (la crescita del debito pubblico non ha subito la benché minima battuta d’arresto negli ultimi 5 anni), gli ha alienato le simpatie e i voti di larghe fasce della popolazione. Quello che si chiede da sempre alla sinistra non è certo l’ammiccamento ruffiano con l’apparato industriale e finanziario, eppure il riformismo da troppi anni in materia di politiche economiche ha trasmesso involontariamente agli elettori la sensazione di trovarsi più a suo agio  a Villa d’Este che dentro le fabbriche.

Ugualmente funesto per i destini del progressismo tricolore è risultato poi l’atteggiamento eccessivamente cedevole e benaltrista della sinistra, sia radicale sia moderata, in tema di sicurezza e immigrazione. Non si possono varare in continuazione provvedimenti tesi a evitare la carcerazione preventiva, praticare sconti di pena e concedere benefici di ogni tipo in sede processuale sperando di non pagar dazio in cabina elettorale. Non si può gridare allo scandalo quando il padrone di casa spara al ladro e tacere quando il ladro aggredisce il padrone (evenienza, quest’ultima, molto più frequente della prima). Tutto ciò può far piacere ad un certo universo minoritario di intellettuali liberal altoborghesi con casa all’Olgiata e le effigi di Rousseau e Cesare Beccaria in salotto, di certo non all’uomo della strada che in  questi anni  ha visto aumentare a dismisura i reati predatori, in primis i furti in abitazione, senza riscontrare una adeguata e proporzionata risposta dello Stato.

Il tema della sicurezza si intreccia inevitabilmente con quello dell’immigrazione, malgrado la sinistra in questi anni abbia fatto di tutto per tenerli distinti, ritenendo sacrilego il solo volerli accostare. Sulle politiche migratorie il PD ha fondato la sua stessa scommessa di società, perseguendo obiettivi d’accoglienza e di integrazione che sono andati puntualmente ad infrangersi contro i numeri ingestibili degli sbarchi, la tipologia delle persone raccolte in mare (profughi, migranti economici, gente perbene e meno bene), la capacità d’assorbimento del sistema. Una Prefettura che spedisce (com’è accaduto) cinquecento giovani africani in una frazione di montagna con poche decine di residenti, per lo più anziani, è la cartina al tornasole del fallimento di un intero progetto.

Al di là delle belle parole di circostanza e degli esempi edificanti di migranti che catturano scippatori 0 che aiutano a tener puliti i giardini pubblici, quello che resta negli occhi di chi va a votare sono il degrado delle periferie (ma non solo), la banlieue sotto il proprio balcone, le risse a colpi di bottiglia tra individui di etnie diverse, il proliferare di spaccio,  prostituzione e violenza. Quello che resta negli occhi dei cittadini, piaccia o meno  sono gli  assassini di Pamela o i migranti che aggrediscono nei treni i controllori perché sorpresi a viaggiare senza biglietto. In tutto ciò la sinistra ha giocato alle tre scimmiette (la “pezza” Minniti è arrivata tardi), preferendo ingraziarsi la CEI (che, come ogni istituzione ecclesiastica, non ha responsabilità politiche e può sostenere liberamente tutto e il contrario di tutto), gli scrittori come Erri De Luca e il cascame della variopinta e rumorosa sociologia noborders, piuttosto che ascoltare i territori.

Ma quello che non hanno fatto i partiti di sinistra ha promesso di farlo la Lega, che infatti ha triplicato i suoi consensi (raccogliendone a palate anche al sud grazie alla sua metamorfosi sovranista); così come  quello che non ha fatto o fatto male  il PD nel campo del lavoro e del sociale (pensiamo a provvedimenti sciagurati come l’abolizione dell’art. 18 nel settore privato), hanno promesso agli elettori di farlo o di farlo molto meglio  i pentastellati. Convincendoli. Perché in certi casi, non me ne vogliano i fan di Mc Luhan,  il messaggio è il mezzo e non il contrario.

Sta tutto qui il segreto della genesi del governo Conte e della strana coppia Salvini –Di Maio, ossia negli errori e nella miopia della sinistra e del PD in particolare, un partito che ha fatto la destra dove avrebbe dovuto fare la sinistra e si è intestardito a voler fare la sinistra in ambiti dove sarebbe stato il caso di fare un po’ la destra.

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SPECIALE CRISI

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Era meglio morire da piccoli

Il Presidente della Repubblica ha un ristretto margine di discrezionalità nella scelta del Presidente del Consiglio (mentre non ne ha alcuno nella scelta dei ministri, formalmente demandata al Presidente del Consiglio), proprio perché’ egli dovrà tenere nel debito conto le indicazioni che gli vengono date da parte di coloro che sono gli interpreti della volontà e degli orientamenti del Paese e delle forze politiche rappresentate in Parlamento (Temistocle Martines, Diritto costituzionale, X ed., pag.346-347)

Con l’età che inesorabilmente avanza e s’approssima a raggiungere il traguardo delle sessanta candeline, il cervello, si sa, qualche colpo comincia a perderlo. Sarà per questo che, pur indagandone a fondo i recessi, davvero non riesco a far riemergere dalle brume della memoria il giorno in cui l’Unione Europea ha smesso di essere una mera organizzazione transnazionale di Stati per assidersi, come certi imperatori romani, accanto agli dei dell’Olimpo.

Eppure deve essere accaduto. Dev’esserci stata per forza una deificazione in vita (anche se la parola “vita” con la Ue va adoperata sempre con grande parsimonia) delle istituzioni comunitarie analoga, a parte Ottaviano Augusto e alcuni suoi successori, a quella che  i rivoluzionari francesi tributarono alla Dea Ragione e al  culto dell’Essere Supremo.

Non si spiegherebbe altrimenti  l’ostinazione di un cattolico devoto come il Presidente della Repubblica nel rifiutare una personalità di spessore come Savona  al Ministero dell’Economia dell’ormai trapassato governo Di Maio –Salvini.  Abbiamo avuto Capi dello Stato che hanno digerito senza nemmeno una alzata di ciglia gente come Antonio Gava e Angelino Alfano al Viminale  (cito i primi due nomi che mi vengono in mente), ma al Colle pare si ricordino della Costituzione (male peraltro, a voler dar credito ad uno dei massimi costituzionalisti italiani di tutti i tempi come il compianto prof. Martines)  soltanto quando c’è da nominare Gratteri ministro della Giustizia e Savona ministro dell’Economia.

Evidentemente, ormai in Italia si può parlar male pure della Madonna Pellegrina (per dire), ma guai a dire che le mafie vanno combattute senza indugi o che qualcosa nell’architettura comunitaria andrebbe rivista.

Ieri sera è andato in onda un finale di partita francamente imbarazzante, con un PdR che – spiace dirlo – non è riuscito a dimostrare quale pericolo per la democrazia e la stabilità del Paese si potesse mai palesare spedendo il prof. Savona a via XX Settembre, tenuto conto delle dichiarazioni in zona Cesarini con le quali Savona ha allontanato il sospetto di essere il Pietro Micca dell’euroscetticismo con lo stoppino acceso in mano e soprattutto che le critiche alla gestione dell’Eurozona, oltre ad essere pienamente legittime e condivise da un ventaglio di studiosi (pensiamo a Fitoussi e a Krugman) e politici di  ogni orientamento (Fassina su tutti), non hanno certo un peso specifico superiore alle fedine penali e morali di tanti, troppi aspiranti ministri e premier sui quali nessun Presidente ha mai avuto nulla da obiettare.

Di contro, Mattarella è invece pienamente riuscito, certamente contro le sue stesse intenzioni, a dimostrare che la sovranità nazionale in Italia è da tempo una ipotesi di scuola, perché è stato chiaro anche ai lattanti che il niet a Savona non ha avuto origine al Quirinale bensì in stanze e palazzi ubicati oltreconfine. Così come altrettanto chiaro è apparso che l’insistenza di 5S e Lega sul nome di Savona era diventata nel tempo, per i due partiti, una “linea del Piave” (per dirla con Mario Sechi) sulla quale non avrebbero ceduto, avendo ben compreso che l’aperta ostilità dell’ establishment nazionale e soprattutto estero nei confronti del nascente esecutivo gialloverde – non potendo manifestarsi in altre forme, a parte una campagna di stampa e d’opinione di inaudita virulenza – si stava concentrando sulle pressioni al Capo dello Stato nella scelta dei nomi per i ministeri chiave (siamo sicuri che, accettata obtorto collo la sostituzione di Savona, Mattarella non avrebbe poi avanzato riserve su altre caselle del palinsesto  governativo?).

E’ vero, c’era l’alternativa Giorgetti, uomo di peso di  Salvini, gradito (apparentemente) al Colle e anch’egli esperto di affari economici. Ma esperto quanto? Di sicuro non quanto Savona, per diretta ammissione del diretto interessato. Il che fa sorgere il legittimo sospetto, volendo assecondare (con le debite cautele) lo Spectre-pensiero, che le camarille euroduliche interne ed estere, come ultima spiaggia,  puntassero ormai tutto su un nome benaccetto al “Salvimaio” ma al contempo notevolmente meno  scafato  di Savona in materia di moneta e trattato di Maastricht. Dunque un ministro suo malgrado yes sir che non sarebbe stato in grado di impensierirle minimamente.

Cosa accadrà adesso? La convocazione di Cottarelli è un segnale ai mercati affinché stamane lo spread ritracci e la febbre di questi ultimi giorni torni a temperature accettabili.  Null’altro. Il governo Cottarelli difficilmente otterrà la fiducia delle Camere e sarà chiamato semplicemente a gestire la transizione verso le elezioni. In tutto questo, tra l’indignazione popolare per l’impressione che i massimi poteri dello Stato siano asserviti ai desiderata di Merckel  & co. e le prese di posizione di PD e Forza Italia fastidiosamente (per gli umori della piazza) condiscendenti con la fermezza quirinalizia, acquistano spessore di verità profetica le parole di D’Alema sul  travolgente successo prossimo venturo dei due gemelli diversi Di Maio e Salvini, dioscuri di una coppia politica tanto improbabile fino a poco tempo fa e tanto solida e affiatata oggi,  per  necessità, circostanze ed errori altrui.

Francesco Caruso

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Articolo di Francesco Caruso – Maggio 2018

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Se la libreria piange più della tasca

Osservazioni ad adiuvandum all’Amaca “classista” di Michele Serra

Credo che tutti i lettori assidui di Repubblica (ma non solo) conoscano l’Amaca di Michele Serra, ovverosia quella rubrica deliziosa che il noto scrittore e giornalista tiene da anni sul quotidiano romano e nella quale veicola, in brevi e icastici concetti, il proprio punto di vista sugli eventi politici o di costume del momento. Sono articoli di poche righe e pur tuttavia sempre estremamente chiari e incisivi. Merito questo dell’inconfondibile stile di Serra, al contempo piano e raffinato come nella migliore tradizione montanelliana. Tuttavia talvolta la necessaria sinteticità del testo, malgrado le indubbie capacità del autore, può ingenerare equivoci e dare la stura alla solita e stucchevole giostra di polemiche sia sui social (dannazione eterna a chi li ha inventati…) che su internet o sui giornali concorrenti.
E’ quello che puntualmente è accaduto dopo un’Amaca della scorsa settimana a proposito del commento di Serra, da molti giudicato classista, su un grave e deplorevole episodio di bullismo scolastico ai danni di un docente accaduto all’interno di un istituto tecnico di Lucca. Cosa ha mai detto Serra di tanto scandaloso da scatenare la solita gazzarra di insulti, derisioni e malevolenze? Ha detto una cosa sgradevole ma estremamente vera: purtroppo certe manifestazioni di inciviltà, per non dire altro, sono più frequenti tra gli studenti degli istituti tecnici e professionali che tra quelli dei licei. Il motivo? L’inopia economica e culturale delle categorie sociali di provenienza della maggior parte degli allievi del primo tipo di scuola, solitamente appartenenti a famiglie in cui scarseggiano soldi e congiuntivi.
Immediati i fulmini e le saette, dalle Alpi alle Piramidi e dal Manzanarre al Reno: Serra ottuso, Serra rimbambito, Serra altoborghese con le puzze al naso, per finire col sempiterno “Serra fascista”, un condimento buono per tutte le pietanze ed asperso in abbondanza alla minima occasione. Ovviamente giudizi del genere sono stati spadellati con generosità e nella loro espressione più rozza e truculenta soltanto nei famigerati social, luoghi dove gli onagri da tastiera, tra una forchettata e l’altra di biada, sfogano in assoluta libertà la propria idiozia compulsiva demolendo a colpi di villanie da taverna e rutto finale azioni, valori e persone (Umberto Eco Santo Subito). Dal canto loro, opinionisti e colleghi di Serra hanno invece espresso, com’era logico attendersi, critiche aspre ma ragionate e soprattutto consone agli insegnamenti di monsignor Della Casa. In entrambi i casi, tuttavia, la sostanza del messaggio è rimasta la stessa: sia gli uni che gli altri, imbevuti di quel donmilanismo da strapazzo che tanti guasti arreca da anni alla società e alla scuola italiane, non hanno capito che le riflessioni di Serra, oltre che rispecchianti in pieno quella che purtroppo è da tempo la realtà quotidiana di tante aule scolastiche, sono tutt’altro che classiste. Quello di Serra è, infatti, nient’altro che un enorme urlo di Munch, l’ urlo di rabbia e indignazione di un progressista erudito, cresciuto a pane e Gramsci (“studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza”), che osserva sgomento il fallimento di uno dei caposaldi valoriali per i quali si è speso e nei quali ha creduto: la diffusione del sapere, e specialmente di quello umanistico, tra le classi meno agiate quale volano di elevazione morale e materiale, fonte di riscatto e di eguaglianza sostanziale – quella che elimina gli ostacoli e offre a tutti le medesime possibilità di partenza (art. 3, comma secondo, Cost.) – strumento principe per la realizzazione di un modello di società improntato al rispetto dei precetti di legge e di civile convivenza.
C’è però nel (corretto) ragionamento di Serra anche la perpetuazione di un equivoco di fondo che nessun commentatore riesce mai a cogliere: oggigiorno le fasce sociali cosiddette inferiori spesso sono tali solo per un pregiudizio ottocentesco duro a morire. Mi spiego meglio: negli istituti tecnici e professionali ci troveremo più facilmente il figlio dell’operaio rispetto al figlio del cancelliere di tribunale, ma non è detto che il primo sia sempre economicamente più povero del secondo. Molto spesso la povertà è soltanto culturale, non economica. Ragion per cui il meccanico, l’artigiano o il negoziante con una situazione reddituale senza particolari patemi mandano la loro prole all’istituto tecnico perché latino, greco e storia per costoro son solo perdite di tempo o perché il ragazzo scrive ancora è verbo senza accento (e dunque, che liceo vuoi fargli fare?); mentre l’impiegato e il piccolo professionista, che di solito non navigano certo nell’oro, preferiscono che i figli comunque vadano al liceo perché danno più importanza alla formazione culturale che agli sbocchi occupazionali immediati.
Per capire che gli squilibri tra le famiglie d’origine di liceali e studenti dei tecnici sovente sono inesistenti o quasi (almeno all’apparenza), basterebbe osservare abbigliamento e accessori (smartphone, ciclomotori ecc.) degli adolescenti che frequentano i due indirizzi scolastici: praticamente identici. La disparità, dunque, non sta tanto nel portafogli quanto nelle biblioteche e casomai, per trovare i rampolli dei veri benestanti, bisognerebbe visitare – oggi come ieri – i licei privati di prestigio, non certo un Terenzio Mamiani qualsiasi. Di contro, i figli della gente veramente povera tuttora si fermano alle medie (l’obbligo scolastico fino ai 16 anni non è coperto da sanzione, il che, in un Paese come l’Italia, equivale a dire che non esiste…), soprattutto perché i costi dei libri di testo delle superiori-liceo o tecnico che sia- per le tasche dei loro genitori sono davvero proibitivi.
Se non comprendiamo questa fondamentale differenza rispetto all’epoca e alla scuola di Don Milani, non riusciremo mai a capire il perché dei bullismi e dei vandalismi dilaganti tra i giovani d’oggi. Quando le carenze sono soprattutto economiche, la rabbia dei giovani provenienti da realtà ambientali svantaggiate ha sempre ed essenzialmente un sostrato di protesta sociale; quando la stessa rabbia promana da studenti espressione di contesti familiari dal tenore di vita bene o male sereno, le cause sono più complesse e vanno cercate altrove, in special modo nel machismo (anche declinato al femminile) e nelle logiche da branco che dominano gli stadi e le periferie delle grandi città (ma questi comportamenti collettivi da tempo si sono espansi pure ai centri medi e piccoli), nell’aggressività elevata a imprescindibile cifra esistenziale individuale (pensiamo alle liti di condominio, oggi autentica piaga sociale e fino a pochi anni addietro fenomeno estremamente circoscritto) nonchè nell’eccessivo risalto e nell’eccessivo seguito che hanno certi cattivi maestri televisivi (gli “eroi” di Gomorra, dica quello che vuole certa sociologia di larga manica, non saranno mai un innocuo intrattenimento e tantomeno un buon esempio): tutti fattori che inevitabilmente esercitano una maggiore presa tra chi ha una confidenza con le pagine di un buon libro inversamente proporzionale a quella che ha con playstation, discoteche e sale giochi.
Miscelate tutto questo con l’infimo livello di considerazione e autorevolezza di cui godono oggi i professori e con la pervicace convinzione di parecchi genitori di avere per figli dei cherubini dal rendimento scolastico bugiardo rispetto alle  eccelse qualità  e avrete come risultato Lucca.

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