Speciale Italia-Svezia

Ho visto giocare Roberto Baggio

Io c’ero. Ero lì, davanti alla tv, fresco di laurea in legge e in compagnia di un padre che se ne sarebbe andato appena quattro mesi dopo, in una maledetta e piovosa sera di fine ottobre. Era l’anno dei mondiali, quelli delle notti magiche, e si giocava Italia-Cecoslovacchia (ebbene sì, ancora per poco ma c’era ancora la Cecoslovacchia). A metà del secondo tempo esordisce per l’Italia un ragazzino basso, smilzo e col codino. Piglia un pallone a centrocampo, triangola con un compagno e poi inizia a danzare, palla al piede, verso la porta avversaria. Salta un avversario, ne salta un altro, ne dribbla un altro ancora, tira e segna. Il tutto con grande leggerezza, come se stesse facendo la cosa più naturale del mondo. A casa lo guardiamo ipnotizzati, pensando di assistere ad una recita. Suvvia, è uno scherzo, si è messo d’accordo con gli avversari, non è possibile, per le leggi della fisica e per quelle del pallone, che tanti esperti marcantoni si possano irridere così, scartati come birilli da un ragazzino di appena 21 anni. Invece era tutto vero.
Quel ragazzo si chiamava Roberto Baggio, un giovanissimo talento regalo della profonda provincia veneta, e negli anni seguenti di magie come quelle ne avrebbe fatte molte altre, deliziando gli occhi del pubblico e le penne dei giornalisti sportivi. Agli adolescenti d’oggi, calcisticamente cresciuti a Neymar e Cristiano Ronaldo, il suo nome forse non dirà più nulla ma è stato uno degli ultimi prodotti di alta qualità, insieme a Pirlo, Totti e Del Piero, della tradizione calcistica italiana, quella che privilegiava i piedi buoni di bernardiniana memoria a scapito di centometristi e palestrati senz’anima e senza fantasia. Quelli li lasciavamo agli altri, soprattutto anglosassoni, scandinavi e teutonici, non foss’altro per il piacere di batterli puntualmente ogni volta che ci capitava di incontrarli.
Noi eravamo diversi, noi eravamo latini. Noi eravamo adoratori del Dio Estro e della Dea Inventiva. Noi aspiravamo ad essere, nel calcio, i sudamericani d’Europa.
Cos’è successo nel frattempo? Me lo chiedevo ieri sera mentre una nazionale con tanta buona volontà e pochissime idee si faceva ignominiosamente cacciare dal mondiale del prossimo anno da undici biondi e onesti (anche se piuttosto fallosi) operai svedesi della pedata. Fino a pochi anni fa, Italia-Svezia sarebbe stata una partita di tutto riposo: noi sapevamo che la loro fisicità e il loro gioco noioso e ripetitivo ci avrebbero creato qualche problema, loro sapevano che tuttavia alla fine il livello superiore del nostro gioco e dei nostri giocatori avrebbe avuto la meglio.
Da ora in poi, invece, Italia-Svezia sarà sinonimo di incubo, disastro epocale, tragedia nazionale. Ovviamente tutti eventi catastrofici riferiti al calcio, ossia ad un gioco, ma trattandosi dello sport più popolare, quello che spesso è chiamato a supplire – giusto o sbagliato che sia – ai fallimenti tricolore in altri e ben più importanti campi e che di fatto, a seconda dei casi, risolleva il morale dei cittadini o lo fa finire definitivamente sotto le scarpe, una mancata qualificazione ai campionati mondiali di calcio del 2018 (dopo ben 60 anni di partecipazioni ininterrotte), piaccia o meno non può essere sbrigativamente liquidata come un puro e semplice evento sportivo.
Preso atto di ciò, sarebbe pertanto il caso che la Caporetto di ieri sera diventi l’occasione per un’altra Vittorio Veneto, per voltare definitivamente pagina, per tornare a coltivare i vivai nazionali, per tornare a giocare come sappiamo giocare, senza provare a scimmiottare filosofie e metodi che non appartengono alla nostra storia calcistica.
Tanti puntano il dito sull’eccesso di stranieri, altri ribattono che pure altrove gli stranieri abbondano. La verità probabilmente sta nel mezzo: all’estero, al contrario che in Italia, fanno giocare molti stranieri ma tenendo sempre d’occhio e curando amorevolmente la “fauna” calcistica locale, specie quella giovanile. Invece noi, con italica insipienza, abbiamo subito buttato bambino e acqua sporca, al punto che attualmente nei nostri campionati quando una squadra schiera in campo più di due giocatori italiani, si grida al miracolo.
Altra moda deleteria invalsa da anni (perlomeno dalla metà degli anni novanta) e da abiurare senza tanti rimpianti sarebbe quella che ha rimosso dal Pantheon calcistico italiano la Dea Fantasia per sostituirla con il Dio Modulo. Da noi oggigiorno un dodicenne di una scuola calcio che tentasse un dribbling in allenamento, rischierebbe come minimo il solenne cazziatone dell’allenatore e l’esclusione dalla prima squadra per almeno due turni.
Se a tutte queste concause (l’eccesso di stranieri, l’idolatria per i tatticismi, il ripudio del talento dei singoli in nome della sacralità del collettivo ecc.) aggiungiamo pure l’assoluta inadeguatezza del commissario tecnico (il 4-2-4 contro la Spagna non si schiera nemmeno alla playstation e tenersi in panchina Insigne è un insulto alla decenza e all’intelligenza), il risultato finale è Svezia in paradiso e Italia al mare.
Sì, ho visto giocare Roberto Baggio, ma si trattava di un’altra storia, un’altra epoca e forse pure di un altro pianeta.

 

Leave a reply

Your email address will not be published.

You may use these HTML tags and attributes:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>