Tusa: venticinque secoli di Storia tra vanto e rimpianto. La recensione

 

(commento al volume “Tutusasa. Dall’Universitas Civium alla Fiumara d’Arte” di Angelo Pettineo, Armando Siciliano editore)

Credo capiti a molti di coloro che sono cittadini di quel parco delle meraviglie che è il nostro Paese vivere per anni in un luogo dandone per scontata la mediocrità, l’insipienza, talvolta persino la bruttezza. Parliamo di paesi del nord, del centro e del sud della Penisola che il turista quasi mai troverà menzionati nelle guide turistiche o sui periodici specializzati, con centri storici distrutti o malridotti (soprattutto al sud), con chiese di campagna apparentemente di poche pretese e con testimonianze architettoniche o artistiche apparentemente di modesto livello.
Dico ‘apparentemente’ perché questa nostra Disneyland dell’arte, del paesaggio e della cultura non sarebbe tale se non nascondesse agli occhi distratti del visitatore o dello stesso residente i suoi migliori tesori. Basta infatti il lavoro certosino – svolto per mesi dentro musei, biblioteche e archivi pubblici o privati–di un appassionato studioso, che l’anonimo villaggio o il borgo semi diroccato e deserto si trasformino in centri brulicanti di vita, affollati da mercanti intraprendenti e valenti artigiani, signorotti arroganti, borghesi (notai, avvocati, medici) colti e facoltosi, bargelli arcigni e prepotenti, chierici untuosi e insinuati in ogni commessura del potere locale, contadini piegati sotto il peso di una miseria atavica ma pur tuttavia orgogliosi di ciò che la propria fatica riesce a trarre dalla terra.
Basta questo e un paese desertificato da decenni di marginalità geografica, depressione economica, investimenti sbagliati e disoccupazione giovanile torna giovane, animato e vivace tra i collari e i farsetti dei notabili del 500, le parrucche incipriate dei loro discendenti settecenteschi o gli umili panni senza tempo della plebe urbana e rurale. Basta una malia figlia dell’impegno e della passione di uno studioso e le sconcezze in cemento armato che “decorano” troppi piccoli centri del nostro meridione – frutto degenere di un falso anelito di modernità che contagiò le nostre contrade negli anni sessanta del secolo scorso – spariscono come d’incanto, sostituiti da chiese, dimore gentilizie, fortificazioni, torri d’avvistamento, strade selciate, basse case in pietra, modeste come chi le abitò eppur mille volte più belle del più lussuoso condominio di città.
In una saga letteraria e televisiva di grande successo tratta dai romanzi della scrittrice britannica Diana Gabaldon (Outlander), una donna del XX secolo viene proiettata nella Scozia della prima metà del XVIII. Con l’unica differenza di un arco temporale a disposizione del “viaggiatore” ben più ampio (ben 2.500 anni), è quello che può accadere a chi legge una delle ultime fatiche dell’architetto Angelo Pettineo (autentico e coltissimo Holmes della ricerca archivistica e bibliografica), una monumentale monografia dedicata alla nostra Tusa (Tusa. Dall’Universitas Civium alla Fiumara d’Arte, Armando Siciliano editore) che, senza ammiccare mai al lettore ed evitando soprattutto quel periodare spesso enfatico o suggestivo tipico di certi divulgatori, ma unicamente con la mera e talvolta persino arida esposizione di fatti, documenti e personaggi piccoli e grandi della vita cittadina, riesce a proiettare indietro nel tempo chi ha il piacere e la voglia di tuffarsi per qualche ora nel passato, remoto e non, della nostra comunità.
Ad ogni nuova pagina sfogliata e letta, quest’opera ciclopica (per vastità e importanza di immagini, informazioni e note a corredo) costringe chi conosce il territorio alesino a ripensarne totalmente la storia e le vicissitudini.
Guardando il paesaggio agreste come si presenta oggi agli occhi di cittadini e visitatori, nessuno potrebbe immaginare che appena un paio di centinaia di anni fa insieme alla coltura dell’olivo a Tusa convivevano (con la medesima dignità e importanza) quella dei gelsi e quella dei frassini: i primi per l’allevamento dei bachi da seta (i bachi da seta!) e i secondi per l’estrazione della manna, oggi presente solo nelle vicine campagne di Pollina e Castelbuono.
Guardando strade ed edifici di un centro cittadino offeso da incurie e nequizie vecchie e nuove, con una popolazione prevalentemente anziana e troppe case vuote, nessuno potrebbe immaginare la vitalità e l’operosità che decine di artisti e artigiani, locali e non, vi hanno apportato per secoli, abbellendo la città, le sue innumerevoli chiese (oggi in gran parte ridotte a rudere) e i suoi monumenti di opere d’arte e manufatti di pregevolissimo valore, molti dei quali perduti o danneggiati dal tempo e dall’indifferenza o dalla stoltezza degli uomini (pensiamo, tra i tanti, al castello di Tusa , demolito negli anni cinquanta, o al cd. palazzo del Governatore). Testimonianze preziose umiliate e offese da almeno dieci lustri di gestione del territorio all’insegna della devastazione o della trascuratezza – dolose o meno ha poca importanza – di tutto ciò che ricordava il passato della città.
Osservando, infine, l’anemia economica che attanaglia Tusa da decenni (a parte un modesto risveglio dovuto in anni recenti al forte incremento della domanda e dell’offerta turistica), difficilmente potremmo concepire la vitalità e il dinamismo che hanno caratterizzato nei secoli scorsi quest’area ai confini tra Nebrodi e Madonie e, prima ancora, tra la Sicilia greca e quella punica.
Nonostante gli infiniti attriti tra l’autorità comunale (l’Universitas Civium), quella ecclesiastica (la Diocesi di Cefalù prima e quella di Patti dopo) e quella feudale (rappresentata, in successione, dalle famiglie dei Ventimiglia, dei Della Torre e dei Branciforte), Tusa e il suo porto hanno mantenuto per centinaia di anni, all’interno dell’area nebroidea, la primazia – eredità della romana Alesa – di snodo importantissimo di traffici e di scambi tra i territori dell’interno e il resto dell’isola, segno questo di una ammirevole coesione di fondo tra i soggetti politici del tempo nel nome del benessere della municipalità e dei suoi abitanti.
Senza voler imputare nulla agli imprenditori e ai reggenti attuali del res publica locale, eredi incolpevoli di peccati, errori, accidie e ritardi risalenti nel tempo, ci si chiede inevitabilmente che fine abbia fatto tanta alacre operosità artigiana, tanta ferace intelligenza amministrativa, tanto appassionato impegno contadino. Certamente alla decadenza hanno contribuito fattori esogeni, come l’apertura di strade alternative al sistema viario tusano, e politiche assistenzialistiche che hanno spopolato le campagne e fiaccato lo spirito d’iniziativa dei singoli, ma non è possibile sottacere le responsabilità di una pessima narrazione del progresso che dal secondo dopoguerra in poi ha fatto presa sulla società civile tusana e, inevitabilmente, anche sui suoi amministratori, sensibili agli umori dell’elettorato. E’ una narrazione (per fortuna da tempo in forte calo di gradimento) che ha spregiato l’antico per il nuovo, non importa quanto brutto purché nuovo, che ha privilegiato l’economia del mattone su altre forme di imprenditoria ben più utili allo sviluppo del territorio e alla sua ricchezza, che ha puntato tutto sul turismo marittimo (spesso “mordi, lorda e fuggi”), rifiutando l’idea (altrove intensamente praticata) che boschi e centri storici ben tenuti possano attirare visitatori (e denaro) quanto e forse più di una spiaggia assolata e di un mare cristallino.
Ammesso che – nella società dei selfie e della banalità digitale – i buoni libri servano ancora a qualcosa, quello di Angelo Pettineo andrebbe letto da tutti i cittadini di Tusa per tre semplici ragioni: il recupero della memoria, l’orgoglio per il passato, l’ammenda per il presente.