SPECIALE CRISI

Era meglio morire da piccoli

Il Presidente della Repubblica ha un ristretto margine di discrezionalità nella scelta del Presidente del Consiglio (mentre non ne ha alcuno nella scelta dei ministri, formalmente demandata al Presidente del Consiglio), proprio perché’ egli dovrà tenere nel debito conto le indicazioni che gli vengono date da parte di coloro che sono gli interpreti della volontà e degli orientamenti del Paese e delle forze politiche rappresentate in Parlamento (Temistocle Martines, Diritto costituzionale, X ed., pag.346-347)

Con l’età che inesorabilmente avanza e s’approssima a raggiungere il traguardo delle sessanta candeline, il cervello, si sa, qualche colpo comincia a perderlo. Sarà per questo che, pur indagandone a fondo i recessi, davvero non riesco a far riemergere dalle brume della memoria il giorno in cui l’Unione Europea ha smesso di essere una mera organizzazione transnazionale di Stati per assidersi, come certi imperatori romani, accanto agli dei dell’Olimpo.

Eppure deve essere accaduto. Dev’esserci stata per forza una deificazione in vita (anche se la parola “vita” con la Ue va adoperata sempre con grande parsimonia) delle istituzioni comunitarie analoga, a parte Ottaviano Augusto e alcuni suoi successori, a quella che  i rivoluzionari francesi tributarono alla Dea Ragione e al  culto dell’Essere Supremo.

Non si spiegherebbe altrimenti  l’ostinazione di un cattolico devoto come il Presidente della Repubblica nel rifiutare una personalità di spessore come Savona  al Ministero dell’Economia dell’ormai trapassato governo Di Maio –Salvini.  Abbiamo avuto Capi dello Stato che hanno digerito senza nemmeno una alzata di ciglia gente come Antonio Gava e Angelino Alfano al Viminale  (cito i primi due nomi che mi vengono in mente), ma al Colle pare si ricordino della Costituzione (male peraltro, a voler dar credito ad uno dei massimi costituzionalisti italiani di tutti i tempi come il compianto prof. Martines)  soltanto quando c’è da nominare Gratteri ministro della Giustizia e Savona ministro dell’Economia.

Evidentemente, ormai in Italia si può parlar male pure della Madonna Pellegrina (per dire), ma guai a dire che le mafie vanno combattute senza indugi o che qualcosa nell’architettura comunitaria andrebbe rivista.

Ieri sera è andato in onda un finale di partita francamente imbarazzante, con un PdR che – spiace dirlo – non è riuscito a dimostrare quale pericolo per la democrazia e la stabilità del Paese si potesse mai palesare spedendo il prof. Savona a via XX Settembre, tenuto conto delle dichiarazioni in zona Cesarini con le quali Savona ha allontanato il sospetto di essere il Pietro Micca dell’euroscetticismo con lo stoppino acceso in mano e soprattutto che le critiche alla gestione dell’Eurozona, oltre ad essere pienamente legittime e condivise da un ventaglio di studiosi (pensiamo a Fitoussi e a Krugman) e politici di  ogni orientamento (Fassina su tutti), non hanno certo un peso specifico superiore alle fedine penali e morali di tanti, troppi aspiranti ministri e premier sui quali nessun Presidente ha mai avuto nulla da obiettare.

Di contro, Mattarella è invece pienamente riuscito, certamente contro le sue stesse intenzioni, a dimostrare che la sovranità nazionale in Italia è da tempo una ipotesi di scuola, perché è stato chiaro anche ai lattanti che il niet a Savona non ha avuto origine al Quirinale bensì in stanze e palazzi ubicati oltreconfine. Così come altrettanto chiaro è apparso che l’insistenza di 5S e Lega sul nome di Savona era diventata nel tempo, per i due partiti, una “linea del Piave” (per dirla con Mario Sechi) sulla quale non avrebbero ceduto, avendo ben compreso che l’aperta ostilità dell’ establishment nazionale e soprattutto estero nei confronti del nascente esecutivo gialloverde – non potendo manifestarsi in altre forme, a parte una campagna di stampa e d’opinione di inaudita virulenza – si stava concentrando sulle pressioni al Capo dello Stato nella scelta dei nomi per i ministeri chiave (siamo sicuri che, accettata obtorto collo la sostituzione di Savona, Mattarella non avrebbe poi avanzato riserve su altre caselle del palinsesto  governativo?).

E’ vero, c’era l’alternativa Giorgetti, uomo di peso di  Salvini, gradito (apparentemente) al Colle e anch’egli esperto di affari economici. Ma esperto quanto? Di sicuro non quanto Savona, per diretta ammissione del diretto interessato. Il che fa sorgere il legittimo sospetto, volendo assecondare (con le debite cautele) lo Spectre-pensiero, che le camarille euroduliche interne ed estere, come ultima spiaggia,  puntassero ormai tutto su un nome benaccetto al “Salvimaio” ma al contempo notevolmente meno  scafato  di Savona in materia di moneta e trattato di Maastricht. Dunque un ministro suo malgrado yes sir che non sarebbe stato in grado di impensierirle minimamente.

Cosa accadrà adesso? La convocazione di Cottarelli è un segnale ai mercati affinché stamane lo spread ritracci e la febbre di questi ultimi giorni torni a temperature accettabili.  Null’altro. Il governo Cottarelli difficilmente otterrà la fiducia delle Camere e sarà chiamato semplicemente a gestire la transizione verso le elezioni. In tutto questo, tra l’indignazione popolare per l’impressione che i massimi poteri dello Stato siano asserviti ai desiderata di Merckel  & co. e le prese di posizione di PD e Forza Italia fastidiosamente (per gli umori della piazza) condiscendenti con la fermezza quirinalizia, acquistano spessore di verità profetica le parole di D’Alema sul  travolgente successo prossimo venturo dei due gemelli diversi Di Maio e Salvini, dioscuri di una coppia politica tanto improbabile fino a poco tempo fa e tanto solida e affiatata oggi,  per  necessità, circostanze ed errori altrui.

Francesco Caruso