PALCOSCENICO -Rubrica di teatro a cura di Antonio Caruso

trasferimento

 

Il breve monologo di Antonio che proponiamo oggi è anch’esso figlio della rabbia e dell’indignazione che hanno segnato gli anni immediatamente successivi alle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Un testo scabro, impietoso come una requisitoria, latore  di uno sdegno cosmico che non concede via di fuga alle colpe e alle complicità. Un testo di drammatica icasticità, che non fa sconti a nessuno e meno che mai a quelle istituzioni pubbliche che le vittime di mafia si illudevano di rappresentare, si illudevano di avere dalla loro parte. Sbaglia chi dovesse credere che Pasolini e il suo famoso “Io so” del 1975 siano qui evocati per motivi di plauso e consenso a buon mercato: il grido di dolore di “Lontano le urla” è pasoliniano per aderenza, non per convenienza; è “naturalmente” pasoliniano, è l’identico grido dello scrittore e regista friulano. Sono solo cambiati i tempi, le vittime e i protagonisti. L’urlo è sempre lo stesso, come identico è il  Dio ferito che lo lancia. (Francesco)

LONTANO LE URLA
di
Antonio Caruso

UNA VOCE
Io so i nomi dei responsabili della strage.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi.
Io so i nomi del vertice che ha manovrato.
Io so i nomi del gruppo di potenti.
Io so i nomi di coloro che – tra una messa e l’altra – hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica. Io so i nomi delle persone serie ed importanti che stanno dietro a dei personaggi comici.
Io so i nomi delle persone serie ed importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti – attentati alle istituzioni e stragi – di cui si sono resi colpevoli.
Io so… Io so… (*)

Si muore per niente.
Che senso ha tutto questo.
Che senso hanno i processi, le prove, i pentiti, l’informazione, i colpevoli, le colpe.
Si muore per niente.
Io so, so chi è stato e perché. Ma il saperlo non mi riempie di gioia. C’è stato un tempo in cui ho creduto in voi. Ed ogni volta la mia porta è rimasta aperta.
Adesso il tempo è trascorso.
La colomba ha smesso l’abito bianco e le ali.
Il mio tempo è trascorso e si è conclusa anche l’ultima mia morte.
Mi avete assassinato ogni volta che avete voluto, con coscienza.
Avete utilizzato il cinismo e l’avidità, l’ipocrisia e l’indifferenza.
Armi terribili.
E’ il tempo dell’avvoltoio e della iena e non ho più motivo per restare qui.
Neanche la vendetta è un motivo perché non nutro vendetta né pietà e se anche avessi solo un briciolo di forza, avrei ordinato alle mie gambe di andare, ai miei nervi di tendersi. via, là, per altri luoghi, lontano da questa putredine, lontano le urla.
Ma non ho neppure la forza di fuggire.
Ed è questa la mia morte ultima.
Muta silenziosa impassibile.
Immobile, inutile, ad osservare voi prendervi gioco di me.
Il tempo è trascorso ed avete ottenuto la vostra vittoria. Ora resterò qui a guardarvi.
Vi vedrò correre come formiche impazzite ad insabbiare la verità, a presentare bugie travestite di verità, a saltare gli steccati morali, a riciclare personaggi, ad acquistare verità, a costruire la verità, a far finta di picchiarvi tra voi in nome di ideologie false ed inesistenti.
Ad aumentare tasse per risanare inutili bilanci tracciati dalla stessa mano che arma la pace ed uccide con il silenzio, la stessa mano che si preoccupa dei propri figli migliori, più intelligenti, importanti e dimentica i figli inutili; quelli da trecentomila al mese che uccidono per centomila in tasca.
Quella mano che crea opportuni mostri a tempo determinato: un giorno, un mese o la durata di uno spot.
Come formiche e corrono.
Rimarrò a guardarvi.
E non potrete cacciarmi, non potrete liberarvi di me.
E attenti: non alzate mai lo sguardo. Tenetelo basso, abbiate vergogna o almeno fingete perché io non staccherò mai gli occhi da voi.
Mi avete lasciato lo sguardo ma per voi sarà lo sguardo della pietra. Vi odio. Vi odio per quello che siete riusciti a fare di me.
Vi odio perché so che non pagherete mai abbastanza per le vostre colpe.
Vi odio per tutti i morti inutili e per il vostro cuore marcio.
Vi odio perché avete fatto bere il calice della diffidenza e dell’indifferenza.
Vi odio perché siete la dimostrazione vivente che il peccato è relativo e la verità trascurabile.
C’è soltanto odore di morte attorno a voi.
La mia casa per voi non avrà più porte o finestre. Sulla soglia troverete un cartello: IUSTITIA HIC NON EST (Giustizia non abita più qui).

(*) Da SCRITTI CORSARI 1975:
Il romanzo delle stragi, Corriere della sera del 14.11.1974 – Pierpaolo Pasolini

Chi ha ormai una certa età ricorderà certamente le feroci polemiche scatenate a suo tempo da un articolo di Leonardo Sciascia dedicato ai  cosiddetti “professionisti dell’antimafia”, ossia a coloro i quali – politici, giornalisti,  intellettuali etc. – piace testimoniare la propria appartenenza alla cultura della legalità unicamente attraverso dichiarazioni, interviste, partecipazioni a convegni, raduni, proiezioni cinematografiche, pieces teatrali e via discorrendo. Tutte pose esteriori, insomma, che impegnano il tempo di chi vi si dedica ma che di certo non ne mettono a rischio l’incolumità. Categoria residuale e poco appariscente negli anni in cui il grande scrittore agrigentino ne denunziava comunque l’esistenza, quella dei professionisti dell’antimafia ultimamente ha assunto il peso e le dimensioni di un vera e propria lobby. Una lobby con esponenti attivi in ciascuna delle espressioni del corpo sociale e che non esita a brandire la propria antimafiosità da salotto per garantirsi rapidi e appetitosi percorsi di carriera. O peggio. Il lavoro teatrale di Antonio “ Antimafia…? Si grazie, due zollette!’’, che ci accingiamo a proporre ai lettori, sbeffeggia e addita al pubblico ludibrio proprio quest’uso distorto e profittevole dell’impegno per la legalità tipico di certe elite altoborghesi. Risale anch’esso agli anni novanta ma, diversamente dalla Motivazione, alla fine di quel decennio, ovverosia al periodo in cui anche molti tra i più accaniti detrattori di Sciascia cominciarono a rendersi conto che forse l’autore di “A ciascuno il suo” non aveva avuto tutti i torti.  (Francesco)

“Antimafia…? Si grazie, due zollette!”
farsa in atto unico di
Antonio Caruso

a70Personaggi
RITA – Signora della buona società (padrona di casa)
DUDU (segretario della signora RITA)
LEDA (nuova adepta all’associazione)

Scena
Interno – salotto di casa. Divano e poltrone.
DUDU
E’ arrivata.
RITA
Bene
DUDU
Faccio entrare?
RITA
Faccia entrare.
DUDU
Faccio entrare.
Avanti, è aperto. (silenzio)
LEDA
Scusate il ritardo. E prima il parrucchiere con la permanente, poi la permanente pessima condizione della strada, e ci ho rimesso una ruota.
RITA
Sa tutto.
LEDA
So tutto.
RITA
Si dia allora inizio all’iniziazione!
DUDU
Bene, iniziamo l’iniziata!
LEDA
Bene, ma quando inizia?
RITA
Vediamo se è preparata, qual è il nostro motto?
LEDA
Lo so lo so lo so. Credere obbedire combattere. Anzi no, aspetti. Morto un mafioso se ne fa un altro. Ah, ci sono: campa cavillo che la procedura cresce. Basta, non lo so, mi arrendo.
DUDU
Brava, il motto è “mi arrendo”.
RITA
Mi elenchi le quattro condizioni per l’ammissione onorifica alla nostra associazione.
LEDA
Si, allora, dunque. Avere almeno tre amici magistrati per… per… per farsi togliere eventuali avvisi di garanzia del marito, no vero? Tre amici per…Per poterli poi invitare alle conferenze antimafia!
RITA
Benino, andiamo avanti. Secondo.?
LEDA
Secondo?
DUDU
Secondo?
LEDA
Avere.
RITA
Avere?
DUDU
Avere una sco….
LEDA
Avere una sco… una sco… una scodella? No, non credo. Avere una sco… una scopa! Ecco, avere una scopa!
RITA
Una scorta! Avere una scorta! Terzo?
LEDA
Ah, questo lo so, possedere almeno quattro tra questi film sulla mafia in versione integrale: “Corruzione a palazzo di giustizia”,“Il prefetto di ferro”, “Salvatore Giuliano”, “La Piovra 1,2,3,4,5,6”.
RITA
E…?
LEDA
E “Il padrino parte prima e seconda”.
RITA
Bene: le resta l’ultima condizione.
LEDA
Come bere un bicchiere d’acqua.
(Dudu porta un bicchiere d’acqua. Silenzio. Dudu beve l’acqua)
LEDA
Non avere problemi di circolazione ai piedi e possedere almeno dodici paia di scarpe con tacco basso.
RITA
E perché?
LEDA
Ovvio, per i cortei e le fiaccolate antimafia.
RITA
Passiamo ai comandamenti: me ne dica almeno quattro.
LEDA
Onora il padre del mammasantissima, ricordati di santificare i maxiprocessi, non desiderare la toga d’altri e non commettere atti processuali impuri.
RITA
Molto bene, possiamo proseguire.
DUDU
Signora, ci sarebbero le buste.
RITA
Ci sarebbero o ci sono?

DUDU
(mostrando delle buste stracciate)
Fofò, il suo cane lupo, aveva voglia di giocare stamattina.
RITA
Quale busta vuole: la uno, la due o la tre?
LEDA
La busta numero uno.
RITA
Dudu, apra la busta uno e legga.
(Dudu esegue)
DUDU
Definire fisicamente un mafioso e successivamente inquadrare le caratteristiche psicologiche di base dello stesso. Ha sessanta secondi a partire da adesso.
LEDA
Allora…dicasi mafioso, persona di sesso maschile e o femminile, nata in Sicilia o con lontane parentele siciliane. Alto mediamente un metro e sessanta, tarchiato, pancetta in bella evidenza, faccia alla… alla Totò Riina o alla Nitto. Indossa abiti di dubbio gusto, porta molti anelli al dito, coppola in testa e lupara in spalla… sguardo, sguardo da assassino!
RITA
Ahhhhhhhh!!!!!
LEDA
Che è stato?!
DUDU
Le si è spezzata un unghia.
RITA
Riprenda Leda.
LEDA
…Cattivissimo, si nutre… si nutre… si nutre di pasta chi sardi, mascolini a beccafico, custardedde fritte ca cipuddata…vino preferito:Corvo rosso di Salaparuta. Caratteristiche psicologiche: di sani principi, atteggiamento patriarcale, senso della collettività e della famiglia. Leale, gran lavoratore, costantemente al servizio della collettività, che protegge abilmente dopo aver creato una adeguata forma assicurativa denominata pizzo, da non confondere con pizza, che i mafiosi mangiano, però di rado. Offre ai più deboli concrete occasioni di lavoro dopo aver creato nuove professioni come lo stragista, lo spacciatore, l’esattore di pizzo. Ma in questi ultimi anni è in corso una trasformazione di immagine e di look del mafioso che sempre più spesso veste Armani o Versace. Porta il cellulare in tasca, gira con la ventiquattrore Sansonite e guida Dedra Blu diplomatica con vetri scuri e doppio airbag di serie!
DUDU
Mizzica, signora (a Rita) con quest’ultima descrizione mi è sembrato proprio di vedere suo marit… (Rita da un calcio a Dudu)
RITA
Ultima domanda. In cosa consiste il lavoro della nostra associazione antimafia.
LEDA
In cosa consiste?
RITA
Saprà sicuramente in cosa consiste?
LEDA
Ouuh!
(silenzio)
RITA
Lo sa o non lo sa?
LEDA
No no, di saperlo lo so. E che. non si potrebbe avere un aiutino. Quante parole? Nomi propri? Di persona? Nomi stranieri?
(Dudu prova a mimare le parole)
RITA
Ma che fa, ma che fa, glielo mima?! E il tempo? Il tempo chi lo tiene?
(a Leda)
Ho capito, lei signora è come tutte le altre candidate. (a Dudu) Avanti, lo esca fuori, lo faccia vedere!
DUDU
Lo…esco.fuori… lo faccio.
RITA
Si, si. esca fuori il cartello, lo faccia vedere alla signora.
DUDU
Ah, il cartello!
(esce di scena e torna con un cartellone con la seguente dicitura:
L . . T . – AL . A – . . L . . . . – M )
LEDA
Posso acquistare una vocale? Compro la U di uomo!
RITA
Dia la soluzione.
LEDA
Ci provo. Lotta, lotta alla… solerte mutanda!
RITA
Ma che dice! Lotta alla cultura mafiosa. Vabbe’, non terremo conto di questa sua ultima risposta se lei mi risponderà esattamente alla domanda di riserva. Mi dica in cosa consiste esattamente la “lotta alla cultura mafiosa”.
LEDA
Armarsi.
RITA
Armarsi?
LEDA
Armarsi. Di mitragliette tipo scorpions e scendere in piazza per ingaggiare una feroce guerra all’ultimo sangue con quegli schifosi assassini!
RITA
Ahhhhhhh!!!!
LEDA
Che è stato?!
DUDU
Le si è sfilata una calza.
RITA
Ma lei è una matta guerrafondaia. Ma quale armarsi e armarsi. Cioè, armarsi si, ma di buona volontà e…?
LEDA
Organizzare scalze una marcia di protesta da Bolzano a Trapani, camminando sulle pietruzze, per mobilitare tutti contro la mafia!
RITA
Uuuhè! Ma le pare che noi si abbia tutto questo tempo da perdere, mica siamo sfaccendate come lei signora.
DUDU
C’è la partita a ramino del lunedì, il concerto di musica palestinese del martedì, il corso di campana tibetana del mercoledì, il giovedì c’è la lezione di cucina mongola, il venerdì c’è il teatro kabuki, il sabato la cena di beneficenza, la domen…
RITA
(dopo aver dato altro calcio a Dudu)
Comincio ad essere impaziente. Risponda se vuole essere accettata nella nostra associazione.
LEDA
Si, rispondo ma non mi mettere fretta. Armarsi di buona volontà e… rapire un grosso boss mafioso per ricattare tutta la mafia e costringerla a venire a patti. Bello, no?
RITA
Ma bello un corno! Signora, dica la verità: ma lei la mafia la vuole combattere veramente?
LEDA
Ma veramente.
RITA
Signora mia, noi facciamo sì lotta alla mafia, ma è un modo di dire. Facciamo impegno civile che consiste nel trovarsi a turno nei salotti delle consociate e passare pomeriggi a sfogliare riviste giornali… appena si individua una conferenza, un dibattito che abbia per tema la mafia, noi zacchete piombiamo lì come falchi sulla preda. Tutte compatte, look appropriato.
LEDA
Look appropriato?
RITA
Certo. Se l’incontro è del sindacato, jeans e maglione, firmati Valentino, ma sempre jeans e maglione sono. Se invece l’incontro è tipo “Lions”, allora pelliccia in finto ecologico che fa tanto ambientalista Greenpeace.
LEDA
Tutto qui?
RITA
No, certo che no. Non è così facile trovare ogni sera un convegno sulla mafia. Così basta organizzarsi.
LEDA
Come?
RITA
Giochino di società!
DUDU
E chi perde, viene legata alla poltrona ed è costretta a vedersi “Pizza connection” con Michele Placido per tre volte di seguito.
RITA
E sia! Sistemiamoci per il giochino!
LEDA
E l’esame?
RITA
Promossa a pieni voti. Avevamo proprio bisogno di una incompetente in materia di antimafia. Su, segua quello che facciamo noi.
(Dudu e Rita seduti battono le mani due volte sulle cosce e due volta tra esse – Leda ripete)
RITA
Canne mozze.
DUDU
Pallettoni.
LEDA
Conferenze.
RITA
Interviste.
DUDU
Messaggi di cordoglio.
LEDA
Maxiprocessi.

(Fine – Sipario).

 

Una premessa importante: questo testo teatrale di Antonio risale ai primi anni novanta e risente inevitabilmente del clima plumbeo dell’epoca, ammorbato dalle stragi e da una apparente invulnerabilità delle consorterie criminali di stampo mafioso. Oggi per fortuna qualcosa è cambiato sia nel rapporto tra la mafia e le sue vittime (pensiamo solo ad Addiopizzo e all’opera di persuasione che questa associazione in tutti questi anni ha condotto con successo tra gli imprenditori, convincendoli a reagire alle estorsioni), sia nella risposta dello Stato.  Restano però immutate l’intensità e drammaticità del testo, così come immutata è rimasta la capacità di suscitare in chi lo legge una riflessione critica su quello che è purtroppo un tratto caratteristico – quasi endemico, oserei dire – di noi siciliani: l’incapacità di reagire davvero al male (a parte, per qualcuno, il consolante “lavacro” della manifestazione antimafia, penitenza laica che non costa nulla) fino a quando questo male agisce lontano da noi. (Francesco)

LA MOTIVAZIONE

ATTO UNICO
di
Antonio Caruso

a45Scena :
Interno di aula di tribunale (ricreata attraverso elementi scenografici simbolici più che realistici) essenziale.

VOCE FUORI CAMPO

Vasta Francesco, anni 40, coniugato con Parisi Maria Pia. Professione: Agente assicurativo. Da due anni assessore ai lavori pubblici del comune di Montelepre. Vasta Francesco è accusato di concorso in omicidio, interesse privato in atti di ufficio, peculato e concussione. Per quest’ultima accusa, l’imputato nel marzo del 1993 avrebbe percepito la somma di lire centocinquantasette milioni, per aver favorito nell’ambito di una gara d’appalto la ditta di costruzioni MARAL di Marcello Alotta, già accusato di essere mandante per l’omicidio di Filippo Fonticelli e di Giacomo Scalia, proprietari della ditta di costruzioni FOSCA.
Questa corte ha già ascoltato le dichiarazioni rilasciate sotto giuramento da Rosario Parrino e Giuseppe Tonacella, assessore e vicesindaco del comune di Montelepre. Imputato Vasta Francesco, avete qualcosa da dichiarare prima della sentenza della Corte ?

IMPUTATO
Vostr’Onore ha già detto tutto. Cos’altro posso aggiungere… Sono innocente.
GIUDICE
Continuate a dichiararvi innocente anche di fronte all’evidenza dei fatti?
IMPUTATO
Anche di fronte all’evidenza.
GIUDICE
Allora non è stato lei ad ordinare l’esecuzione del sindaco di Montelepre. Non è stato lei ad intascare centocinquanta milioni.
IMPUTATO
Centocinquantasette, Vostr’Onore.
GIUDICE
L’imputato irride la Corte.
IMPUTATO
Voi, signori in toga, non vi chiedete il perché delle cose ma giudicate soltanto se una cosa è nera oppure bianca. Non vi curate di sapere il perché. A volte sapere il perché può essere importante. Io sono innocente. Eppure ho fatto tutto quello di cui lei mi accusa. Come lo spiega?
GIUDICE
All’imputato piace scherzare. Scherzava anche con il sindaco di Montelepre?
IMPUTATO
Voi dite che io sono mafioso. Ed io dico che la legge in Sicilia, e non solo in Sicilia, è la mafia. Vostr’Onore, qui dobbiamo essere mafiosi. Il non esserlo sarebbe fuorilegge, sarebbe anormale. Qui siamo tutti mafiosi, io, lei, i signori della Corte, che facciamo, ci incateniamo tutti?
GIUDICE
Questo è oltraggio!
IMPUTATO
E perché? E’ offesa essere mafioso? E’ offesa accettare protezione perché chi dovrebbe garantirla gioca a briscola?
GIUDICE
E’ un’offesa verso chi crede nello Stato, verso chi lavora per lo Stato.
IMPUTATO
Chi è questo Stato? Dov’è? E’ forse lei, signor procuratore, lo Stato? Oppure lo Stato sono i signori della giuria? Che dopo torneranno alle proprie abitazioni. Per continuare a fare quello che fanno quotidianamente. Fare favori, riceverli, far finta di non aver visto, sentito, perché tanto non sono affari loro. No, signor Procuratore. Lo Stato è oggi quello che voi chiamate con disprezzo Mafia. Lei signor procuratore, che sta qui a giudicarmi spavaldamente, ora esce da quest’aula e non sa se a casa ci torna vivo.. .Questo è lo Stato?
GIUDICE
Il nostro compito è servire lo Stato, e combattere quelli come voi che lo vogliono distruggere. Servire e combattere a qualsiasi prezzo. A qualsiasi prezzo.

( inizio del primo momento della memoria o flashback) ù

MOGLIE DEL GIUDICE
No. Se il prezzo da pagare è questo, io non ci sto.
GIUDICE
Quando mi hai sposato sapevi a cosa andavi incontro. Eri contenta di aver sposato un uomo di legge.
MOGLIE DEL GIUDICE
Lo sono ancora. Non è questo il punto. Io sono orgogliosa, fiera di te, del tuo lavoro, di come lo fai. Solo che vorrei continuare ad essere orgogliosa di un uomo vivo. Tu invece, vivo non lo sarai mai più. Guardati: i tuoi occhi hanno scritto addosso: ho paura.
GIUDICE
Sono soltanto un uomo.
MOGLIE DEL GIUDICE
Stai diventando molto meno, una larva. Quand’è che siamo usciti assieme? L’ultima volta che siamo andati al cinema, che abbiamo fatto una passeggiata in bicicletta, due passi sulla spiaggia quando comincia a spuntare la sera. L’ultima volta che ho potuto prendere con te un gelato al bar, l’ultima volta che abbiamo potuto fare un giro per i negozi senza avere sempre, continuamente, ad ogni metro, gli uomini della scorta con i mitra in pugno, sempre con i mitra in pugno, a ricordarmi sempre che bisogna avere paura che non puoi, non hai il diritto di gustare anche solo un po’ d’aria buona, un po’ di sole.
GIUDICE
Sei sempre libera di decidere la tua vita, la tua libertà, io capisco.
MOGLIE DEL GIUDICE
Ma cosa dici? Io capisco? Cosa capisci? Non è così semplice dire che non voglio più vivere con te, che non ce la faccio più a nascondermi e che ti amo, forse più di quanto ti abbia mai amato. Ti amo: lo capisci questo? Ma non t’importa. Dove vuoi arrivare? Gli eroi esistono solo al cinema.
GIUDICE
Ma quali eroi. Io sono uno che fa solo il proprio dovere. Ma non capisci tu che questa è la mia vita, questa è la mia ragione di esistere. Non esiste fare due passi per andare a prendere un gelato al bar. La vita, la nostra vita è fatta di ideali, qualcosa in cui credere. Io credo nel mio lavoro.
MOGLIE DEL GIUDICE
Ti stanno prendendo in giro. Ora però devi scegliere: o i tuoi ideali inutili o me.
GIUDICE
Non volevo che finisse così.
MOGLIE DEL GIUDICE
Voglio soltanto vivere. Perché sei così ostinato.
GIUDICE
Perché preferisco morire avendo vissuto o perlomeno credendolo, piuttosto che continuare a vivere come un morto.
MOGLIE DEL GIUDICE
Sei pazzo. Tu credi veramente nello Stato, nella giustizia. Non dovevi sposarmi, e anch’io non avrei dovuto. Era già tutto scritto, sarebbe finita così. Ed io ora non voglio e tu non puoi mettermi in mezzo.
GIUDICE
A qualsiasi prezzo.

(fine del primo momento del ricordo)

IMPUTATO
Bravo, belle parole. Vostro Onore, noi non abbiamo distrutto niente. Tutto questo è già nato morto. L’unica nostra colpa è quella di aver creduto in uno Stato diverso dal vostro. Il problema è tutto qui. Siamo tutti e due siciliani, lei ed io, ma è come se io fossi un marziano e lei un uomo. o forse dovrei dire il contrario.
GIUDICE
Caro signor marziano, lei ha utilizzato mezzi forniti dal nostro Stato, quello in cui non crede, quello stesso per il quale lei è stato assessore comunale per due anni.
IMPUTATO
Essere assessore qui da noi, significa essere assessore di quello Stato nel quale lei non vuol credere. Fin quando non smetterà di esistere lo Stato vostro, bello grande e democratico, l’altro Stato, sporco cattivo, esisterà ed avrà ragione di esistere perché compensa le mancanze del primo.
GIUDICE
L’ imputato vuol far credere a questa Corte che si trattava di scelta ideologica e non criminale. Anche i centocinquanta milioni erano ideologici? (silenzio) L’imputato ha perduto improvvisamente l’uso della parola.
IMPUTATO
Lo Stato non esiste: esistono gli individui che pensano e vivono sui propri interessi e sarà sempre così. Lo Stato degli individui là sopra ha detto: C’è la Mafia, bene, basta che non ci rompa il giocattolo. Anzi, utilizziamola, può farci comodo. Poi però lo Stato sporco, cattivo è cresciuto, forte, più forte, più potente dello Stato vostro. Allora si è deciso che bisognava farsi sentire. Tutto qui. Io non mi invento niente. Ho vissuto tutto sulla mia pelle, giorno dopo giorno. Fin quando la mafia curava i propri interessi e portava voti alla Stato buono a nessuno sbatteva niente. Tutti ora si ribellano. Bisogna salvare lo Stato? Minchiate. In Sicilia a nessuno interessa lo Stato e lo Stato non si è mai interessato della Sicilia. Lo Stato da noi si è comportato come i Romani, I Cartaginesi, gli Arabi, gli Spagnoli.
GIUDICE
Avevamo sottovalutato il nostro imputato. Le sue analisi socio-politiche ci impressionano. Ecco a voi un mafioso culturalmente preparato. Vedo che lei ha letto Tomasi di Lampedusa.
IMPUTATO
Guardi che non siamo come quando sbarcarono gli americani. Non portiamo più la coppola in testa e la lupara in spalla. E’ rimasto un po’ indietro lei.
GIUDICE
Ha ragione, fortuna che qui abbiamo lei che ci tiene aggiornati.
IMPUTATO
Vostro Onore, ora tutti state qui a combattere la Mafia, ma lo fate allo stesso modo e per lo stesso motivo per cui le avete permesso di nascere: interessi individuali. Inizialmente l’avete accettata perché vi faceva comodo avere un appoggio per scavalcare il vostro vicino di scrivania, per ottenere qualche zero in più sul vostro conto corrente, per zittire chi non ci stava e far star calmo chi era troppo agitato. Ora la combattete perché avete timore di perdere i vostri vantaggi privati, timore di rimetterci il culo. Le cariche di tritolo non sono più come i pallettoni di lupara, ammazzano chi c’è, colpiscono qua e là, senza criterio, senza scegliere. C’è da ammazzare uno. uno come lei, per esempio. Allora, Vostr’Onore, la fanno saltare in aria quando passa per la piazza centrale o quando torna a casa assieme alla sua scorta. Ma assieme a lei, i signori cattivi fanno saltare in aria altre venti persone che non c’entrano nulla, che neanche la conoscono. Signori, tra quelle venti persone potrebbe esserci qualcuno di voi: casualità! E avete timore. E per questo siete tutti qua a fare i bravi cittadini, con la coscienza civile in tasca. Avete fatto una scelta precisa: meglio sopravvivere. E’ la vostra scelta – scelta privata, di individui, non di cittadini. Non raccontiamoci le favole. E’ da quando si nasce che ci insegnano il miglior modo per metterla nel di dietro agli altri prima che gli altri la mettano a noi. E’ così e non si cambia. Non si inventa la coscienza civile con un colpo di bacchetta magica. Da noi lo Stato non ha voluto esistere, e allora ha bussato la Mafia. Anzi, è entrata senza chiedere il permesso. La mafia, anche se in modo poco ortodosso, ha fatto quello che avrebbe dovuto fare lo Stato. Per il proprio tornaconto, certo, ma che ha fatto comodo anche a molti cittadini della Repubblica. Anch’io avevo creduto nello Stato bello e democratico. Ora non più. Ho imparato ad essere individuo prima che cittadino. E non è stata la Mafia. Il merito è tutto del Vostro Stato. Quattro anni fa, esattamente quattro anni e cinque mesi. Ho messo su un agenzia di assicurazioni. Si lavorava. Vennero a cercarmi. Tu, fratello, hai bisogno di noi, hai bisogno di un’assicurazione sulla vita. Comico, vero? Due milioni al mese. Ma io non li ho ascoltati. Denuncio tutto ai carabinieri che mi rispondono: Bravo, provvederemo. Il giorno dopo salta in aria l’agenzia. Incidente. La rimisi su ma il lavoro diminuiva. Loro tornarono. Tu hai bisogno di clienti, te li procuriamo noi. Cinque milioni al mese. Neanche allora li ho ascoltati. Passò del tempo e loro tornarono una terza volta, mi guardarono e non dissero niente. Io li guardai e non dissi niente. Sono rimasti per più di un’ora in silenzio. Torno a casa e mia moglie… certe cose non le dimentichi.

(inizio del secondo momento del ricordo)

MOGLIE DELL’IMPUTATO
Hanno detto, ringrazia tuo marito, hanno detto proprio così e lo gridavano mentre…
IMPUTATO
La pagheranno.
MOGLIE DELL’IMPUTATO
Cosa vuoi fare? Vedermi morta? No. Tu non farai niente. Quelli tornano ed io non li voglio più vedere. A me non ci pensi. Non t’importa sapere che quattro, cinque… non ricordo nemmeno quanti erano. Ed io dentro che mi dicevo: E’ per mio marito che devo farlo, per mio marito. Perché non parli? Ti infastidisce tutto questo?
IMPUTATO
Denunceremo tutto ai carabinieri, non possiamo abbassare la testa, non è giusto.
MOGLIE DELL’IMPUTATO
Denunceremo? Non possiamo? Chi ti da il diritto di decidere anche per me.
IMPUTATO
Sei mia moglie.
MOGLIE DELL’IMPUTATO
Non vuoi capire. Credi di averlo subito tu il torto. Ma sono io che ho dovuto sopportare tutto. No. Io non denuncerò nessuno.
IMPUTATO
E vivrai nel ricordo, vivrai sapendo che quelli continueranno a girare tranquilli per strada, a guardarti in faccia mentre fai la spesa.
MOGLIE DELL’IMPUTATO
Si.
IMPUTATO
Ci sarà pure un po’ di giustizia.
MOGLIE DELL’IMPUTATO
Avrei preferito che tu mi avessi abbracciata in silenzio, piuttosto che mostrare il tuo orgoglio.

(fine del secondo momento del ricordo)

IMPUTATO
Ho aspettato che lo Stato bussasse alla mia porta per dire scusa cittadino, adesso ci pensiamo noi. Invece niente. E allora decisi io di accettare l’altro Stato e chiesi scusa per non averlo capito prima.
IMPUTATO
Pagai puntualmente. Ero dalla loro parte adesso. Un anno fa mia moglie fu scippata, poche lire, teppistelli. Non dissi niente allo Stato. Lo dissi a loro. Non passò neppure un giorno. Mi fu recapitato un pacco in agenzia: c’erano i soldi rubati più un indennizzo. E c’erano le mani mozzate dei uno degli scippatori. Cosa volete che vi dica adesso?
GIUDICE
I nomi. Lei è una vittima. Si penta. Mi faccia i nomi, è ancora in tempo.
IMPUTATO
Pentirmi? E di cosa? No. Prima, non capivo. Sono pentito di non averli ascoltati prima. Avrei risparmiato soldi e sudore. No. Va bene così.
GIUDICE
L’imputato ha concluso.
IMPUTATO
Un’ultima cosa. Attenti signori della Corte,. attenti a non nascondervi dietro lo Stato. Io so che questo è un finto processo. Io so, voi sapete.
GIUDICE
Sono minacce queste?
IMPUTATO
I signori hanno capito.
GIUDICE
Lei sta influenzando il giudizio.
IMPUTATO
No. Io non accetto il giudizio. Questo processo è viziato. Io non accetto di essere giudicato dai signori qui presenti.
GIUDICE
Vorrebbe dei giudici mafiosi?
IMPUTATO
Lei non capisce. Signor giudice, di fronte a questa Corte io mi ritengo innocente.
GIUDICE
Sarebbe un ottimo attore comico, è molto divertente tutto quello che dice.
IMPUTATO
Non ritengo di dover essere giudicato da chi non è in grado di giudicare se stesso. Invito i signori della Corte a passarsi una mano sulla coscienza.
GIUDICE
Signori della Corte, prendete atto della pazzia o finta pazzia dell’imputato, forse vuole ottenere l’infermità di mente.
IMPUTATO
Se c’è qualcuno tra voi che non ha mai accettato bustarelle, mai fatto, chiesto o ricevuto favori, subito un torto e andati di corsa dagli amici degli amici che hanno provveduto dietro un regalino a tanti zeri.
GIUDICE
Un’altra parola e la faccio cacciare dall’aula.
IMPUTATO
Se c’è qualcuno che avendo assistito ad un furto, ad una rapina, ad un qualsiasi sopruso, sia andato dritto da polizia e carabinieri invece che tranquillo a casa. Ecco, se c’è quella persona, soltanto lui avrà il diritto, la dignità per giudicarmi. Gli altri tornino a casa.
GIUDICE
Signori della Corte, quest’uomo vi ha oltraggiato ed ha oltraggiato lo Stato. E’ importante una condanna esemplare. Non è con le manifestazioni ed i cortei che si combatte la mafia. Dobbiamo guardare dentro noi stessi per vincere giganti come timore ed interesse personale. Dobbiamo farlo. E per questo che io oggi chiedo a voi signori della Corte di giudicare con estrema severità. Per Vasta Francesco chiedo l’ergastolo.

UNA VOCE
La Corte si ritira per emettere la sentenza.

IMPUTATO
Ha letto Cervantes, Don Chisciotte.
GIUDICE
Non combatto contro i mulini a vento.
IMPUTATO
Mi fa tenerezza signor procuratore, gli eroi non servono più, non ne abbiamo più bisogno: lei ha sbagliato epoca.
GIUDICE
Io non mi diverto a farlo. E’ più una necessità, un bisogno fisiologico che scatta quando incontro gente come lei.
IMPUTATO
E dopo? Cosa le rimane?
GIUDICE
La coscienza di aver agito per il bene della collettività.
IMPUTATO
Le manca la kriptonite, già parla come Superman.

DELLE VOCI FUORI CAMPO
La corte non vuole rientrare.. .Non c’è più nessuno. Sono andati via tutti, spariti, non è stata emessa alcun tipo di sentenza.

IMPUTATO
Sono uomini, signor giudice. Piccoli, poveri, stupidi uomini, signor giudice.

Fine

14484631_10209384116992064_7441606388346472570_nil-fruscio-del-tempo-catania13041442_1030658007017912_8379036467987755849_o

13002480_1030658017017911_4576419901258701594_o