Donne di zagara, di Santa Franco. La recensione

 

Quando l’amica Santa Franco mi ha chiesto di “recensire” (il virgolettato è d’obbligo, tenuto conto della modesta statura del “recensore”) il suo volume di racconti Donne di zagara (Arianna edizioni), all’onore e all’entusiasmo, dopo la lettura della prefazione del prof. Ruffino (preside della Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo) e dell’introduzione dell’autrice, è subentrato lo smarrimento: tutto era stato già detto e con ovvio e gaudioso sposalizio di forma e sostanza. Cos’altro avrei potuto aggiungere? Persino il più banale, abusato e callido degli stratagemmi della critica letteraria, ossia il gioco dei rimandi dotti e dei paragoni, risultava abbondantemente e felicemente rastrellato. Su tutti Danilo Dolci e Maria Messina, due nomi che da soli racchiudono la ricchezza e la bellezza di quella letteratura siciliana che ha narrato il silenzio degli ultimi, restituendo voci e dignità negate dalla Storia.
Con queste premesse, cosa avrei scritto dunque? Quale ulteriore apporto avrei potuto dare ad un testo che, prima ancora di leggerlo, sapevo meritorio di convinto apprezzamento, ben conoscendo cultura e sensibilità di colei che l’ aveva partorito ? Alla fine però mi son detto: basta, immergiamoci in esso, godiamo della leggerezza e dell’ irresponsabilità della pura lettura, quella a cui non si deve chiedere nulla e di cui resta anonimo ai più sia il piacere che il dispetto. Poi si vedrà.
Così ho fatto. Con fatica, l’ammetto, perché leggere il dialetto non mi è mai risultato facile. E dirò anzi di più: mi ha spesso infastidito doverlo fare, non solo nella veste di giurato del premio letterario Portera di Cefalù ma anche davanti al siciliano ruzantianamente rimestato, straniato, manipolato e contaminato dei libri di Andrea Camilleri. Ma con Donne di zagara la parola fastidio non è mai apparsa all’orizzonte e il dialetto, strumento di infinita potenza in grado di donare il pneuma alla parola, nelle mani sapienti di Santa Franco riprende con orgoglio il posto d’onore che gli spetta da sempre tra i mezzi che veicolano pensieri e storie degli uomini. E’ merito tutto della scrittrice, infatti, aver recuperato attraverso il dialetto non solo la memoria perduta di vite dimenticate ma anche il senso stesso dell’essere donna – e donna del popolo- nella Tusa del secolo scorso.
Donna, donna del popolo e di un popolo contadino nella Sicilia occidentale della prima metà del novecento: i presupposti per una condizione sociale ancillare, naturalmente vocata a non dover far mai ombra al culto del maschio alfa – si chiami padre, fratello o marito – e spesso anzi sottomessa fin quasi allo stato servile, ci sono tutti e tutti affiorano puntualmente in ciascuno dei racconti. Ma soprattutto affiora prepotente, grazie anche ad una tecnica narrativa estremamente coinvolgente che molto richiama il pathos e l’intensità del cunto dei cantastorie, l’inesauribile tenacia femminile, quella tenacia che da sempre riesce a sopportare e superare angherie, privazioni, tragedie, violenze. Una tenacia nel segno dell’amore e che vince anche quando apparentemente gli eventi della vita la vedono sconfitta (omnia vincit amor) ; una tenacia che traccia anche quel confine invalicabile tra l’ accorta duttilità delle donne e l’ ancestrale ferinità degli uomini, motivo di orgoglio per le prime e di infinito scorno per i secondi (tuttora troppo spesso incapaci- a prescindere dal grado di cultura e dalla condizione sociale- di elevarsi al di sopra dei propri istinti primordiali).
E’ la tenacia di Annetta, che ha consacrato la sua felicità e la sua gioventù al ricordo di un amore di sguardi mai sbocciato con un giovane medico condotto e che invecchierà stancamente accanto alle sue due sorelle, rimaste anch’esse nubili, macerandosi nel rimpianto; di Carmelina, resa muta dal dolore per la perdita dei propri figli, colpiti a morte da una mano assassina; di Crocifissa, incapace di accettare il tradimento di un marito che l’ha abbandonata per formarsi altrove una nuova famiglia ; di Mica, autentica Dolores Ibarruri siciliana, e infine di Concetta e Teresa, le protagoniste delle due storie dagli esiti più tragici, vittime di due destini che paiono un unico, enorme “Urlo” di Munch di orrore e raccapriccio.
Ma anche tutte le altre interpreti di questo corale affresco narrativo in un modo o nell’altro incarnano vivide testimonianze di una supremazia femminile di intenti e sentimenti che anche in passato (e forse più di adesso) non ha avuto bisogno di cingere corone, condurre eserciti in battaglia o trovare posto nel pantheon ideale degli artisti o dei filosofi per affermarsi. Persino in una realtà rurale del meridione d’Italia lontana nel tempo, dominata da un granitico patriarcato e da codici sociali e familiari che oggigiorno non esiteremmo a definire incivili e oscurantisti, la forza mite delle donne è riuscita a salvare il mondo da se stesso, imponendosi all’ottusità di padri che non volevano far studiare i figli, sostenendo col proprio lavoro e la propria incrollabile fiducia nel futuro case e vite piagate da una miseria spaventosa e inimmaginabile ai giorni nostri, sfidando a viso aperto prepotenze e prepotenti armate solo di verità e giustizia.
E pur tuttavia sarebbe riduttivo considerare Donne di zagara solo l’omaggio di una donna emancipata e moderna al coraggio di donne vissute in epoche e contesti da lei sideralmente distanti: il libro è infatti (e fatalmente) anche una fotografia. Meglio: un dagherrotipo. Il dagherrotipo di una Sicilia che certamente per certi aspetti (l’arroganza e i privilegi dei “signori”, la tirannia maschile all’interno della famiglia, la sconfinata povertà delle masse contadine) non vorremmo più rivedere ma che per altri (la schiettezza dei rapporti umani, il sostegno e l’aiuto reciproco tra le persone, il maggior rispetto per l’ambiente) suscita una inevitabile nostalgia, ben compendiata da quel profumo di zagara evocato nel titolo e che purtroppo dalle nostre parti si ha sempre meno il piacere di respirare.

Francesco Caruso